Scuola, parola d’ordine: valutazione

La neoministro dell’Istruzione è chiamata ad affrontare subito questioni complesse come il reclutamento, la valutazione e la conseguente premialità nella scuola e nell’università. Sono temi spinosi, ma chi valuta e seleziona i percorsi formativi dei giovani non può sottrarsi a processi analoghi.

Daniele Checchi, La Voce.info  24.5.2013

IL NODO SCUOLA

Maria Chiara Carrozza, nuovo ministro dell’Istruzione, appena insediata si trova già a fronteggiare una situazione scomoda e molto complessa, creata dal sovrapporsi di adempimenti, che in parte sono da far risalire all’operato (o al mancato operato) dei ministri precedenti.
Proviamo a mettere in fila quelli che a parere di chi scrive sembrano i più importanti. Usiamo la chiave di lettura dei manuali di economia del personale, secondo i quali il problema centrale per ogni datore di lavoro è
attrarre, trattenere e motivare il proprio personale. Il ministro dell’Istruzione è il più grande datore di lavoro del paese, avendo alle proprie dipendenze più di un milione di addetti. Nella scuola si tratta infatti del controllo diretto di 600mila insegnanti di ruolo, cui sommare 70mila insegnanti con contratto a tempo determinato, 89mila insegnanti di sostegno e circa 26mila insegnanti di religione, per un totale di poco meno di 800mila insegnanti impiegati nei diversi ordini scolastici. Ad essi vanno aggiunti poco più di 240mila unità di personale non docente. (1)
Il primo problema che la neoministro deve fronteggiare è quello delle modalità di
reclutamento dei nuovi insegnanti. Sembra ormai diffuso il consenso sull’idea della programmazione dei futuri ingressi nella professione insegnante a partire dalla proiezioni demografiche, e in assenza di prevedibili innalzamenti del tasso di fertilità è facile attendersi che i prossimi ingressi avverranno solo attraverso il ricambio generazionale. Il 40 per cento degli insegnanti italiani ha più di 54 anni  e quindi andrà in pensione nei prossimi dieci anni. Immaginando un’uniformità della distribuzione temporale, questo significa un fabbisogno di 32mila nuovi insegnanti per anno per i prossimi dieci anni. Ovviamente, a parità di spesa pubblica nel capitolo istruzione. Tenendo conto dell’incompleto aggiustamento ai tagli previsti dai decreti Gelmini-Tremonti, possiamo immaginare una stima conservativa di 25mila assunzioni per anno. Non a caso, uno degli ultimi provvedimenti del ministro Profumo assegna alle università 20mila posti per l’attivazione di altrettanti Tfa (Tirocini formativi attivi ) per la formazione di nuovi insegnanti, che dovrebbero per questa via acquisire l’abilitazione all’insegnamento. (2) Ma questo scenario si scontra, da un lato, con il concorso a posti per docenti abilitati (quindi un reclutamento immediato) in corso di espletamento e, dall’altro, con la presenza di circa 200mila precari iscritti nelle liste a esaurimento, tra i quali una quota rilevante è già in possesso di abilitazione all’insegnamento conseguita in concorsi passati o attraverso la frequenza delle Ssis (scuole di specializzazione all’insegnamento secondario). Si delinea così un conflitto, sebbene non nel classico senso di “insider” (gli insegnanti di ruolo) contro “outsider” (i precari), ma tra “ousider” con diverso grado di inserimento (precari contro aspiranti insegnanti). Il dilemma è chiaro: immettere in ruolo tutti i precari significa non assumere nessun nuovo laureato per i prossimi dieci anni; immettere solo nuovi laureati significa rendere disoccupati (probabilmente senza alcuna possibilità di reingresso) persone tra i trenta e i quarant’anni con una esperienza media di servizio di 4-5 anni. Il ministro Profumo ha rinviato il problema al suo successore, con annunci mediatici di raddoppio dei posti di Tfa riservati ai precari iscritti alle liste. Non esiste una soluzione palesemente migliore delle altre. Ma ci sono soluzioni più o meno inique generazionalmente. La coorte dei giovani laureati attuali ha diritto ad aspirare alla professione docente, dopo quasi un quinquennio di chiusura di ogni canale d’ingresso. La meritocrazia può aiutare a risolvere il problema? È stata la strada intrapresa dal ministro precedente, salvo inciampare in una molto più screditata “quizzocrazia” nel selezionare gli ammessi agli scritti all’ultimo concorso. Il consenso sarà più ampio se tutti saranno convinti che i nuovi insegnanti siano stati scelti tra i migliori candidati possibili. Il nodo resta come selezionare i migliori aspiranti insegnanti, ben consci che essere stati in classe o aver preso alti voti all’università non significa automaticamente essere un buon insegnante.

