Centro Studi Gilda

 

Le lastre di ghiaccio della riforma.

 di Serafina Gnech dal Centro Studi della Gilda, 8/9/2004

 

Nicola Ghezzani apre un suo recentissimo saggio offrendoci l’immagine di una foto famosa, bellissima ed inquietante. Essa ritrae,  scrive Ghezzani, “un lupo argentato… colto nell’istante del salto da una lastra di ghiaccio a un’altra, sullo sfondo di un paesaggio artico”. Il lupo “faceva quel salto alla ricerca della terra ferma, alla ricerca di un suolo sicuro cui affidare la propria precaria esistenza animale”. Ma nulla nella foto dava la garanzia che il salto fosse stato lungimirante e coronato dal successo. Il lupo poteva essere caduto su una lastra non meno dell’altra sospesa e fluttuante sull’abisso del mare: una sopravvivenza gelida di pochi giorni e poche ore”. Ghezzani ha voluto comunicarci la sua percezione dell’uomo contemporaneo “in equilibrio precario fra sistemi di certezze che si sfaldano sotto i suoi passi  - l’uomo come nomade dell’universo”(1).

Possiamo cambiare lo sfondo, modificare le linee pure ed essenziali del paesaggio artico nell’intricato viluppo di querce e ginepri di un millenario bosco sardo. Nulla muta. Ci accorgiamo presto che il ridondante paesaggio non ci dà più  di quanto offrisse il paesaggio artico. La ricchezza,  voluta e mistificatrice, non offre appigli, confonde.

Lastre di ghiaccio tracciano il nostro percorso…

Ed noi ci scivoliamo quando, dopo la pausa estiva, percorriamo più sistematicamente (e metaforicamente!) gli interni romani laddove continua senza sosta il processo alchemico della nuova scuola.

Scivoliamo, ci confondiamo, cerchiamo di far collimare parole e fatti, ci accorgiamo presto che risulta impossibile. Le parole non hanno più una funzione descrittiva. Di più: non hanno ‘funzione’ propria; costituiscono potere puro: incantatorio e mistificatore. In parole più semplici: esse vengono usate per cullare, creare consenso e ‘feudalizzare’ in una direzione che è l’esatto contrario di quella assunta dai fatti.

Da qui lo sconcerto, l’insicurezza anche di fronte a certi recenti atti di politica scolastica. Atti estivi che è opportuno ripercorrere per capire, prima di tutto, ma anche per avere la percezione di un problema che  investe anche,  ma – ahimè – non solo,  la politica scolastica.

 

 

Il Ministro emana il decreto sulla formazione dei docenti

(20 luglio 2004)

 

«. . . per passare da un modello di “lavoro a volte privo di significato, di natura impiegatizia” ad un modello di lavoro professionale . . . »

(Programma politico del Ministro Moratti - 18 luglio 2001)

 

Il progetto di formazione iniziale che permetterebbe la nascita di una vera professionalità docente - parola magica incantatoria che ci accompagna dal dicastero Berlinguer – prevede, come ben sappiamo, una formazione iniziale di pari dignità per tutti i docenti,  costruita su di un percorso 3+2, di cui tre anni di laurea “generalista” e due di laurea specialistica abilitante. A questo quinquennio farebbe seguito un tirocinio, secondo il decreto (2), della durata di due anni. Esso verrebbe svolto con un contratto di formazione lavoro,  stipulato dal dirigente dell’istituzione scolastica del sistema paritario con docenti iscritti all’albo degli uffici scolastici regionali. La positiva valutazione del tirocinio effettuata dal Comitato per la valutazione del servizio scolastico, sentiti i pareri del tutor e del dirigente scolastico, permetterebbe l’accesso ai ruoli dell’amministrazione con vincolo di permanenza nella scuola sede di tirocinio per almeno tre anni.

Un percorso settennale, dunque professionalizzante? Se pensiamo - come dobbiamo nella nostra qualità di Associazione di docenti - ad una professionalità vera, di alto livello, il progetto ci appare come il massimo della mistificazione. Costruito come esso è in ossequio a una delle paratassi più in  uso degli ultimi anni: saper fare. Perché questo è il senso della ripartizione prevista: 3 anni per lo studio delle discipline, 2 anni per l’acquisizione delle competenze “pedagogiche, didattiche, organizzative, relazionali, comunicative, riflessive sulle pratiche didattiche” e 2 anni di praticantato vero e proprio.

