Centro Studi Gilda

 

UNO SPAZIO PER CONOSCERE

I prontuari per capire dove va la scuola

Sugli Organi Collegiali . . .

 Serafina Gnech, dal Centro Studi della Gilda del 5/10/2005

 

Il governo della scuola ora

Il governo della scuola è ora regolato dal DPR 416 del 1974  recepito dal  Testo Unico del 1994.

Il DPR del ’74 ha avviato, sulla scia dell’ideologia post sessantottina,  un modello di tipo ‘partecipativo organico’. La partecipazione di genitori e studenti alla vita della scuola avviene cioè ora,  sulla base di quella riforma, attraverso la loro presenza anche deliberante negli organismi di governo – Consigli di istituto e Consigli di classe. Da qui l’uso della  paratassi ‘partecipazione organica’ (si parlerebbe di partecipazione non organica nel caso in cui genitori e studenti avessero dentro la scuola organismi  propri che interloquissero con gli organismi di governo).

Il modello ‘partecipativo organico’ si è progressivamente assestato su di una linea  caratterizzata da una duplice  tendenza:

-        la progressiva riduzione della partecipazione di genitori e studenti e quindi della rappresentatività reale (le elezioni  hanno registrato nel tempo presenze sempre più basse);

-        il lento ma inesorabile aumento della pressione  generale sulla scuola dell’utenza genitori-studenti.

Genitori e studenti hanno da un lato partecipato in maniera sempre più stanca alla vita della scuola sentita come bene pubblico, dall’altro  esercitato pressioni  sempre più forti laddove e allorquando sono emerse insoddisfazioni personali. Si pensi ai Consigli di classe in cui sono stati intentati ‘processi’ ai professori, ai vari ricorsi al TAR e via dicendo.

In aggiunta alla ‘deviazione’ già evidenziata, si notano altre ‘deviazioni’, la cui origine va ricercata nella trasformazione dei presidi in dirigenti e nell’introduzione delle RSU di scuola.

Modello partecipativo e modello dirigenziale, sindacal-aziendale hanno una difficile convivenza e ciò che risulta maggiormente mutilato è allo stato attuale il Collegio dei Docenti, che sopravvive come organo di ratifica di decisioni prese altrove. E  tutto questo non solo per le trasformazioni sopraggiunte, ma anche per le oggettive complessità legate alla scuola dell’autonomia.

Tra la pressione dell’utenza e la pressione dei dirigenti, i docenti coprono un ruolo sempre più limitato ed esecutivo nella funzione (della docenza e valutativa), anche quanto si sentono e sono creatori di progetti. Non essendo - questi ultimi – nient’altro che l’esecuzione del mandato esplicito e soprattutto implicito che viene dall’utenza.

 

Il governo della scuola  previsto

L’ultimo testo relativo agli Organi Collegiali di scuola  è quello predisposto dall’On. Giovanni Bianchi Clerici. Approvato alla camera in  VII Commissione  il 15 dicembre dello scorso anno esso risulta dall’unificazione delle proposte di legge C. 774 Angela Napoli, C. 1186 Grignaffini, C. 1954 Gambale, C. 2010 Adornato e C. 2221 Titti De Simone.

Vediamone  in sintesi le caratteristiche salienti.

·         La nuova proposta non prende atto del fallimento degli organi collegiali e ripropone  il modello esistente della “commistione partecipativa”.

Nulla appare cambiato nella concezione del governo della scuola. Il modello in vigore dal 1974, che vede la presenza di genitori e studenti negli organi della scuola con potere decisionale, non viene messo in discussione.

Ora, questo modello, come già abbiamo detto,  ha gradualmente mostrato i suoi limiti, producendo una disaffezione che è da tempo sotto gli occhi di tutti.

Sorretto – ripetiamo - dall’imperante ideologia partecipativa post sessantottina, esso è  fra l’altro sopravissuto anche in forte odore di incostituzionalità, poiché un’amministrazione pubblica, responsabile cioè di fronte a tutti i cittadini, conferendo la titolarità dei suoi organi ad una parte di essi – per lo più, nello specifico, contro-interessata – cessa  di fatto di operare nell’interesse di tutti. E perde così il suo carattere pubblico.

·        La nuova proposta amplia le competenze del Consiglio, sovrapponendole a quelle del Collegio e creando i presupposti per un contenzioso senza fine;

·        la nuova proposta enfatizza l’aspetto gestionale-amministrativo e marginalizza la didattica e la docenza;

·        la nuova proposta  mortifica la funzione valutatrice docente e formalizza definitivamente la scomparsa della valutazione degli allievi come  “cosa pubblica”;

·        la nuova proposta conferisce maggiore autonomia professionale alle scuole pubbliche private che alle scuole pubbliche statali;

·        la nuova proposta accentua la logica attuale, estendendo il modello della “commistione partecipativa” anche agli organismi di valutazione.

La filosofia del cambiamento

Quali sono le ragioni che inducono a supportare il modello partecipativo, enfatizzando il peso di alcune componenti (utenza, dirigenza gestionale e amministrativa?).

La prima si può ravvisare nel passaggio che la riforma del Titolo V della Costituzione pare giustificare a molti: ci riferiamo a quello dalla cosiddetta “cittadinanza statalista” alla “cittadinanza societaria”, il cui fine ultimo sarebbe la trasformazione dello Stato in “organismo al servizio delle autonomie dei soggetti sociali, individuali e collettivi” dei quali vengono riconosciuti i diritti originari (1).  La seconda sta nella trasformazione della natura della scuola. In passato si considerava che la scuola avesse il compito primario di istruire e che l’educazione-formazione passasse attraverso la trasmissione delle conoscenze.  Ora si delinea, sia pure in modo ancora sfumato, una sorta di dicotomia: da un lato sta la formazione-educazione (vedi le Educazioni alla convivenza civile introdotte dalla riforma nella scuola secondaria di 1° grado), che resta in carico ai docenti, chiamati non tanto a trasmettere conoscenze specifiche quanto a sistematizzare la mole d’informazioni che proviene dall’extra-scuola, dall’altro stanno le conoscenze specifiche  – soprattutto professionalizzanti – affidate… a non docenti  all’interno della scuola stessa!

