Salviamo la scuola dall’ebook integralista

Perché scuola significa, al di là dei mezzi
che si utilizzano per fare lezione, soprattutto rapporto educativo

Roberto Carnero l'Unità, 14.4.2013

CON UN RECENTE DECRETO FIRMATO DAL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE FRANCESCO PROFUMO si è data attuazione a un punto importante della cosiddetta «Agenda Digitale», che tanto sta a cuore a Mario Monti: dall’anno scolastico 2014-2015 i libri di testo adottati dovranno essere esclusivamente in formato elettronico o tuttal’più misto (cartaceo con una estensione elettronica).

Quando si parla di questi argomenti, è sempre consistente il partito degli entusiasti, pronti a cantare «le magnifiche sorti e progressive» del cambiamento in senso moderno della scuola. Ci sono però anche alcune perplessità. Ad esempio c’è chi fa notare che il risparmio per le famiglie argomento portato a suffragio di questa innovazione è soltanto teorico: perché per utilizzare i libri digitali bisogna acquistare specifici supporti informatici (computer portatile, tablet, e-reader ecc.).

In molti, inoltre, esprimono la preoccupazione che l’eliminazione dei libri cartacei determini un problema di mancanza di punti di riferimento certi, stabili, autorevoli, in un ambiente virtuale, quello di Internet, in cui si trova tutto e il contrario di tutto. Tra costoro si colloca il filosofo Giovanni Reale, autore, presso l’Editrice La Scuola, di un vivace pamphlet intitolato Salvare la scuola nell’era digitale (pagine 110, curo 10.00). Reale pone l’accento su un aspetto che spesso sfugge, ma che sul quale non si può non essere d’accordo: «Occorre non trasformare in ‘fini’ quelli che sono semplici ‘mezzi’, che pure hanno una grande e innegabile portata, ma che, comunque, devono assolvere non altro che la loro funzione di mezzi».

In altre parole, è un po’ semplicistico e illusorio pensare di migliorare la qualità dell’insegnamento soltanto attraverso l’introduzione di nuovi strumenti tecnici. Reale perciò cerca di smontare la visione che sta alla base delle nuove normative, una visione «fondata su un paradigma culturale fortemente ‘integralistico’, che ingabbia la realtà nelle dimensioni della tecnologia e dell’informatica». Perché scuola significa, al di là dei mezzi che si utilizzano per fare lezione, soprattutto rapporto educativo. E la qualità di un rapporto è data dalle persone. Forse, dunque, sarebbe il caso di partire da lì, dal valorizzare, sul piano motivazionale e anche su quello economico, i professionisti della scuola, cioè i docenti.

 

Roberto Carnero, robbicar@libero.it