Ipotesi di riordino del sistema di istruzione *

di Maurizio Tiriticco Educazione & Scuola 19.3.2012

“La nostra civiltà, e di conseguenza il nostro insegnamento,
hanno privilegiato la separazione a scapito dell’interconnessione,
l’analisi a scapito della sintesi…
Per pensare localmente si deve pensare globalmente,
come per pensare globalmente si deve pensare localmente”.

Edgar Morin, La testa ben fatta

 

Se è vero che la scuola media è l’anello debole della catena, è anche vero che l’intera catena si potrebbe spezzare se non si interviene convenientemente.

La debolezza di questo anello ha origini lontane. Infatti, quando con la legge 1859 del 1962 innalzammo l’obbligo di istruzione, l’unica preoccupazione fu quella, anche se, ovviamente, corretta, di unificare il triennio della scuola media che aveva origini lontane – la Carta della scuola di Bottai del 1939 – con le scuole di avviamento, abolite dalla medesima Carta, e istituite nuovamente alla fine della seconda guerra mondiale. Tuttavia, si operò solo in orizzontale, non in verticale. Venne infatti ribadito il concetto che la scuola elementare conservava la sua specificità e la scuola media unificata la sua. Si decise anche che tale grado di scuola costituisse ancora il primo grado dell’istruzione secondaria, pur essendo una contraddizione in termini: in effetti, non è semplice per un qualsiasi oggetto “stare in mezzo” e occupare anche il “primo posto”! Il fatto è che non si avevano ancora gli strumenti per pensare e operare in termini di curricolo (della progettazione curricolare si cominciò a parlare solo alla fine degli anni Sessanta) e ciò fu deleterio. Una scuola obbligatoria che avrebbe dovuto essere caratterizzata da uno sviluppo verticale, continuo, unitario e progressivo, nacque invece bifronte: in basso la “scuola delle maestre” e in alto la “scuola dei professori”! O delle professoresse!? E rimasero in piedi due esami, pur sapendo che quello conclusivo della scuola elementare non avrebbe avuto più alcun valore, in quanto tutti i cittadini sarebbero stati tenuti a conseguire la licenza media per accedere sia agli studi ulteriori che al mondo del lavoro. Però andava anche rispettato un principio costituzionale per cui ogni grado di istruzione deve concludersi con un esame di Stato (art. 33): e la nuova scuola dell’obbligo ottonnale era costituita di fatto di due gradi!

Forse, più che far concludere l’istruzione obbligatoria con un esame – che per sua natura promuove e boccia – la si sarebbe potuta far concludere con una certificazione in cui si dichiarasse quali conoscenze (non si parlava ancora di competenze) l’obbligato avesse raggiunto, indipendentemente dall’esprimere su di esse un giudizio di valore. E tale dichiarazione avrebbe implicato solo una indicazione per l’orientamento. Infatti, va sottolineato che la nuova scuola media avrebbe dovuto favorire “l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva” (art. 1 della legge 1859/62) più che discriminarli. Di fatto, la variabile dell’orientamento rimase lettera morta e solo con i “nuovi programmi della scuola media” – dm 9 febbraio 1979 – si affermò con estrema chiarezza che la scuola media, oltre ad essere “scuola della formazione dell’uomo e del cittadino”, è anche “orientativa in quanto favorisce l’iniziativa del soggetto per il proprio sviluppo e lo pone in condizione di conquistare la propria identità di fronte al contesto sociale tramite un processo formativo continuo cui debbono concorrere unitariamente le varie strutture scolastiche e i vari aspetti dell’educazione”. Erano trascorsi ben 17 anni (dal ’62 al ’79) perché ci si ricordasse che l’orientamento doveva essere la leva fondante dell’intero sistema dell’istruzione obbligatoria.

Va anche ricordato – e con profonda amarezza – che il vizio di origine della scuola media del ’62 non solo non promosse e incrementò subito la cultura degli italiani, ma provocò invece nei primi anni solenni bocciature. La “scuola dei professori”, e delle professoresse, priva di rinnovati strumenti metodologici, non poteva non bocciare. Fu solo grazie alla Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani, del 1967, che cominciarono profondi ripensamenti. In effetti Don Milani non si limitava a denunciare, ma proponeva anche un modo diverso e assolutamente nuovo di insegnare in una scuola obbligatoria aperta a tutti e che a tutti, nessuno escluso, avrebbe dovuto dare qualcosa. Sono gli anni in cui sta maturando la “rivoluzione del ‘68”, la mobilitazione degli studenti che a livello internazionale, da Berkley a Pechino, lottano contro una scuola “di classe” e “dei padroni”. Ma sono anche gli anni in cui, accanto alla denuncia contro Le vestali della classe media – Marzio Barbagli e Marcello Dei la pubblicano nel ’69 – maturano anche nel nostro Paese le ricerche sul curricolo e sulla necessità di costruire una scuola che, invece di bocciare, fosse capace di motivare, gratificare, includere e orientare (sono gli anni della progettazione didattica: Visalberghi, Laporta, Vertecchi, Pellerey, Maragliano, Pontecorvo, Gattullo, lo stesso De Mauro, e tanti altri, per non dire delle tante suggestioni straniere). Ci si avvia verso i Decreti Delegati del ‘74 e sono gli anni in cui la scuola media comincia finalmente a trovare una sua identità e a contribuire potentemente alla diffusione di una cultura di base.