Il primo processo – il riconoscimento, in primis, dei diritti dei “composti sociali” (“rappresentati dal lavoro, dalla famiglia, ecc.) sfocia nella esaltazione della presenza organica nella scuola della cosiddetta utenza.  Cosa che avviene nel testo unificato conferendo al genitore, che manterrà la presidenza del Consiglio d’Istituto denominato Consiglio della scuola, poteri maggiori di quelli detenuti in passato: il presidente-genitore “convoca il Consiglio e ne fissa l’ordine del giorno”.

Il secondo conduce alla presenza organica  (con potere di voto e diritto, dunque, decisionale)  all’interno del Collegio di non docenti – appunto - liberi professionisti, dipendenti dalle industrie o da altre amministrazioni: i cosiddetti esperti introdotti dalla Legge 53 di riforma della scuola.

 

Il commento professionale

·         Professionalmente non si può che essere perplessi e preoccupati di fronte alla situazione che si prospetta.

Ciò che emerge è infatti inequivocabilmente una professionalità mutilata ed emarginata.

Ridurre il ‘peso’ dei docenti e la loro reale possibilità di incidere in tutti gli organismi di gestione, spostare sull’utenza la decisionalità di scelte necessariamente didattiche, deprivare il docente di quell’elemento cardine dell’esercizio della professione, che è costituito dalla valutazione professionale, ospitare nella scuola  esperti non-docenti dando loro ugual peso, ebbene,  tutto questo significa unicamente ridurre il docente a trasmettitore tecnico di quanto deciso altrove.

Ed è a questo docente che si chiederà di rendere conto dei risultati? I risultati?!? Laddove il cosa e il come sono stati decisi  da altri…

 

I nodi da sciogliere

I nodi da sciogliere sono dunque molteplici.

Il primo è relativo al ruolo della cosiddetta utenza. Pare del tutto improponibile la posizione radicale, quella cioè che tenderebbe ad estromettere tout court genitori e studenti dalla scuola. Essa si presenta infatti in netta controtendenza, non solo nel panorama italiano ma anche nel panorama europeo. In questo contesto restano delle soluzioni che ipotizzino:

-         la presenza di genitori e studenti nella scuola con organismi propri che interloquiscano con gli organismi di governo, che assumono l’intera responsabilità decisionale, nel rispetto del mandato  che essi hanno verso l’intera società (concezione della scuola pubblica);

-         la presenza negli organi di governo di una sorta di garante dei genitori  eletto all’interno di un organismo dei genitori di cui diventi il vero portavoce (l’attuale rappresentante dei genitori non rappresenta ora di fatto che se stesso); si potrebbe considerare la presenza anche di un eventuale garante degli allievi nel  secondo ciclo dell’istruzione secondaria.

Il secondo nodo è relativo agli ambiti reali di competenza e di decisionalità. Risulta assolutamente necessario:

-         stabilire in modo netto e deciso, senza interferenze, chi debba fare che cosa. Risulta ovvio che debbano rimanere in toto al Collegio le scelte didattiche; al Consiglio di scuola  le scelte decisionali nell’ambito gestionale-amministrativo e puramente propositive nell’ambito didattico. Dovrebbe essere chiarito in modo preciso il balletto del POF (deliberato dal Collegio e adottato dal Consiglio; che cosa succede se il Consiglio non lo adotta? E se lo rende operativo anche laddove ci siano scelte contrarie del Collegio?).

Il terzo grosso nodo è quello strettamente connesso alla natura della dirigenza. E’ concretamente adeguato alla nuova realtà dell’autonomia  un dirigente che sia al contempo preside? Non sarebbe forse più che mai opportuno e necessario riflettere su quella figura di preside elettivo da vari anni richiesta dalla Gilda? Senza contare il fatto che un dirigente gestionale – sollevato dall’incombenza della didattica –  potrebbe operare anche su base territoriale, a tutto vantaggio dell’amministrazione.

Problema non da poco pone la prevista presenza di esperti nel Collegio dei docenti e negli eventuali organismi di valutazione. A quale titolo? Con quale posizione? Deliberante? Va da sé che la sottrazione ai docenti delle scelte di natura didattica e, ancor peggio, l’invasione dello spazio valutativo degli stessi ne minerebbe fortemente il profilo professionale e provocherebbe uno stato di impotenza ancora maggiore di quello attuale. La scomparsa del Consiglio di classe, sostituito da gruppi di valutazione autonomamente identificati dalle scuole, rischierebbe di uccidere la valutazione sostituendola definitivamente con la pura certificazione.

Discorso a parte meriterebbe poi l’estensione dell’impostazione della ‘commistione partecipativa’ anche agli organismi di valutazione della scuola.

Nella confusione totale si pone l’improrogabile necessità di definire e difendere lo spazio di pensiero ed operativo che nella scuola non può che competere al docente: unica figura professionalmente deputata a coniugare cultura, educazione e formazione.

Tutto il resto sono giochi e compromessi politici di cui  la scuola e gli allievi pagherebbero fortemente lo scotto.

 

·         Per una trattazione più ampia vedere www.gildacentrostudi.it, Gli organi collegiali oggi e domani.

·         Alessandro Pajno, Giorgio Chiosso, Giuseppe Bertagna, L’autonomia delle scuole, La Scuola , Brescia 2003, pag. 243.