Centro Studi Gilda

 

Dalla “Scuola-istituzione”
alla “Scuola-quasi-servizio”[1]

Scuola e famiglia: quali i rispettivi ruoli
nella comunità scolastica.

 Gianluigi Dotti, dal Centro Studi della Gilda del 20/10/2005

 

Il presente lavoro ha lo scopo di fornire un quadro informativo d’insieme, per quanto possibile esauriente, nel momento in cui con l’emanazione degli ultimi decreti si completa l’iter della Legge delega n° 53 del 28 marzo 2003 (53/2003 Riforma Moratti), relativamente alla partecipazione della famiglia alla vita scolastica, in particolare al ruolo che essa assume nella mappa del potere che viene a ridisegnarsi nei singoli Istituti scolastici, e alle ricadute che questo comporta sulla professione docente e sul carattere pubblico dell’Istruzione e della Formazione.

Una doverosa precisazione per i lettori: non è intenzione di chi scrive formulare giudizi né politici né professionali sul materiale informativo preso in esame, agli organi istituzionali dell’Associazione spetta di diritto tale compito, che spero sia facilitato dalle informazioni raccolte e presentate in questa comunicazione.

 

Premessa

In questo ultimo decennio il dibattito sul sistema scolastico è stato al centro dell’attenzione di buona parte dell’opinione pubblica. Uno dei temi centrali nel dibattito è, a mio parere, quello della partecipazione delle famiglie alla vita scolastica, perché interessa la mappa dei poteri che si esercitano all’interno delle scuole. Questo argomento è stato però affrontato, dagli addetti ai lavori e dai mezzi di informazione, con un’impostazione molto spesso ideologica e di parte (di destra, di sinistra, aziendale, sociologica, ecc.), che ha prodotto demagogia invece che analisi utili alla comprensione delle trasformazioni avvenute e alla formulazione delle relative proposte di intervento. Intendo dire che anche per la partecipazione dei genitori alla vita scolastica, fin dai Decreti delegati del 1974, il punto di vista che ha guidato il dibattito, e il legislatore, è stato quello dell’interesse di parte dell’utente, che poi è diventato cliente e infine individuo/monade, piuttosto che l’interesse generale dell’intera società.

Nel mio breve  intervento vorrei ricordare le tappe di questa trasformazione e rilevare, alla luce di un altro punto di vista, quello cioè dell’interesse pubblico (della società tutta), le conseguenze di questo mutamento.

 

Le norme

L’intervento delle famiglie nella scuola è regolato da diverse norme: dalle leggi istitutive e di riforma (nelle quali vengono indicati i criteri generali), dai decreti e dalle circolari (ai quali è assegnato il compito di fornire le indicazioni operative per attuarli).

Le principali norme oggi in vigore che regolano la partecipazione dei genitori alla vita scolastica sono:

  • il Decreto del Presidente della Repubblica del 31 marzo 1974, n. 416, integrato dalla Legge 14 gennaio 1975, n. 1, dalla Legge 11 ottobre 1977, n. 748, dalla Legge 14 agosto 1982, n. 582 ora in Decreto Legislativo 16 aprile 1994, n. 297 “Istituzione e riordinamento di organi collegiali della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica”;

  • la Legge 15 marzo 1997, n. 59, conosciuta come legge dell’Autonomia, con il relativo Regolamento (Decreto del Presidente della Repubblica dell’8 marzo 1999, n. 275);

  • la legge 28 marzo 2003, n. 53, conosciuta come Riforma Moratti.

 

Il dibattito

Dall’attenzione che i padri fondatori della Repubblica hanno riservato alla scuola e all’istruzione emerge che nel periodo della Resistenza e della Costituente viene maturando la consapevolezza che alla scuola e al “professionista della formazione e istruzione” delle nuove generazioni (l’insegnante) andasse fornito un “mandato sociale”. La società tutta affidava, cioè, alla “scuola-istituzione”, che doveva fondarsi sui comuni valori nati dalla Resistenza e riconosciuti nella Costituzione, il compito di formare e educare le nuove generazioni, la ricaduta positiva di ciò sarebbe andata a favore dell’intera società. Era evidente la consapevolezza dei padri fondatori della Repubblica che l’interesse dei genitori rappresentava solo una parte dell’interesse pubblico (di tutta la società) e che lo scolaro/studente, da questo punto di vista, era una risorsa per l’intera comunità non solo per la propria famiglia.[2]