I Nuovi programmi del ’79 suggellano questa impennata e con i Nuovi programmi della scuola elementare dell’85 e la legge 148/90 l’intero asse dell’istruzione obbligatoria conosce un periodo di felice realizzazione, nonostante i vizi di origine. Ma con gli anni Novanta, a fronte di un contesto socioeconomico e culturale assolutamente nuovo e forse non previsto che si è venuto a creare nel Paese – e non solo nel nostro – la nostra istruzione obbligatoria non si dimostra in grado di dare nuove risposte. I vizi di origine si fanno sentire. Il tentativo di rinnovamento proposto da Berlinguer, anche con i suoi limiti, viene cancellato dalla mannaia della Moratti e i suoi “Piani di studio personalizzati” creano nelle scuole imbarazzo, sconcerto, difficoltà. Poi il “cacciavite” di Fioroni lascia il tempo che trova e l’intervento ”riformatore” del duo Tremonti-Gelmini ha fatto il resto… che stiamo pagando amaramente!

Ed eccoci oggi a discutere dell’anello debole e a come dovere operare per salvare l’intera catena dell’istruzione… da una sorta di implosione autodistruttiva! Va in primo luogo affermato che in un’epoca di grandi trasformazioni nel mondo dell’economia, del lavoro, della ricerca, della cultura e degli studi sarebbe impossibile pensare a interventi riparatori parziali, in quanto è l’intera catena che rischia di spezzarsi, qualora l’anello debole non reggesse più al carico a cui viene sottoposto. E’ però anche vero che interventi di grande respiro sono oggi impossibili per la precarietà stessa della stagione politica che stiamo attraversando, e non solo a livello nazionale. I tagli del duo Tremonti-Gelmini procedono in automatico e il cordone della spesa oggi è più stretto che mai. Ma la contingenza non deve privarci di una visione lungimirante, che tale deve essere, in quanto interventi mirati parziali sarebbero e sono insufficienti a fronte di provvedimenti che, invece, sono e devono essere di sistema!

La proposta che segue riguarda, quindi, l’intero sistema. Ovviamente richiede tempi non brevi di attuazione, ma ciò non esclude che non si possa e non si debba operare per gradi, avendo però certezza sulla visione di insieme e sull’asse culturale ed educativo che si intende offrire alle nuove generazioni. Occorre anche tenere presente che il Sistema nazionale educativo di istruzione e formazione – come si evince dall’art. 1, comma 2 del dpr 275/99 – si è impegnato non solo a istruire sulle discipline, ma anche a educare secondo i principi della Cittadinanza e della Costituzione e a formare ciascun cittadino nello e per lo svolgimento della sua personalità (art. Cost. 2) con processi di insegnamento fortemente individualizzati.

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Dopo quanto scritto e illustrato, i criteri ispiratori di una possibile proposta di complessivo riordino dell’intero Sistema educativo nazionale di istruzione e formazione, seguita da schemi riassuntivi, sono i seguenti:

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una generalizzazione di una scuola per l’infanzia biennale dai 3 ai 5 anni di età ed eventuale collegamento con le esperienze delle Sezioni Primavera

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un’istruzione di base decennale obbligatoria di 5 ai 15 anni di età, distinta in due cicli quinquennali:
- un primo ciclo largamente pluridisciplinare, dai 5 ai 10 anni di età, in grado di sollecitare sia il superamento dell’egocentrismo e lo sviluppo del Sé che l’acquisizione e il consolidamento dei saperi e delle abilità tipiche del pensiero concreto
- un secondo ciclo, dai 10 ai 15 anni di età, progressivamente curvato su specifici saperi e abilità disciplinari tipiche delle operazioni formali e dello sviluppo di un’autonomia di pensiero

