Buttiamo lo Stato fuori dalla scuola. «La soluzione ai problemi dell’istruzione non sono le scuole paritarie»

Istituti autonomi nella gestione delle risorse umane e dell’offerta formativa, ma pagate dal paese. È questa la proposta dell’economista Andrea Ichino, perché «bisogna far funzionare bene le scuole pubbliche».

  da Tempi.it, 12.1.2014

Scuola come Atlantide, continente sommerso da un formidabile blocco di potere. Un esercito di parrucconi che si oppone da quasi mezzo secolo all’unica riforma che sarebbe veramente necessaria a sollevare dalla polvere e rimettere finalmente in marcia un paese incartapecorito nella continuazione dello stato corporativo dell’istruzione statale unica, fascista sebbene con altri nomi, costantemente al ribasso, epperò “uguale per tutti”. Della proposta firmata da Guido Tabellini e Andrea Ichino (Liberiamo la scuola, e-book del Corriere della Sera), si è parlato come dell’acqua fresca sulla pietra. Tanti complimenti. E poi il solito nulla (in attesa delle ricorrenti come le feste di Natale e Pasqua manifestazioni degli studenti, sempre plaudite dalla grande stampa perché di esse si nutre il funzionariato che sull’immobilismo della scuola da morta gora ci campa).

Per i dettagli della proposta Ichino-Tabellini rinviamo a una magnifica intervista del mensile forlivese Una città (www.unacittà.it) che è probabilmente il domicilio dell’unica sinistra italiana veramente nuova e dove Giorgio Calderoni e Gianni Saporetti hanno sviscerato in lungo e in largo l’autenticità della liberazione contenuta nella proposta dei due economisti. Con Andrea Ichino, Tempi cerca invece di capire, oltre agli aspetti più innovativi della sua “scuola autonoma”, se quel 10 per cento circa di scuole paritarie che compongono il sistema pubblico dell’istruzione italiana – e che fanno risparmiare intorno ai 7 miliardi di euro l’anno a uno Stato cieco e ingrato – non debbano unirsi all’obiettivo di rivoluzione del sistema. Piuttosto che, ogni anno, star lì a pietire quattro soldi di elemosina da Roma.

 

Riforme. Questa la parola d’ordine per il 2014 che sembra convincere in modo bipartisan sia la politica sia quanti ricoprono a vario titolo ruoli e responsabilità nelle istituzioni italiane. Nel comparto scuola, però, da quarant’anni a questa parte, ogni intervento riformatore sembra arenarsi perché il sistema è bloccato dalla mancanza di risorse.

Agli italiani viene costantemente detto che gli interventi riformatori sono bloccati dalla mancanza di risorse, ma i dati Ocse (Education at a Glance) esaminati dal Rapporto del Forum “Idee per la crescita” (vedi e-books del Corriere della Sera) mostrano una realtà diversa. Nel 1999-2000 la spesa annua per studente era maggiore in Italia rispetto alla media dei paesi Ocse in tutti e tre i livelli di istruzione: pre-scolare, primaria e secondaria. Ad esempio, nel caso della secondaria, lo Stato italiano spendeva 7.218 dollari per studente mentre la media Ocse era 5.957 (e il confronto è in termini reali, ossia a parità di potere d’acquisto della moneta). È vero che i governi Berlusconi hanno tagliato pesantemente la spesa per l’istruzione e lo hanno fatto nel modo peggiore possibile, ossia colpendo alla cieca non solo chi meritava di essere punito, ma anche chi con fatica e senza riconoscimenti teneva in piedi la scuola italiana. Tuttavia, nel 2008-2009 la spesa per studente secondario italiano era comunque di 9.112 dollari, di poco inferiore alla media Ocse di 9.312. Ha ragione chi nota che lo Stato italiano spende poco per la scuola in proporzione al Pil e in proporzione alla spesa pubblica totale, ma quello che conta per valutare se le risorse sono scarse o sufficienti è la spesa per studente. E il motivo per cui questa spesa, nonostante tutto, è alta in Italia deriva dal forte calo demografico che ha caratterizzato il nostro paese. Lo Stato italiano non spende poco per i suoi studenti, spende male! Le riforme sono bloccate dalla incapacità dell’amministrazione statale di gestire la scuola: è fallimentare anche solo la gestione ordinaria, figuriamoci quella straordinaria che sarebbe necessaria per attuare riforme in modo efficiente! Ecco perché, con Guido Tabellini abbiamo sostenuto, nel libro Liberiamo la scuola, che l’unica riforma urgente sia di consentire l’“opting out” dalla amministrazione statale. Ossia consentire, in via sperimentale, controllata e valutata, a chi vuole gestire diversamente scuole e università pubbliche di poterlo fare in modo completamente autonomo riguardo alla gestione delle risorse, soprattutto umane, e della offerta formativa.