Un progetto pensato ad hoc per insegnare ciò che non si sa, cosa che ha costituito e costituisce tuttora uno dei principali mali delle Schools of education americane (3).

Un progetto di laurea di serie B, ghettizzante, una gabbia professionale… 

Era troppo folle pensare di mantenere un livello di competenza disciplinare non inferiore a quello delle vecchie lauree, come proponeva a suo tempo Tranfaglia (4), e di collocare un certo numero di crediti pedagogico-didattici (come opzione aggiuntiva e/o solo parzialmente alternativa) all’interno di un preciso percorso specialistico disciplinare? In modo tale da potere restare laureati in fisica, in matematica, ecc. con accesso al mondo della ricerca e possibilità di opzioni finali diverse dall’insegnamento. E che dire di un tirocinio di due anni, dopo un biennio che prevede anch’esso tirocini, laboratori e via dicendo?

Tralascio ogni commento sull’assunzione da parte dei dirigenti, ivi compresi i dirigenti delle scuole private. Ne hanno parlato a iosa i giornali. Mi chiedo solo – e come cittadino – se esista ancora il cosiddetto “rapporto di gerarchia” fra fonti capaci di intervenire sulla stessa materia. Se così è, non si vede come la procedura concorsuale prevista dalla Costituzione italiana per l’accesso ai ruoli della pubblica amministrazione possa essere tranquillamente superata da una legge ordinaria (5).

E dunque? La nostra professione pare sia fatalmente destinata a scivolare su una delle tante lastre di ghiaccio che tracciano il percorso della riforma. La parola – professionalità – è atto politico, atto dietro il quale si cela un percorso di pesante  de-professionalizzazione dei docenti che suggella la mutazione genetica della scuola voluta dal mondo occidentale.

 

 

Il Ministro emana l’atto d’indirizzo sul tutor

(30 agosto 2004)

 

Gli investimenti sulla docenza vanno concentrati sulla definizione di articolazioni delle funzioni,che si concretizzano nel riconoscimento di un diverso impegno professionale sia rispetto al tempo di lavoro sia in relazione all’arricchimento del profilo professionale con conseguenti riconoscimenti economici.

(Programma politico del Ministro Moratti -18 luglio 2001)

 

La Legge 53 di riforma fa riferimento al tutor solo  nell’articolo 5 in relazione alla formazione degli insegnanti eventualmente interessati ad assumere funzioni di “tutorato”.

Largo spazio al tutor viene invece dedicato dal decreto legislativo 59/2004 che, facendo riferimento alle attività educative e didattiche opzionali-facoltative, precisa che alla scelta delle famiglie e degli studenti “concorre prioritariamente, per l’intera durata del corso, il docente in possesso di specifica formazione che, in costante rapporto con le famiglie e con il territorio, svolge funzione di orientamento nella scelta delle attività…, di tutorato  degli alunni, di coordinamento delle attività educative e didattiche, di cura delle relazioni con le famiglie e di cura della documentazione del percorso formativo compiuto dall’allievo, con l’apporto degli altri docenti” (art. 7 e 10). Questa enunciazione, correlata nella parte relativa alla scuola primaria dalla definizione dell’orario di lavoro del tutor (che “assicura, nei primi tre anni della Scuola Primaria, un’attività di insegnamento agli alunni non inferiore alle 18 ore settimanali”) accampa una figura di forte rilevanza che esercita la propria azione nei confronti: 1) delle famiglie; 2) degli allievi; 3) del territorio; 4)  dei colleghi (coordinamento delle attività educative e didattiche). Nulla viene detto in merito ai destinatari dell’azione di tutoraggio (classe o gruppo di allievi?) e nulla di certo ci viene dalla lettura congiunta del decreto – che non ci conduce necessariamente al tutor di classe – e delle indicazioni per i piani di studio che danno l’indicazione contraria.

Poiché il dilemma non viene sciolto a livello legislativo in tempo utile per l’avvio dell’anno scolastico, vengono demandati alle scuole i criteri di scelta. La circolare 29 recita a proposito: “Le singole scuole, nell’ambito della propria autonomia, provvederanno al conferimento dell’incarico in questione, sulla base di criteri di flessibilità…”.

Ma l’atto di indirizzo all’Aran (6) che, nell’osservanza dell’art. 43 del CCNL, apre le trattative sindacali relative alle innovazioni rese necessarie dalla riforma, fa specifico riferimento ad un tutor di classe.