ATTENZIONE! Iniziare un primo ciclo di istruzione a 5 anni di età non comporta un anticipo in senso stretto. In altri termini, gli alunni non saranno tenuti ad apprendere ciò che oggi costituisce oggetto delle Indicazioni nazionali per la prima classe della scuola primaria. Pertanto, per i due quinquenni occorrerà scrivere Indicazioni nazionali commisurate ai nuovi livelli di età. Al termine dell’istruzione di base obbligatoria decennale saranno certificate: a) le competenze che riguardano l’esercizio della cittadinanza attiva e lo sviluppo dell’apprendimento permanente; b) le competenze culturali essenziali di base che consentono un inserimento positivo e produttivo in una società complessa e una scelta consapevole degli studi dell’istruzione secondaria. Tali competenze saranno individuate, definite e descritte in sede di Indicazioni nazionali

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un’istruzione secondaria distinta in tre percorsi di pari dignità:
- un percorso di istruzione letteraria dai 15 ai 18 anni di età
- un percorso di istruzione tecnica dai 15 ai 18 anni di età
- un percorso di istruzione professionale dai 15 ai 18 anni di età

Al termine di ciascun percorso sono certificate competenze culturali avanzate comuni e competenze specifiche preprofessionalizzanti relative a ciascun settore.

Con tale scelta si elimina la tradizionale subalternità dei percorsi professionali a quelli tecnici e classici. Inoltre, un’istruzione umanistica comune, quale ad esempio emerge dalle proposte di Marta Nussbaum, caratterizza uniformemente ciascuno dei tre percorsi.

Al termine dei 15 anni – stando alla normativa vigente – gli alunni potranno optare per uno dei tre successivi percorsi oppure per l’istruzione e formazione professionale regionale o per l’apprendistato. Saranno previste e regolate “passerelle” da un percorso ad un altro con opportuna certificazione delle competenze via via acquisite. Saranno previsti anche rientri dal mondo del lavoro al sistema di istruzione. I percorsi postdiploma dell’Istruzione Tecnica Superiore, istituiti da quest’anno scolastico 2011/12, continueranno ad essere operativi. L’esame di Stato conclusivo dei tre percorsi di istruzione secondaria sarà finalizzato alla certificazione delle competenze, che saranno individuate, definite e descritte in sede di Indicazioni nazionali.

Ovviamente, saranno attivati tutti quei percorsi, di cui alle recenti Indicazioni nazionali e Linee guida, relativi a indirizzi e opzioni finalizzati al conseguimento di specifiche competenze di settore.

 

Schema riassuntivo

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Scuola per l’infanzia biennale 3-5 anni di età

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Istruzione di base distinta in due cicli quinquennali: 5-10 e 10-15 anni di età

primo ciclo con scansioni di apprendimenti fortemente pluridisciplinari (le tre aree, quella del , linguistico/espressiva; quella del Sé e gli Altri, linguistico/comunicativa, quella del Sé e le cose, matematico-scientifico-tecnologica; superamento dell’egocentrismo, sviluppo e consolidamento delle operazioni concrete

- secondo ciclo con scansioni di apprendimenti pluri- e monodisciplinari: sviluppo, acquisizione e consolidamento delle operazioni formali nei campi disciplinari

punto elenco

Istruzione secondaria 15-18 anni di età
Istruzione letteraria
– studi essenzialmente umanistico-letterari
-  Istruzione tecnica
– studi tecnici finalizzati all’high tech
-  Istruzione professionale
– studi tecnici finalizzati all’high touch

Nei tre percorsi fortemente unitari rispetto ad una cultura essenziale e necessaria per comprendere il mondo contemporaneo e accedervi positivamente, una istruzione di base umanistica è comune: vedi le indicazioni di Martha Nussbaum, Non per profitto, perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica.

 

Tabella esplicativa

 

Scuola per l’infanzia

 

3-4 anni

4-5 “

 

 

 

 

Istruzione di base decennale obbligatoria

Primo ciclo

5-6 anni

6-7 “

7-8 ”

8-9 “

9-10 “

Secondo ciclo

10-11 “

11-12 “

12-13 “

13-14 “

14-15 “

Certificazione di competenze di cittadinanza
e di competenze culturali di base

 

 

Istruzione secondaria (regime del diritto-dovere)

 

Letteraria

15-16
16-17
17-18

Tecnica

15-16
16-17
17-18

Professionale

15-16
16-17
17-18

Certificazione di competenze culturali avanzate
comuni ai tre percorsi e d
i

competenze specifiche preprofessionalizzanti

competenze specifiche preprofessionalizzanti

competenze specifiche preprofessionalizzanti

 

Maurizio Tiriticco

* intervento al 4° seminario nazionale sul tema “cicli scolastici: lo snodo delle medie”, organizzato dal Forum Istruzione del PD in Roma il 17 e 18 marzo 2012