Educazione alla legalità, efficace?

di Pasquale Almirante, La Tecnica della Scuola 8.12.2013

L’educazione alla legalità è uno dei temi, insieme agli altri, di cui la scuola deve occuparsi. Ma di fronte agli esempi litigiosi offerti dalla classe politica, che rappresenta lo Stato, non è forse meglio educare all’arte e al bello? Alla letteratura e alla musica?
 

“Educazione alla legalità”: è questo uno dei temi, fra i tanti (sesso, droga, salute, stradale ecc.), da cui si vogliono riposte e che, con più frequenza, si richiede alla scuola di affrontare, perché da buoni insegnamenti e da buoni esempi nascono buoni cittadini. D’altra parte la scuola, essendo dell’obbligo, appare come una sorta di filtro attraverso cui l’intera popolazione passa e proprio in un periodo della vita in cui si va definendo con nettezza la personalità di ciascuno. Educare quindi ai sani principi del rispetto delle regole, e della Legge, oltre che compito primario della famiglia, è giustamente anche ruolo della scuola, che, insieme a filtrare, aggiustandoli, gli eventuali sbandamenti diffusi in particolari ambienti e condizioni sociali, è il primo connotato “visibile e tangibile” che il cittadino ha con le Istituzioni e quindi con lo Stato.

Tuttavia, se dalla proclamazione dei principi si passa alla prassi, si vede come per lo più la scuola sia impreparata ad affrontare questi obiettivi che d’altra parte sono sempre più urgenti in una società così complessa e in divenire come la nostra bisogna.
Moltissime scuole infatti danno dello Stato un’immagine di disordine e di caos, di assoluta distanza dal cittadino, nel momento in cui sono carenti di quello strutture che danno proprio il segno dell’ordine: mancanza di parcheggi, aule umide e cadenti, rincorrersi di supplenti durante l’anno, singhiozzio penoso dell’acqua e dei riscaldamenti, strumentazioni antiquate o assenti, e oltre con altro decadimento.
Ma se si va più a fondo, si vede come il principio guida di questa “educazione alla legalità” ha piedi di argilla allorché lo Stato, attraverso i comportamenti dei suoi rappresentanti al Parlamento, appare rissoso, violento, arruffino, strafottente, svogliato ed egoista. E’ infatti luogo comune dire: i politici sono tutti ladri, la politica è collusa con la mafia, si fanno le leggi per i loro interessi ecc. La battaglia per l’”educazione alla legalità” inizia, come si vede, già in svantaggio e per responsabilità proprio di quello Stato di cui la scuola è diretta emanazione, ma che si vorrebbe garantire solo a parole.
Andando ancora più in profondità, vorremmo dire come talvolta capiti che talune scuole organizzino incontri con magistrati, con vittime della mafia, con i taglieggiati del racket al fine di istruire i ragazzi al rispetto complessivo dell’ordine costituito e in funzione delle leggi. E al termine dell’evento la scuola si sente un po’ più con la coscienza apposto e può ben dire di avere contribuito all’esito della battaglia: ciò è però vero in parte, anche perché quell’incontro, e i professori lo percepiscono bene, è servito spesso ad allontanare una interrogazione o una spiegazione, mentre l’obiettivo preventivato si appanna.

Le modalità per sciogliere il nodo, crediamo, per una efficace “educazione alla legalità”, sia per lo più da ricercarsi invece nella risposta che uno dei più illustri intellettuali italiani diede a un docente che gli chiedeva appunto: che fare per i giovani? “I classici, collega! I classici!” E riferendosi ai classici, l’interlocutore del docente voleva dire di indicare agli alunni le espressioni più nobili dell’uomo, come la musica, la poesia, la filosofia, l’arte. Lì sta la legalità: nella conoscenza del pensiero di chi ha tracciato la “commozione” dell’uomo, ne ha sedotto le suggestioni, gli ha indicato le orme di una creazione ben più ampia.

Diceva Piero Citati, raccontando le sue prime esperienza di docente, che preferiva leggere e spiegare ai suoi alunni di una scuola di frontiera, piuttosto che regole di grammatica e sintassi, Dante e Petrarca, Goethe e Voltaire, avendo capito che per molti di loro la scuola era l’unica occasione per conoscere, sentendone parlare, almeno una volta questi autori.

E allora su questi argomenti bisognerebbe soprattutto puntare e su tutte quelle arti che nella scuola hanno saltuariamente convissuto. Quale esperienza notevole sarebbe, da una scuola professionale ad un liceo, dedicare alcune ore settimanali all’ascolto di Mozart o Wagner o Verdi; introdurre i ragazzi alla scoperta della drammaturgia scespiriana o a quella di Lope de Vega o Brecht?

Forse per questo il trascorso riordino epocale di Gelmini avrebbe potuto rappresentare un input, oltre che nuovo, di frattura col vecchio schema scolastico che ha spesso selezionato i suoi “clienti” in aree ben definite di istruzione, dove ai licei si sono contrapposti i professionali, all’umanesimo le scienze, dimenticando invece che l’arte appartiene al mondo intero e che tutti hanno il diritto di saperla e gustarla.

Ecco perché, crediamo, lo Stato dovrebbe dare un ulteriore e forte segnale della sua presenza, e non solo nel varo di riforme credibili e lungimiranti, ma anche nel finanziare aggiornamenti seri e qualificanti dei docenti che siano il perno di un possibile e reale cambiamento. Ma dovrebbe pure svecchiare, e non perché gli insegnanti anziani siano meno bravi, ma perché la distanza di età coi ragazzi si accorci e delle loro sensibilità si abbia più percezione.