Scuola e laicità, due buone notizie

di Marina Boscaino da MicroMega, 1.6.2012

Per una volta due buone notizie, entrambe dal fronte locale, forniscono un segnale significativo anche rispetto alle politiche nazionali, alla difesa del principio di laicità dell’istruzione, alla sostenibilità di un progetto di scuola realmente statale, laica e pluralista.

I contrasti insanabili sorti nella maggioranza di centrodestra intorno alla proposta di legge per l’istituzione del buono scuola a favore degli alunni degli istituti paritari hanno portato qualche giorno fa alle dimissioni della Presidente della Commissione cultura della Regione Lazio, Olimpia Tarzia, prima firmataria della legge e già nota per iniziative dalla indubbia vocazione filo-clericale. Questo significa, tra l’altro, che la proposta di legge ha di fatto concluso prematuramente il suo percorso.
È un risultato importante per le forze che si sono opposte in Commissione e per il Tavolo Regionale e le associazioni democratiche che hanno rappresentato nell’audizione del 24 maggio la loro forte contrarietà, controbattendo anche ai parlamentari che si erano esplicitamente schierati a favore del provvedimento: “Con l’istituzione del Buono Scuola il Lazio avrà la possibilità di entrare nel numero delle Regioni in grado di garantire uno dei diritti fondamentali del cittadino, il diritto allo studio. Confidiamo nel fatto che la proposta di legge venga approvata al più presto in Commissione Scuola e nelle altre Commissioni regionali competenti“, aveva dichiarato il senatore del Pdl Stefano De Lillo. Nel dibattito era intervenuta anche l’Udc Luisa Santolini, capogruppo alla Commissione cultura della Camera: “La libertà di scelta educativa è una annosa questione che è irrisolta da decenni e che penalizza fortemente le famiglie nella loro autonomia, nella loro responsabilità, nel loro diritto di educare i figli secondo i propri principi e i propri valori. Ben venga la proposta di legge che sta per essere discussa in commissione scuola della Regione Lazio, proposta che mi auguro veda presto la luce“.

E invece no. Nel Lazio il buono scuola, ovvero un contributo diretto alle famiglie che desiderino iscrivere i figli alle scuole private paritarie, fiore all’occhiello dell’iniquità in alcune regioni italiane (capofila il governatorato lombardo di Formigoni) non sarà erogato. Colpiscono le parole che Tarzia ha affidato ad una nota: Il diritto di libertà di scelta educativa rappresenta un principio non negoziabile ed una fondamentale tutela del diritto allo studio“. “Non sorprende che la sinistra abbia ingaggiato una battaglia sulla questione, peraltro in coerenza con la sua posizione a livello nazionale. Quello che considero inaccettabile è l’atteggiamento ostile di una parte, pur minoritaria, del Pdl, che sembra aver dimenticato che la libertà educativa rappresenta, da sempre, uno dei pilastri di una politica centrata su valori non negoziabili, oltre che un impegno preso in campagna elettorale, che esige di essere perseguito e mantenuto”. Viviamo in un’epoca in cui perfino concetti importanti come “libertà di scelta” e “diritto allo studio” assumono significati differenti a seconda della parte politica che li pronuncia e strumentalizza. Questa ambiguità è direttamente proporzionale alla perdita di centralità dell’interesse generale. I “valori non negoziabili” sono – evidentemente – non quelli cui allude Tarzia, ma quelli tradotti in principi dalla Costituzione, che al terzo comma dell’art. 33 stabilisce che: “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”. Questa visione della libertà di scelta delle famiglie è in conflitto con il dettato costituzionale. Con accenti fondamentalisti, Tarzia ha dichiarato: “Frange relativiste del Pdl, lontane da quelle che sono le esigenze delle famiglie della nostra Regione, hanno affossato la legge sul buono scuola presentata da me e dal collega Miele (Pdl) alcuni mesi fa. Speravo che tutti i consiglieri di questa maggioranza condividessero l’impostazione culturale dei colleghi del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, della Sicilia, ove la battaglia in difesa della libertà di scelta educativa è stata uno dei pilastri di una visione politica che si rifà alla centralità della famiglia. (…) E non ha alcun senso l’alibi addotto che questo non è il momento: di questo passo non sarà mai il momento, mentre sono convinta che proprio quando, come adesso, ci si imbatte in una pesante crisi economica, si debba intervenire a sostegno dei diritti delle fasce più deboli, e dare un segnale, pur minimo. È solo questione di volontà politica“. Soprassediamo sulla credibilità dei riferimenti sociali e andiamo oltre.