Questa visione della scuola è ricordata da Umberto Margiotta quando, nel riassumere il dibattito sulla scuola seguito alla Liberazione, rileva che “Si comprese insomma come la scuola fosse diventata ormai il terreno concreto su cui educare la comunità alla consapevolezza, almeno, del vero compito cui erano chiamati i cittadini dalla liberazione e dalla Resistenza: l’adeguamento cioè dello Stato ai principi costituzionali sortiti dall’antifascismo e dalla Resistenza[3]

All’interesse della società che chiede alla scuola di formare il nuovo cittadino si deve aggiungere la consapevolezza che l’Italia per superare le gravi difficoltà economiche e uscire dal disastro della Seconda guerra mondiale aveva bisogno di competenze tecniche specialistiche, che si potevano formare solo con l’istruzione. Anche per questo secondo aspetto perciò lo scolaro/studente che la scuola doveva preparare per il mondo del lavoro era una risorsa per l’intera società, la quale tutta avrebbe beneficiato della sua opera, non solo per la singola famiglia.

Questa visione della scuola, del suo ruolo come istituzione, e del rapporto con l’interesse pubblico della società è ancora presente al legislatore quando, nel 1962, emana la legge n. 1859 “Istituzione e ordinamento della Scuola Media Statale”, che all’art. 1, quello delle finalità, recita: “La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione”.

Nel 1968, il ministro Scaglia, di fronte alle richieste della società civile, riconosce “il desiderio dei genitori e degli alunni di essere sentiti”, ma precisa ferme restando “le responsabilità del Capo d’istituto e degli insegnanti, ciascuno nei limiti suoi propri”.

Sulla spinta della contestazione studentesca e sociale di quegli anni arriva l’emanazione dei Decreti delegati del 1974, che hanno ridisegnato la mappa dei poteri tra le componenti scolastiche e che sono in vigore ancora oggi.[4]

L’introduzione, con i Decreti del 1974, della “cogestione” delle famiglie nel governo delle scuole e l’assenza, negli anni seguenti, di una seria analisi sugli effetti prodotti da una normativa nata in particolari condizioni storiche, ha creato pericolose ambiguità e conflitti tra le diverse componenti scolastiche, che hanno inciso in modo negativo sulla professione docente e in generale sulla qualità della scuola. Prende così avvio quella trasformazione che dalla “scuola-istituzione”, che persegue l’interesse pubblico della società, porta all’attuale “scuola-quasi-servizio”, che persegue l’interesse dei singoli alunni/clienti e delle loro famiglie/committenti.

Chi sperava che la nuova stagione delle riforme contribuisse a chiarire i rispettivi ruoli per ridisegnare una mappa dei poteri, che tenesse conto delle diverse e specifiche competenze e professionalità, non è stato solo deluso, ma peggio ha dovuto constatare che la Riforma Berlinguer-De Mauro si è mossa all’interno della stessa “filosofia” dei Decreti del 1974[5] e che con la Riforma Moratti addirittura si istituzionalizza la prevalenza delle scelte educative della famiglia su quelle della comunità. All’art. 1, quello delle finalità, si legge che “la crescita e la valorizzazione della persona umana” va perseguita dalla scuola “nel rispetto delle scelte educative della famiglia nel quadro della cooperazione tra scuola e genitori” e solo dopo, come probabile concessione alla retorica, si aggiunge “secondo i principi sanciti dalla Costituzione”. Questo permette di scrivere ad un anonimo funzionario del ministero nel commento al Decreto attuativo che la famiglia diventa “soggetto che coopera concretamente e fattivamente alla definizione del percorso formativo del proprio figlio”; è un chiaro esempio di “toyotismo” scolastico e culturale.

 

Le conclusioni

Molte delle conseguenze della trasformazione quantitativa e qualitativa, avvenuta dal dopoguerra ad oggi, dell’intervento delle famiglie nella sfera dei poteri scolastici, sono già evidenti. Alcune di queste conseguenze voglio qui rilevare perché contribuiscono a spiegare il percorso che ci ha condotti alla “scuola-quasi-servizio”.

a)  Erosione dello spazio professionale dei docenti. Il coinvolgimento diretto delle famiglie introdotto dalla Riforma Moratti nella costruzione dei programmi “personalizzati” e nella stesura del portfolio per la valutazione sono il capitolo finale che sancisce il superamento dell’interesse pubblico per quello del singolo scolaro/studente e della propria famiglia. Sono inoltre due esempi chiarissimi della sovrapposizione di ruoli tra il docente-competente e il genitore-non-competente.

