rapporto OCse-Talis 2013

Un sistema vecchio e ingessato.
Ma 86 su 100 tornerebbero a insegnare

Tagli, retribuzioni basse e scarso riconoscimento sociale. Ma nei docenti c’è una motivazione forte, che va sostenuta e sospinta verso il cambiamento

di Luigi Berlinguer, Il Corriere della Sera scuola 25.6.2014

 

 

Tanti prof, troppi precari e pochi computer

Altra patologia italiana, i precari. Anche in questo caso siamo messi peggio di quasi tutti gli altri Paesi se si escludono Cile, Romania e Cipro. I prof a contratto in Italia (18,5 per cento, erano il 19,4 per cento nel 2008) sono il doppio che in Francia (9,8 per cento), in Norvegia e Svezia. La media Talis supera di poco il 10 per cento, che si può considerare come la quota fisiologica di flessibilità richiesta per coprire malattie e congedi del personale di ruolo. Infine, tra personale e materiale per l’insegnamento, quello che manca in Italia è soprattutto il secondo. La media di studenti per insegnante (9,8) è una delle migliori dei Paesi analizzati, in Francia e Inghilterra sono 13,6, in Giappone 20. I presidi segnalano che i prof sono mediamente qualificati e efficienti ma che ciò che manca in più della metà delle scuole italiane sono i software di computer e il personale di supporto, oltre all’accesso ad Internet (insufficiente nel 47,4 per cento delle scuole). In 4 scuole su dieci manca anche una «adeguata biblioteca».

 

La valutazione che non c’è

Ma c’è ancora un’altro indicatore nel quale la scuola italiana si differenzia da tutte le altre: la valutazione dei prof, che è quasi del tutto assente. E non parliamo delle visite degli ispettori mandati dal ministero, ma di un confronto aperto dentro la scuola fra i prof e il dirigente scolastico. Solo 3 dirigenti su 10 dichiarano di mettere in atto una qualche forma di valutazione del metodo didattico e dei risultati dei loro prof (contro la quasi totalità dei loro colleghi inglesi, francesi e olandesi) e, anche quando lo fanno, non sempre si basano sull’osservazione diretta del lavoro in classe (Guarda il Pdf) .

 

Preparazione e formazione continua degli insegnanti

A differenza dei colleghi di molti altri Paesi, da noi «resiste» ancora una quota consistente di docenti che non hanno ricevuto una preparazione specifica all’insegnamento e non hanno fatto il tirocinio (il 20 per cento circa contro il 10 di Francia e Inghilterra - Guarda il Pdf). Lo stesso vale per le attività di formazione continua, come corsi di aggiornamento o laboratori, conferenze o seminari, lavori di ricerca individuale o di gruppo, stage in aziende o organizzazioni pubbliche, che interessano circa il 75 per cento dei nostri prof: una media apparentemente alta ma che sparisce al confronto con il 90 per cento dei colleghi inglesi - Guarda il Pdf).

 

Autopercezione e percezione sociale

Nella stragrande maggioranza, sono convinti di non godere della giusta considerazione sociale (Guarda il Pdf) ma altrettanti rifarebbero la scelta di insegnare e benché più carenti dei colleghi di altri Paesi dal punto di vista della formazione pedagogica e del training continuo, si dichiarano convinti dell’efficacia della propria attività docente: quasi tutti ritengono di riuscire a motivare i ragazzi e a sviluppare in loro un’intelligenza critica (Guarda il Pdf). I nostri prof dicono di avere un buon rapporto con i propri studenti, assenteismo scarso, ritardi contenuti, pochi vandalismi, poco bullismo. Ragazzi perfetti? No, a detta dei prof, il peggior difetto degli studenti è che barano e copiano. Lo fa uno su 5: una volta e mezza la media. Dove invece si dichiarano particolarmente carenti è sulle nuove tecnologie e sull’integrazione degli alunni con bisogni educativi speciali e degli stranieri (Guarda il Pdf). Un insegnante su tre dichiara di lavorare in una scuola in cui ci sono più del 10 per cento di ragazzi che hanno una lingua madre diversa dall’italiano. Il 28,5 per cento invece lavora in scuole in cui ci sono ragazzi con «bisogni educativi speciali». Le scuole medie in cui ci sono ragazzi che provengono da situazioni socio-familiari svantaggiate sono invece una su dieci (9,5 per cento) segno che le situazioni difficili sono molto concentrate nel territorio.

 

Orari e metodo di insegnamento

Rispetto alla media degli altri Paesi, i nostri prof lavorano meno (29,4 ore alla settimana contro 38,3 - meno di noi solo i cileni, mentre i giapponesi sono dei veri stakhanovisti: 54 ore alla settimana) e dedicano meno ore all’insegnamento (17 contro 19) e alla programmazione individuale e più tempo invece (in proporzione al monte orario ridotto) nel confronto con i genitori (Guarda il Pdf) . Quanto al metodo, in Italia si usa molto poco insegnare a piccoli gruppi di studenti, sfruttando le tecnologie e in particolare computer e altri strumenti multimediali. I progetti a lunga durata (lezioni che coinvolgono attività che superano una settimana di lavoro) non vengono proposti che in un terzo delle scuole italiane. E l’interrogazione orale resta il metodo preferito di controllo dell’apprendimento dei ragazzi: quattro prof su 5 lo usano come sistema di verifica, mentre la media degli altri Paesi non supera il 50 per cento.

 

Rapporti con i colleghi

I rapporti con gli altri prof: il 70 per cento degli insegnanti di scuola media in Italia non ha mai avuto scambi o collaborazioni o non ha mai svolto attività congiunte con altre classi. Il clima a scuola in Italia è meno buono che in altre realtà: in una scuola su 5 non c’è condivisione dei successi, in altre parole predomina l’invidia, si discute meno dei problemi e delle difficoltà, il rispetto per le idee degli altri colleghi è inferiore a quello dichiarato dai prof degli altri Paesi.