La battaglia dell’opposizione ha contribuito a bloccare una legge che effettivamente non faceva altro che cavalcare il disorientamento politico nazionale, ma in direzione esattamente contraria a quanto affermato da Tarzia: negare la realtà della richiesta di accesso al diritto all’istruzione (minato dai tagli indiscriminati degli ultimi anni) attraverso l’affermazione di un principio astratto e per giunta discriminatorio, in un momento di drammatica difficoltà per i cittadini. L’opposizione, che ha avuto un ruolo importante nel fallimento dell’operazione (Fabio Nobile, che rappresenta la FdS in Commissione, aveva presentato un emendamento che riscriveva totalmente il testo di Tarzia e che sarà trasformato nei prossimi giorni in proposta di legge), ha operato in sintonia con forze sociali, sindacali e associative democratiche, in particolare il Tavolo Regionale del Lazio per la difesa della Scuola Statale, dando più forza al contrasto di questo provvedimento ideologico. E mantenendo ferma la barra su principi costituzionali inderogabili.

Ancora poco (o troppo) comprensibile, però, la posizione del PD. Il consigliere Di Stefano, che pur ha firmato il comunicato insieme a FdS e IdV, aveva qualche giorno fa affermato: “La proposta di legge regionale sul buono scuola non va, è irrealistica e completamente fuori dai tempi, quindi demagogica. Mi sento dunque di rinnovare l’appello fatto nei giorni scorsi alla presidente Polverini e alla maggioranza affinché venga ritirata la pdl della consigliera Tarzia. Dico questo, sia chiaro, non per partito preso o per ragioni ideologiche, ma per concreti motivi di buonsenso. Il fatto di prevedere dei buoni per le iscrizioni alle scuole paritarie potrebbe, infatti, in linea di principio anche essere condivisibil,e ma non certo nelle attuali condizioni“. Non è sicuramente la mancanza di tempismo e di opportunità rispetto alla situazione economica attuale a rendere inaccettabile la proposta del buono scuola. E a molti piacerebbe, qualche volta, ascoltare dal Pd parole chiare, che esprimano una difesa dei diritti e dei principi costituzionali senza se e senza ma.

Voltiamo pagina, e andiamo a Bologna. A proposito di art. 33, il Comitato art. 33 ha presentato il 22 maggio il seguente quesito referendario comunale, su cui il Comitato dei Garanti dovrà pronunciarsi entro 30 giorni:

Quale, fra le seguenti proposte di utilizzo delle risorse finanziarie comunali, indicate in euro 955.500 + 100.000 per l’anno scolastico 2011-2012 nella deliberazione di Consiglio Comunale PG. N. 203732/2011 approvata il 27/09/2011 secondo il vigente sistema delle convenzioni con le scuole d’infanzia paritarie a gestione privata, ritieni più idonea per assicurare il diritto all’istruzione delle bambine e dei bambini che domandano di accedere alla scuola dell’infanzia?

a) utilizzarle per le scuole comunali e statali

b) utilizzarle per le scuole paritarie private

 

Sono state così chiamate a raccolta tutte le forze della società civile per un impegno comune a sostegno della scuola pubblica. Nella civilissima Bologna (che ha rappresentato un modello storico per la sua scuola dell’infanzia) la lista di attesa raggiunge i 465 bimbi esclusi, in chiara contraddizione con quanto previsto dal primo comma dell’art. 34 della Costituzione: “La scuola è aperta a tutti”. Saranno i cittadini a doversi pronunciare sull’utilizzo delle loro risorse collettive e sulle priorità politiche con cui indirizzarle.

La convinzione è che sia inaccettabile stornare risorse pubbliche dalla scuola comunale e statale per indirizzarle a paritarie private. La formulazione del quesito referendario risolve l’ambiguità culturale determinata dalla legge 62/00 sulle scuole paritarie, che colloca tra queste le scuole dell’infanzia dei Comuni, facendo chiarezza tra pubblico (scuole statali e comunali) e privato, le altre .

Del resto, la funzione fondamentale della scuola dell’infanzia nel percorso di istruzione è riconosciuta apertamente persino dalla strategia UE 2020, che pone la sua generalizzazione (per il momento raggiunta solo, tra i 27 Paesi, dalla Francia) quale obiettivo prioritario. Una funzione che viene confermata da studi che individuano rapporti tra la frequenza della scuola dell’infanzia, la capacità di letto-scrittura al terzo anno della primaria e, infine, la propensione alla dispersione: gli alunni che l’hanno frequentata dimostrerebbero migliori capacità nel primo caso, minore rischio nel secondo. La scuola dell’infanzia, insomma, è a tutti gli effetti scuola e quindi ogni risorsa collettiva dovrebbe essere intesa a garantirne l’istituzione pubblica, espressione e garanzia dell’interesse generale e della pluralità culturale.