Risorse pubbliche alle private?
La scuola (e non solo) si divide

di Chiara Affronte e Giulia Gentile l'Unità, 14.4.2013

«Per assicurare il diritto all’istruzione dei bambini che chiedono di accedere alla scuola dell’infanzia ritieni più idoneo che le risorse comunali siano utilizzate per le scuole comunali e statali o per quelle paritarie private?».

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IO DICO NO di Stefano Zamagni

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IO DICO SÌ di Angelo Guglielmi


È questo in sintesi il quesito che verrà posto ai bolognesi il prossimo 26 maggio quando si terrà il referendum consultivo sulle convenzioni comunali alle scuole materne private. Ed è guerra in città (e ben oltre le mura) a suon di Costituzione, tweet e comunicati.

Da un lato stanno il Comune, il Pd, il Pdl, le scuole private (al 99% cattoliche), la Cisl e una fetta di cittadini e personaggi illustri (dall’economista Stefano Zamagni a Luciano Vandelli e Walter Vitali); dall’altra il Nuovo comitato articolo 33 che del referendum è stato promotore raccogliendo 13mila firme, Sel, la Fiom, la Flc-Cgil (la Cgil è divisa) e tanti intellettuali e studiosi bolognesi e non: da Nadia Urbinati a Margherita Hack e Wu Ming, da Maurizio Landini e Moni Ovadia e Carlo Flamigni fino ad arrivare a Stefano Rodotà, che del comitato è diventato presidente onorario.

«Un sondaggio del cuore» è come chiama il quesito il segretario del Pd bolognese Raffaele Donini, perché non spiega a suo avviso l’impegno che l’amministrazione sotto le due torri da 50 anni ha profuso - credendoci - nella scuola dell’infanzia. Che è scuola, appunto, e non servizio, come i nidi: un punto, questo, su cui tutti sono d’accordo. L’impegno si traduce in un 60% di gestione diretta delle materne a fronte di un 17% di presenza di scuole statali, laddove lo Stato raggiunge il circa il 50% di copertura altrove. Dagli anni 90 è in essere poi una convenzione destinata a oltre 20 scuole paritarie a gestione privata (tutte confessionali, una steineriana) nell’ottica di un sistema integrato dove il Comune mantiene un controllo sulla qualità dell’offerta educativa.

Di fatto, il milione e rotti di euro stanziati serve ad abbassare le rette di queste scuole, che sono a pagamento. Il sistema ha funzionato fino a qualche anno fa quando le liste sono esplose a causa dell’incremento demografico e molti bimbi sono rimasti senza scuola, oltre 420 per l’anno in corso: con vari provvedimenti si è riusciti a metà anno a collocarne altri, ma almeno cento sono restati fuori e non hanno scelto la privata, dove posti liberi ci sono. La guerra è quindi tra chi chiede prioritariamente che sia garantito il diritto di scegliere la scuola pubblica, laica, gratuita e uguale per tutti, e chi - come il Comune- sostiene che senza quel milione di euro potrebbero restare senza scuola anche quei 1700 bambini che frequentano la privata, perché le rette si alzerebbero.

L’onda bolognese sta contagiando il resto di Italia e già in Puglia e Lombardia sono nati comitati che vorrebbero esportare l’esperienza. Il referendum è consultivo, quindi non delibera alcunché. Ma c’è già chi ricorda al primo cittadino Virginio Merola che non tenere conto del risultato sarebbe gravissimo.