ISLAM. NO ALLA PROPOSTA MARTINO.

La religione è una questione seria.

Troppo, per farla insegnare a scuola.

Emanuele Ottolenghi, Il Nuovo Riformista del 10/3/2006

 

Il Cardinale Raffaele Renato Martino, presidente del Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace, ha espresso sostegno all'idea che s'insegni l'Islam a scuola come alternativa all'ora di religione. Il cardinale sbaglia. A scuola, non solo non si deve insegnare l'Islam in maniera dottrinale (altro fatto è l'Islam come fenomeno storico, e per questo sono sufficienti i docenti di storia), ma è ora di non insegnare più nemmeno la religione cattolica. Si può capire la posizione vaticana: per difendere il proprio privilegio - conquistato nel ventennio e gelosamente custodito fino ad oggi - la Chiesa deve estenderne parte anche ad altri, ora che i musulmani sono troppo visibili per essere ignorati. Ma la risposta alla richiesta di notabili musulmani che si insegni l'Islam a scuola non può essere data dal Vaticano né può esprimere l'interesse della Chiesa. L'Italia è uno stato laico. Spetta al governo “aprire” all'Islam. E nel dialogare con le religioni e i loro rappresentanti, lo stato deve ergersi a difesa dei diritti dei cittadini e dei valori che esso esprime quale democrazia liberale e che si riassumono nei concetti di pluralismo, società aperta, libertà e uguaglianza per gli individui. E se quelle libertà comprendono non solo il diritto di apprendere una fede, ma anche di non apprenderne nessuna, non spetta allo stato istruire i cittadini nella dottrina di loro scelta. Libera chiesa in libero stato significa che in materia di fede ognuno di noi esercita in coscienza una scelta e ne cerca soddisfazione spirituale nei luoghi appropriati, cioè i luoghi di culto, e attraverso il ministero del clero che quei luoghi di culto amministra secondo questa o quella dottrina religiosa. Non tocca allo stato finanziare l'indottrinamento religioso dei minorenni sottoposti all'obbligo scolastico.

Tra l'altro, l'introduzione dell'Islam a scuola presenta gravi problemi. Non si può lasciare che i ministri di culto incaricati di insegnare l'Islam a scuola siano nominati dall'equivalente islamico della Curia. Il rischio di radicalizzazione, presente già in alcune moschee, è troppo grande. Né si può d'altro canto rischiare che i ministri incaricati di insegnare la dottrina a scuola siano vagliati dallo stato per censurarne eventuali eccessi - la religione è una cosa seria, spetta agli interpreti dei testi sacri parlare a suo nome, non a un funzionario del ministero della pubblica istruzione o a una spia del ministero dell'interno. Non parliamo poi dei libri di testo. Di catechismo scrivano i teologi, senza la censura dello stato. E di storia scrivano gli storici, senza la censura del clero. Altrimenti, i nostri diritti diventano prigionieri dei custodi della fede, la nostra storia prigioniera del politically correct.

Per tutelare appieno quei diritti, occorre dunque non solo ripudiare l'apertura fatta dal cardinal Martino all'Islam, ma anche dire no a qualsiasi religione: no a scuole confessionali che godono di sussidi dello stato (sì a scuole che si mantengono da sole, ma solo se adottano il curriculum sancito dallo stato), no a simboli religiosi nelle scuole e negli uffici pubblici, no alla trasmissione di funzioni religiose sulla televisione di stato pagata dai soldi del contribuente, no all'ora di religione a scuola, specie se insegnata come dottrina e non come storia, e certamente no a tale insegnamento se impartito da membri del clero, autorizzati dalla propria gerarchia ecclesiastica e non abilitati dallo stato al mestiere della docenza. Né per i musulmani né per i cattolici né per nessun altro. Chi vuole un crocifisso, se lo metta al collo o lo appenda in casa, chi vuole vedere una messa vada in chiesa, chi vuole apprender di Vangelo e Corano vada in parrocchia e alla moschea locale, e si sentano libere le religioni di trasmettere il loro messaggio via etere su televisioni e radio privatamente finanziate. Non così lo stato, che deve essere di tutti i cittadini e che per questo, in una società di tante religioni e molteplici persuasioni, può esserlo soltanto se rimane neutrale in materia di fede.
Da troppo tempo l'Italia, barricata dietro l'illusione crociana secondo cui “siamo tutti cristiani” si è aggrappata ai crocifissi in aula e in tribunale, all'ora di religione, prima coatta, poi prevalente anche con l'ora alternativa, e all'idea che i simboli e la storia del cattolicesimo sono parte integrante dell'identità nazionale. E passi pure quando in Italia i cattolici erano il 96% della popolazione, e il tasso di religiosità era alto. Ora però gl'italiani non sono più “tutti cristiani”. Quei privilegi quindi non possono più passare sotto silenzio, quando esiste in Italia una minoranza religiosa musulmana che conta quasi un milione di fedeli - per tacere delle altre più piccole minoranze storiche. Ed è una minoranza destinata a crescere, mentre i cattolici, praticanti e no, continueranno a diminuire in numeri e percentuale. Possiamo dunque continuare a privilegiare la Chiesa cattolica, in virtù della storia patria e dell'inerzia costituzionale che ci vincola ancora al Concordato e ai privilegi che ne discendono, o bisogna estendere alcuni di quei privilegi - magari non subito, magari non tutti - anche a quella che si appresta a diventare la seconda religione del paese, e così facendo salvaguardare quelli di cui gode la Chiesa? La risposta è né l'uno né l'altro.

Occorre invece aprire un dibattito su come promuovere una separazione finale e definitiva tra stato e confessioni religiose. La religione è una cosa troppo seria per permettere che lo stato s'immischi. E la libertà che uno stato laico, liberale e democratico garantisce ai cittadini è troppo preziosa per rischiare che sia condizionata dalla religione. Chi veramente vuole praticare una fede e studiarne i comandamenti, le norme e i misteri dottrinali e scritturali, può farlo nel miglior modo possibile frequentando il proprio santuario preferito - chiesa, moschea, sinagoga, tempio e luogo di preghiera - e l'istruzione ivi offerta. A scuola invece è bene che si insegnino seriamente i doveri e i diritti del cittadino e i valori della società aperta: in una società multiculturale, non è insegnando religione a scuola che si crea un comune sentimento di appartenenza, ma quelle libertà che fanno dell'Occidente l'unico luogo dove gli uomini sono veramente liberi di credere, e non credere, nella maniera e secondo la dottrina che scelgono di seguire.