 

Professore, per dirla con il titolo del suo libro, è venuto il momento di “liberare la scuola”. Ci può delineare in sintesi in cosa consiste la sua proposta di “liberazione” del nostro sistema di istruzione attraverso le “free school”, scuole completamente autonome nella gestione dell’istruzione, ma pagate interamente dallo Stato?

La nostra proposta integra l’esperienza delle Charter schools in America e delle Grant Maintained schools nel Regno Unito (entrambi ascensori sociali nei loro paesi, quando si collocano, e spesso accade, in quartieri disagiati). Come nelle Charter schools, presidi, genitori, docenti o enti esterni potranno formare comitati che si candidano a gestire una scuola. Non sarà però l’autorità statale a contrattare il programma, che sarà invece sottoposto all’approvazione di elettori definiti in rapporto al bacino di utenza della scuola. In caso di approvazione, a maggioranza degli aventi diritto, il comitato gestirà la scuola in totale autonomia per quel che riguarda il personale (in particolare assunzioni, retribuzioni ed eventuali licenziamenti degli insegnanti), le attrezzature e il disegno dell’offerta formativa. L’autonomia avrà però un controllo. Gli studenti delle nuove scuole autogestite dovranno superare gli stessi test ed esami che ogni altro studente dovrà affrontare. Ma cambierà il formato della Maturità che sarà strutturata per “singole materie”, invece che per “pacchetti di materie” in modo da porre fine all’anomalia del sistema italiano che non consente agli studenti di modulare gradualmente il loro percorso formativo in funzione degli studi universitari da intraprendere successivamente. Le scuole autogestite non dovranno sottrarre risorse a quelle tradizionali: riceveranno inizialmente un fondo pari al loro costo storico annuo globale. Successivamente, saranno finanziate in proporzione agli studenti che riusciranno ad attrarre. Non potranno chiedere rette di iscrizione, ma potranno raccogliere finanziamenti privati, subordinati a un prelievo a favore di un fondo di solidarietà per le scuole che non possano accedere alle stesse risorse. Poiché a regime saranno gli studenti a finanziare le scuole con le loro scelte, lo Stato dovrà investire nel ruolo fondamentale di valutazione dei diversi istituti e di diffusione capillare delle informazioni che dovranno consentire alle famiglie, anche quelle meno agiate, di scegliere a ragion veduta. Per ridurre il rischio di “scuole ghetto”, da evitare soprattutto ai livelli più bassi di istruzione, gli istituti autogestiti saranno limitati nella libertà di stabilire i criteri di ammissione. La burocrazia ministeriale, troppo rigida e lenta, ha dimostrato di non saper gestire la scuola in un modo soddisfacente per tutti. È giunto il momento di consentire a chi, democraticamente, vuole provare una strada diversa, di poterlo fare.

 

Diciamocelo, la scuola italiana è in un vicolo cieco. Con quasi un milione di addetti e centinaia di migliaia di precari, le risorse dello Stato non servono neppure a coprire le spese correnti. Quanto può durare questa agonia?

