La scuola, da sola, non basta...

di Paolo Fasce, Pavone Risorse 16.10.2013

Nel suo intervento domenicale de Il Secolo XIX, Maurizio Maggiani approfitta della pubblicazione dei risultati sulla literacy e la numeracy degli adulti condotta dei Paesi OCSE che ci colloca in fondo alle classifiche. Il motivo: in Italia manca la formazione al di fuori della scuola. La tesi di Maggiani, sostanzialmente emerge da quest'affermazione:

«L'inchiesta Piaac stabilisce una ferrea correlazione tra le migliori performance e la robusta presenza di strutture di formazione permanente; ovvero, quei luoghi fisici e virtuali, oltre  al di là delle strutture scolastiche, che mantengono attivo e sviluppano il processo di apprendimento e di conoscenza dell'intera collettività. In Italia questa roba non esiste, o, meglio, non esiste più. Non esiste alcun impegno pubblico di formazione per gli adulti fuori dal circuito scolastico, né per chi ancora va a scuola e può essere interessato a qualcos'altro che non si compreso nel programma scolastico. Non esiste al riguardo alcun impegno, e neppure alcun interesse, da parte di nessun governo della Repubblica da almeno 40 anni. Non esiste alcun impegno pubblico neppure al riguardo della televisione, che rimane, altrove, il più importante e capillare strumento di formazione permanente. Lo è stat anche in Italia per tre decenni, non lo è più da altrettanti.

Eppure esiste in questo Paese una televisione pubblica potente, potentissima, una struttura che non ha eguali per mezzi e risorse erogate dalla collettività in su favore».

Maggiani, sostanzialmente, ci dice che perché la scuola sia efficace occorre allocarla in un contesto culturale complessivo che sia valorizzante, e non delegittimante. Il dibattito nazionale sulla scuola, che ho letto essere stato un asse portante di quello elettorale tedesco alle recenti consultazioni, si limita alla scrittura di pamphlet, vedi quello di Ichino, che poi trovano sintesi giornalistiche del tipo: “Docenti malpagati, ma lavorano poco” che, ulteriormente, delegittimano e di conseguenza indeboliscono la motivazione della popolazione nei confronti dell'impegno scolastico.

Fortunatamente qualcuno si indigna (http://www.latecnicadellascuola.it/index.php?id=49243&action=view ) e mostra che “I docenti lavorano molto, spesso in situazioni di totale svantaggio”.

Il contesto generale è così degradato che a dire che “il re è nudo”, ancora una volta, deve pensarci qualcuno, fuori dall'Italia, in questo caso l'Europa. Se infatti sono ormai quindici anni che il precariato scolastico è esploso nel nostro paese, solo nel chiuso delle nostre mura ci rifiutiamo di affrontare seriamente il problema, accontentandoci di mettere qualche pezza, senza mai aggredirne le cause. Uno Stato che non sa fare di meglio, deve comportarsi come segue: concedere l'accesso in soprannumero a chi giunge al terzo anno di precariato da non abilitato; assumere chiunque arrivi al terzo anno di lavoro da precario abilitato. Parallelamente a questo, dovrà costruire le condizioni perché le Università sfornino abilitati secondo i bisogni reali dei territori, allocandone la formazione e reclutamento laddove ci sono i posti, secondo le esigenze certificate.