 

IL NODO UNIVERSITÀ

Un problema per molti versi simile si ripropone per l’università. Anche in questo caso una percentuale di circa il 40 per cento dei docenti ha un’età superiore ai 55 anni. Ma il picco (quella che l’ultimo rapporto del Cnvsu chiama “l’onda anomala determinata dagli inquadramenti per idoneità del 1980”) è molto più vicino alla pensione, perché ha oggi in media 66 anni (vedi figura). I professori universitari (ordinari, associati e ricercatori) erano 43mila agli inizi degli anni Novanta, 52mila all’inizio degli anni Duemila, hanno raggiunto il picco di quasi 63mila nel 2008 e sono riscesi oggi a 54.700. La fluttuazione ha seguito l’ondata delle iscrizioni suscitata dell’avvio della riforma del 3+2, ed è quindi difficile poter definire un valore di equilibrio di lungo periodo del corpo docente universitario. Tuttavia, osservando i rapporti studenti/docenti vigenti in altri paesi europei è evidente che il valore non possa stare al di sotto dei 60mila docenti. Ma questo numero non è sostenibile con l’attuale ammontare del Fondo di finanziamento ordinario che viene trasferito annualmente alle università. Tenendo quindi una stima conservativa di 50mila docenti, non lontana dalla situazione attuale, l’università si prepara a fronteggiare una fuoriuscita di un numero compreso tra i 1.500 e i 2.000 docenti all’anno per i prossimi cinque anni, che richiedono di essere rimpiazzati quasi contestualmente per non scendere sotto il valore di lungo periodo. Da notare che si tratta di nuovi ingressi, non di promozioni di idoneati già in servizio (promozioni che accrescono l’onere di spesa, ma non aumentano l’organico). Le università italiane escono dalla cura dimagrante imposta anche in questo caso dai passati ministri Tremonti e Gelmini, e non sono in grado di reggere economicamente i ritmi di reclutamento per gli anni a venire.
Qui si profila il secondo problema per la neoministro: come arrestare il
declino in termini di personale docente delle università italiane, tenuto conto che, come nella scuola, il reclutamento è ormai arrestato da almeno un quinquennio, con l’effetto collaterale che i migliori giovani ricercatori hanno trovato collocazione in università straniere. Le alternative non sono facili: o permettere alle università di recuperare fondi alzando le tasse universitarie, o finanziare piani straordinari di reclutamento (e su questo terreno restano ancora impegnati e non spesi i fondi ottenuti dal ministro Gelmini per gli inquadramenti in ruolo dei ricercatori idoneati). Sappiamo che il rischio della distribuzione incondizionata, a pioggia, è molto alto: verrebbe da chiedersi, per esempio, che fine abbiano fatto le promesse di valutazione dei reclutamenti di ricercatori svolti in passato dagli atenei, sulla base dei quali il ministero avrebbe potuto revocare il finanziamento concesso.

 

Figura 1
Distribuzione percentuale per età del personale docente nel 1998, nel 2004 e nel 2010

 

La figura è tratta dall’XI rapporto del Cnvsu sullo stato del sistema universitario

 

IL NODO VALUTAZIONE

Un secondo nodo è quello della valutazione di sistema di scuola e università. Su questo terreno i Governi precedenti hanno creato le premesse perché il processo diventi una prassi regolare. Il Governo Monti, grazie alla tenacia del sottosegretario Ugolini, ha approvato il Regolamento sul sistema nazionale di valutazione che permette la valutazione delle scuole assegnandone la responsabilità a Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione dei sistemi educativi). I passati ministri Gelmini e Profumo hanno reso operativo l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), seppure caricandolo di oneri e non dotandolo di risorse umane sufficienti ai compiti assegnati. Ma la valutazione è tale se alla misurazione degli esiti fa seguire interventi correttivi o premiali. Altrimenti rimane un esercizio conoscitivo che può produrre effetti solo attraverso meccanismi reputazionali: studenti e famiglie scelgono le scuole e le università emerse come migliori e abbandonano quelle peggiori. Sarebbe interessante conoscere quali passi la neoministro intende percorrere su questo terreno, peraltro minato di polemiche. La prima mina è già dietro l’angolo: entro il 30 giugno Anvur deve consegnare i risultati della Vqr (l’esercizio di valutazione della qualità della ricerca condotta da università e istituti di ricerca nel periodo 2004-2010). Il rapporto conterrà graduatorie di università, di dipartimenti e, potenzialmente, anche di docenti in merito alla qualità della ricerca svolta. Quali premi o punizioni seguiranno alla pubblicazione dei risultati? Se non ne seguirà nulla, magari sostenendo che i criteri di valutazione adottati sono inappropriati, il ministero perderà una occasione unica per imprimere un orientamento in senso meritocratico all’università italiana. Se invece ci saranno conseguenze (in termini di finanziamento o di mobilità del personale) è possibile che si produca un ulteriore miglioramento delle università e dei dipartimenti migliori e un peggioramento di quelle già in basso nelle classifiche. Affinché gli studenti non ne restino ulteriormente danneggiati, occorre almeno immaginare un sistema di sostegno finanziario per favorirne la mobilità verso altri atenei.
Qualunque sia il corno per il quale si cerchi di afferrare il toro della scuola e dell’università, la neoministro si troverà davanti i temi del reclutamento, della valutazione e della premialità a essa connessa. Sono tutte questioni spinose e di ampia visibilità politica, date anche le grandi dimensioni numeriche coinvolte. Ci auguriamo che il ministro voglia dare un segnale di apertura ai capaci. Verrebbe da chiamarlo “meritocratico” se i suoi predecessori non avessero ideologizzato il termine al punto da renderlo inoperativo. Ma scuola e università, che hanno come
mission quella di valutare e selezionare i percorsi formativi dei giovani, non possono sottrarsi ad analoghi processi valutativi e selettivi.

 

(1) Si tratta di 4.275 posti per tirocini per la scuola secondaria di primo grado e di 15.972 posti per la scuola secondaria di secondo grado.

(2) I dati sono riferiti all’anno scolastico 2011-12 e sono tratti da “I numeri per cambiare” (vedi http://www.inumeridacambiare.it/download/) con qualche aggiornamento dai siti ufficiali del ministero.