I compiti a casa non piacciono più

Una elementare di Manhattan li abolisce, per la preside “fanno più male che bene”. Il mondo della scuola si divide: inutile supplizio o mezzo educativo indispensabile?

di Paolo Mastrolilli, La Stampa 8.3.2015

PAOLO MASTROLILLI, INVIATO A NEW YORK
La scuola preferita di Pinocchio adesso ha un nome e un indirizzo. Non si trova nel Paese dei balocchi, ma a Manhattan, per la precisione sulla 33esima strada East. Si chiama P.S. 116 e sta facendo discutere l’intera America, perché la preside Jane Hsu ha deciso di cancellare i compiti a casa fino alla quinta elementare. Al loro posto, i bambini saranno incoraggiati a giocare, passare più tempo con i genitori e magari leggere, però solo a piacere.

«Siamo eccitati - ha scritto la preside alle famiglie - di ridefinire il panorama dello studio a casa. Questo tema ha ricevuto molta attenzione di recente, e gli effetti negativi dei compiti sono stati ben dimostrati». La P.S. 116 quindi ha deciso di farne la sua crociata, per provare all’America che esistono strumenti migliori per istruire i bambini e costruire il loro successo accademico.

Il problema degli «homework» era esploso l’anno scorso, quando molti bambini venivano puniti e costretti a saltare la ricreazione perché non li avevano consegnati. Lo School Leaderhip Team della P.S. 116, composto da insegnati e genitori, si era riunito per discutere la questione, e dopo una riflessione durata diversi mesi ha deciso a dicembre di cancellare i compiti: «Molti studi sono stati condotti sull’effetto degli homework alle elementari, e nemmeno uno ha offerto alcuna prova che li colleghi direttamente ai risultati accademici presenti o futuri. Quindi stiamo creando opportunità per gli studenti e le loro famiglie di impegnarsi in attività che la ricerca ha dimostrato essere utili per beneficiare il successo accademico, sociale ed emotivo». 

Le scuole pubbliche di New York, come la P.S. 116, non hanno una politica uniforme sui compiti. Fino a poco tempo fa le scuole americane non avevano neppure un programma nazionale unico, e il «Common core» che è stato introdotto di recente fatica ad affermarsi. Presidi e insegnanti quindi sono liberi di fare come preferiscono. Nel sistema pubblico convivono strutture come la P.S. 116, e scuole per i bambini «gifted and talented», ossia particolarmente dotati, dove si accede attraverso un test e poi si segue un programma accelerato che include homework quotidiani. Le private invece sono libere di scegliere cosa fare, ma in genere sono accademicamente rigorose e offrono anche sistemi di compiti digitali strutturati come videogiochi, tipo la matematica di Dreambox che si studia sull’iPad. 

Il dibattito su questo tema è antico. Quasi dieci anni fa Alfie Kohn aveva pubblicato un libro che aveva fatto scalpore, intitolato «The Homework Mith», secondo cui far passare ai bambini altro tempo sui libri, dopo una giornata in aula, è dannoso. Kohn la pensa ancora così: «Non c’è alcuna prova che al livello delle elementari servano. I genitori che li pretendono sono malati di competitività tossica. Ma se diamo valore al bambino nel suo insieme, che include lo sviluppo sociale, emotivo, morale, artistico, fisico e intellettuale, è difficile credere che altro lavoro accademico serva». I suoi critici rispondono che i compiti rafforzano le informazioni ricevute, e soprattutto creano la disciplina essenziale per poi riuscire nel futuro scolastico. Pinocchio naturalmente sta con Kohn, ma diversi genitori della P.S. 116 si sono ribellati, e stanno meditando di trasferire i figli dove insegna ancora la Maestrina dalla Penna Rossa.