b)  Cogestione (cooperazione) nella definizione delle scelte politiche, economiche e gestionali degli Istituti. La presenza delle componenti genitori e alunni nei Consigli di circolo e istituto e di classe con poteri decisionali è un’evidente contraddizione di chi chiede una gestione professionale del sistema scuola.

c)  Privatizzazione della scuola pubblica attraverso l’aumento delle tasse scolastiche. In prospettiva se la scuola fornisce un servizio “personalizzato” per la singola famiglia/cliente, che richiede/ordina un percorso ritagliato su misura per ciò che essa ritiene possa essere utile nel futuro alla propria prole, è facile intuire che, molto presto, tutti coloro che non avranno figli a scuola non intenderanno assumersi l’onere di pagare, attraverso la tassazione generale, un bene/servizio che viene costruito, ordinato e goduto dalla singola famiglia. E’ la strada maestra perché si possa giustificare un aumento delle tasse scolastiche a carico di chi il bene lo gode. La singola famiglia è stata così attirata, secondo le migliori tecniche del marketing, prima da un presunto affare, il “percorso personalizzato” per il proprio figlio, e resa poi protagonista della privatizzazione della scuola pubblica

In conclusione è evidente che il nuovo ruolo assegnato alla famiglia è una delle manifestazioni del mutamento più profondo e radicale della funzione della scuola rispetto a quello individuato dai padri costituenti: non siamo più in presenza della “scuola-istituzione”, che persegue l’interesse pubblico della società, formando il cittadino ai valori della Costituzione e dotandolo delle specifiche competenze professionali, ma della “scuola-quasi-servizio”, che persegue l’interesse delle singole famiglie, assegnando a loro compiti decisivi nella strutturazione dei percorsi formativi perfino nella scelta dei contenuti, nella didattica e nella valutazione.

Per non essere fraintesi, non intendo mettere in discussione il principio che le famiglie devono essere coinvolte nella comunità scolastica, ma intendo segnalare la necessità di analizzare e discutere il modo in cui le famiglie partecipano alla vita della scuola e il loro ruolo nella mappa dei poteri scolastici in rapporto alle altre componenti, in particolare gli insegnanti, e ai valori fondanti della comunità di riferimento.

 


NOTE

 

[1] Sulla trasformazione della “Scuola-istituzione” in “Scuola-quasi-servizio” vanno segnalati i lavori di Serafina Gnech e Renza Bertuzzi nei siti www.gildacentrostudi.it e www.gildaprofessionedocente.it  Bisogna inoltre ricordare che in Italia questo argomento è stato finora trattato quasi solamente dalla Gilda degli Insegnanti, mentre in altri paesi europei (vedi Francia) è già al centro del dibattito sulla scuola da alcuni anni.

[2] Riporto brevemente parte dell’intervento di Antonio Banfi al V congresso nazionale del PCI (Roma, 29 dicembre 1945 – 6 gennaio 1946) “Tutti gli elementi che costituiscono la vita della scuola –i professori, gli studenti, le famiglie e, più ancora delle famiglie, il pubblico tutto che nella scuola deve vivere e partecipare, perché la scuola non è affare di insegnamento, non è neanche affare di scolari, ma è una necessità di un popolo- devono contribuire al reggimento libero e autonomo delle scuole” ora in Giorgio Canestri, L’ombra della Minerva. Appunti sulla gestione della scuola negli ultimi quarant’anni, sta in: La scuola italiana dal 1945 al 1983 a cura di Mario Gattullo e Aldo Visarberghi, pag. 279, La Nuova Italia, 1986.

[3] Umberto Margiotta, La formazione della coscienza politica degli italiani durante la Resistenza, sta in: La scuola italiana dal 1945 al 1983 a cura di Mario Gattullo e Aldo Visarberghi, pag. 33, La Nuova Italia, 1986.

[4] Quasi superfluo ricordare che i Decreti del 1974, nati in un particolare contesto storico, hanno rivelato in questi trent’anni anni tutti i loro limiti. Il dato della partecipazione alle elezioni degli organismi collegiali della componente genitori, che a livello nazionale non supera il 20%, ma in molte realtà è addirittura sotto il 10%, dando vita a rappresentanti che in pratica rappresentano solo se stessi, sarebbe sufficiente a imporre una loro profonda revisione.

[5]  Infatti all’art. 1 dispone che il sistema scolastico sia finalizzato alla “crescita e valorizzazione della persona umana … nel quadro della cooperazione tra la scuola e i genitori” e solo successivamente aggiunge “secondo i principi sanciti dalla Costituzione”.