Anche se questo non delinea nulla di nuovo per l’anno scolastico avviato, per il quale restano valide le indicazioni della circolare 29 (7), risulta opportuno cominciare ad interrogarci seriamente sul tutor.

Il tutor vuole solo suggellare nella scuola riformata “il ripristino di una supremazia del rapporto educativo (in un’ottica etico-esistenziale, valoriale) su quelli più strettamente culturali e cognitivi”, come ci dice Cerini (8)? O, piuttosto, la scelta di vocabolario vuole solo scegliere e circoscrivere il modo in cui il “fatto” debba costituire la nostra esperienza? In una parola: la parola tutor è mistificatrice,  esattamente come la parola professionalità?

Se la volontà politica fosse quella di offrire un’assistenza educativa più forte e strutturata (non dimentichiamo che la funzione tutoriale è comunque insita nella funzione docente), per quale motivo il tutor dovrebbe essere al contempo il motore, l’organizzatore, il relatore, il certificatore, financo il redattore-segretario? E perché dovrebbe essergli affidata un’intera classe (questa è l’ipotesi prevalente), cosa che renderebbe difficile l’espletamento di una funzione di per sé molto onerosa? In realtà il progetto è ben più ampio. E va nella direzione di quella accentuazione della dimensione familistico-aziendale della scuola pubblica, che è stata più volte denunciata e che fa della scuola non tanto il luogo dei valori condivisi dei cittadini, quanto il luogo degli interessi privati dell’utenza diretta.

In quest’ottica risulta necessario non tanto operare un tutorato sugli allievi, quanto veicolare l’intero corpo docente verso le scelte dell’utenza diretta e del mercato. Il tutor non è dunque primariamente colui che si prende cura in modo più attento degli allievi, quanto il filo diretto fra gli erogatori del servizio e gli utenti del servizio, della cui soddisfazione è chiamato ad occuparsi.

Con soddisfazione propria personale, almeno in termini economici? Sembrerebbe di no, dai primi calcoli. A meno che  non si ritenga  che 10 euro al mese (questa è la cifra pro capite che risulta sulla base dei finanziamenti attuali ed ipotizzando un tutor per classe) (9) costituiscano il giusto investimento sulla docenza promesso dal Ministro all’avvio del suo dicastero.

Tutto fa pensare che il nostro lupo sia caduto su di un’altra lastra di ghiaccio, “non meno dell’altra sospesa e fluttuante sull’abisso del mare…”

 

Serafina Gnech

 

NOTE

1.             Crescere in un mondo malato. Bambini e adolescenti in una società in crisi, Franco Angeli, Milano 2004.

2.             Bozza di decreto delegato – Ex art. 5 – Legge n° 53/2003.

3.             Richard Rorty ci parla spesso nei suoi saggi sull’educazione dello scarso livello qualitativo delle Schools of education americane, che licenziano studenti i cui risultati SAT  (Scholastic Aptitude Tests: tests che valutano le conoscenze linguistiche e matematiche) sono marcatamente insufficienti.

4.             Nella passata legislatura, a seguito della riforma dell’Università, Nicola Tranfaglia ebbe l’incarico di tracciare un percorso di formazione iniziale dei docenti. L’ipotesi, che prevedeva un triennio di base, un biennio di specializzazione disciplinare ed un anno di tirocinio, fu “‘bocciata” dalla stragrande maggioranza della sinistra (Professione Docente, n°7/2000).

5.             Il Ministro invoca il decreto 29 del ’93 che prevede che si possa accedere alla pubblica amministrazione con contratto di formazione lavoro.

6.             Atto di indirizzo all’Aran per l’attivazione della procedura disciplinata dall’art. 43 del CCNL Comparto Scuola sottoscritto il 24 luglio 2003.

7.             Indicazioni utili per la gestione transitoria della riforma sono reperibili in Riforma Moratti Ripariamoci!!!(www.gildacentrostudi.it; samnotizie.it). I suggerimenti diretti soprattutto ai docenti della scuola primaria offrono spunti anche agli insegnanti della secondaria di 1° grado.

8.             Un’altra idea di tutor (www.edscuola.it).

9.             Si tratta in ogni caso di 10 euro a rischio, soggetti all’approvazione dell’assestamento del bilancio 2004 e alla Finanziaria 2005.