Come ho già detto, le risorse ci sono: vanno solo usate meglio, liberando le energie che la scuola italiana ha e che in questo momento sono bloccate dalle pastoie ministeriali. È necessario anche allontanare dalla scuola quegli insegnanti che non sanno fare bene il loro mestiere e sappiamo tutti che purtroppo non mancano. Già soltanto questa misura, osteggiata dai sindacati che sostengono che i problemi sono altri, libererebbe risorse che potrebbero essere usate meglio. Le buone scuole le fanno innanzitutto i buoni insegnanti. Quindi è su questi che bisogna puntare, togliendo dalle scuole italiane quelli che costituiscono solo un freno, soprattutto a danno degli studenti più poveri, dato che i ricchi una soluzione per ovviare ad un insegnante incapace la trovano sempre. I sindacati devono spiegare perché il diritto al posto di lavoro di un insegnante incapace debba prevalere sul diritto di uno studente, soprattutto se povero, a ricevere un’istruzione adeguata. Nell’esperienza delle Grant Maintained schools inglesi, è stato soprattutto il rinnovamento della classe docente il maggior fattore di successo. Queste scuole libere di gestire le risorse umane, sono state in grado di attrarre insegnanti migliori retribuendoli in modo adeguato. E i risultati sono stati immediati.

 

Crede che le scuole paritarie dovrebbero aderire alla sua proposta invece di rassegnarsi ogni anno a rinegoziare sussidi sempre più esigui? Pensi a casi come quelli di Bologna o Milano, dove tra tasse comunali e tagli ai finanziamenti ad asili e scuole paritarie, rischiamo una seria emergenza educativa. E parliamo di due città italiane che hanno i migliori standard europei. I gestori di queste scuole protestano, giustamente. Ma non crede che serviranno a ben poco le proteste se anche questo mondo scolastico, largamente cattolico, non convergerà non nella difesa delle scuole paritarie, ma nella battaglia per una riforma laica, di sistema, liberale come la sua?

Non credo che la soluzione ai problemi della scuola italiana siano le scuole paritarie o private. La soluzione è far funzionare bene le scuole pubbliche, affidandole a gestori capaci. Lo Stato ha dimostrato di non saper gestire in modo efficiente le scuole e quindi dobbiamo provare ad affidare la loro gestione a soggetti diversi, come illustrato nella nostra proposta. Credo che una concentrazione di pressione politica e sociale per una riforma laica e liberale come quella che ho proposto con Guido Tabellini, sia più efficace della difesa di specifiche scuole paritarie, perché è una proposta che va al cuore del problema della scuola italiana. Nella nostra proposta lo Stato mantiene un ruolo di controllo, regolazione e soprattutto informazione al servizio delle famiglie, perché saranno le famiglie, con le loro scelte, a finanziare le scuole. Ma per poter scegliere a ragione veduta le famiglie dovranno disporre di informazioni ampie e dettagliate su tutte le scuole e sulle storie post-diploma dei loro studenti.

 

È possibile, se ci fosse la volontà politica, avviare una sperimentazione della sua proposta già a partire dall’anno 2014-2015? Ha trovato attenzione nell’attuale governo? E dal ministro Carrozza?

Credo che il ministro Carrozza non abbia nemmeno letto la nostra proposta. L’ho invitata a discuterla, quando l’ho presentata alla Fondazione Corriere della Sera, ma ha declinato l’invito. Iniziare la sperimentazione della nostra proposta richiederebbe solo un po’ di coraggio con rischi contenuti. Basterebbe verificare se in qualche scuola ci fosse interesse per tentare la sperimentazione, e consentire le elezioni che dovrebbero sancire l’opting out. Non servirebbero tante scuole, ne basterebbe qualcuna e se questi esperimenti isolati avessero successo allora altre scuole seguirebbero. Ma chi preferirà continuare con il vecchio sistema potrà farlo senza perdita di risorse. Temo però che per provare dovremo aspettare un nuovo ministro… con un orizzonte più lungo.