scuola

Bertagna: i test di ingresso?
No, sarebbe un ritorno a Gentile

intervista a Giuseppe Bertagna il Sussidiario 21.3.2013

I test d'ingresso entrano nelle scuole medie. Alcuni licei, istituti tecnici e convitti hanno svolto nei mesi di gennaio e febbraio scorsi diverse prove per limitare gli accessi. Sono scritti di matematica e italiano, inglese e tedesco, di logica e di musica destinati a chi sta frequentando la terza media e con largo anticipo ha già  scelto la scuola dove approdare. I risultati di questi test serviranno a presidi e rettori delle superiori per fare selezione basandosi sui meriti, le conoscenze e le attitudini. Nel frattempo si sono scatenate le polemiche: c'è chi parla di tradimento della Costituzione, chi dice che non si può fare selezione quando ancora si deve assolvere l'obbligo scolastico, chi fa notare che una scrematura ci vuole, semplicemente perché le scuole non possono incrementare a dismisura i frequentanti senza compromettere la stessa attività  didattica. Ilsussidiario.net ha chiesto l'opinione di Giuseppe Bertagna, pedagogista, artefice dell'allora riforma Moratti.

Che ne pensa, professore?

Se per selezione si intende orientamento formativo sono d'accordo. Dall'infanzia all'università . Anche nei corsi di laurea del mio Dipartimento, ad esempio, facciamo prove di ingresso. Certo non quiz alla Profumo. Ma le prove iniziali, anche osservative e quindi prolungate nel tempo, servono per capire come impostare l'offerta formativa, così da dare a ciascuno l'occasione di percorsi personalizzati. Chi deve fare gli Ofa, chi può iscriversi ai corsi avanzati, chi accede a quelli normali, chi ha bisogno di tutorato personale o di gruppo, chi può allinearsi soltanto con alcune attività  di studio sussidiario, ecc. Insomma, un modo per aumentare la qualità  dei corsi, ma senza perdere nessuno.

Non pare però che questa sia l'ottica delle iniziative intraprese. Anche per questione di posti disponibili, i test di ingresso intendono scegliere i pi๠adatti ad un determinato corso di studio, interpretano il merito come eccellenza nell'adattamento alle richieste formulate a priori dal tipo di scuola.

Se è così meglio tornare a Gentile. Era un sistema pi๠serio - dico quello di Gentile, non del fascismo, poi purtroppo continuato con la Repubblica -. Allora il sistema di istruzione serviva a un solo scopo: trovare nei cento che partivano in prima elementare i due che potevano andare fino all'università  e che quindi avrebbero potuto diventare classe dirigente.

Gentile voleva selezionare i migliori culturalmente.

E' così. Di fatto, per il modo con cui poi il fascismo applicò la sua riforma e per il modo con cui purtroppo si è conservata fino a noi, si selezionavano (si continuano a selezionare come ci conferma il recente Rapporto Bes: Benessere Equo e Solidale 2013 dell'Istat), soltanto i favoriti sociali.

Se era così serio perché non possiamo tornare a Gentile?

Molto semplice. Anche a lasciar stare il fatto che non sia un impianto pedagogico e che sia in più anche ingiusto, il darwinismo culturale o sociale soggiacente al gentilianesimo è tremendamente dissipatorio. Spreca e svilisce le intelligenze e le eccellenze non «scolastiche» (forse meglio dire «scolasticistiche»). Oggi non è più riproponbile. Da un lato, infatti, le coorti generazionali, con la catastrofe demografica degli ultimi decenni, hanno reso i giovani la merce più preziosa che possediamo. Non possiamo tollerare, per economia se non, come dovrebbe essere, per pedagogia, di sacrificare ad un’unica forma di intelligenza e di eccellenza, appunto quella «scolastica», l’intelligenza e l’eccellenza di cui invece ogni essere umano è portatore. Dall’altro lato, inoltre, con la globalizzazione e la società della conoscenza, per mantenere i livelli di benessere raggiunti abbiamo assoluto bisogno del contributo non dell’intelligenza e dell’eccellenza di pochi ma di tutti, nessuno escluso, e per di più distribuite con impegno lungo tutto l’arco della vita.

Come mai allora questi ritorni al passato presentati come avanguardie della futura meritocrazia?

Dopo il fascismo, era ragionevole aspettarsi che la Repubblica democratica modificasse alla radice il paradigma selettivo del sistema scolastico, peraltro esasperato nel suo statalismo centralista durante il ventennio. Non accadde. Ci fu invece a partire dalla fine degli anni 60 una scelta giustissima: allargare la scuola a tutti, e possibilmente fino agli studi superiori. Purtroppo, però, soltanto cercando di «democratizzare» sempre più un sistema e un’organizzazione che non era nato a questo scopo e che non aveva affatto questo scopo.

Allora che facciamo, adesso?

E allora non si può più pensare ad un sistema che chiede ai ragazzi di adattarsi alla propria offerta, ma occorre pensare ad un sistema che si adatti alle caratteristiche specifiche dei giovani. Raccogliere, ancorché con colpevole ritardo, la sfida culturale lanciata con coraggio dieci anni fa dalla riforma Moratti e osteggiata, questo il paradosso, dagli stessi che oggi si oppongono a questa malintesa meritocrazia selettiva.  Ovvero si tratta di offrire percorsi secondari e superiori molto differenziati, sebbene di pari dignità. Smettendola con la mentalità del liceo che sarebbe di serie A, dei tecnici che starebbero nella serie B, i professionali in serie C, i Cfp in D e l’apprendistato nemmeno ritenuto formazione, perduto, in play out.

Abbandonare una impostazione «licealista», dunque. Come invertire la rotta?

Lo si fa: con un forte rilancio del programma sturziano di decentramento delle responsabilità e delle strutture formative ai territori; con una reale e piena autonomia delle istituzioni scolastiche nel reclutamento e nella gestione del personale, nella flessibilità organizzativa, nella personalizzazione dei percorsi formativi; affiancando all’università una forte formazione professionale superiore (come accade in Germania); avviando (come accade ancora in Germania) un vero e proprio sistema formativo di massa dai 15 ai 29 anni fondato sull’apprendistato; col riconoscimento che le competenze  acquisite anche in situazioni non formali (luoghi di lavoro) e informali (la vita ordinaria) valgono tanto quanto quelle certificate con i titoli di studio formali della scuola e dell’università.