La scuola solubile

di Raffaele Iosa ScuolaOggi 11.1.2012

Volevo intitolare questo articolo “ scuola liquida” per descrivere come vedo la scuola italiana oggi. Ma per non scimmiottare Baumann, e per ragioni più prosaiche, ho deciso di chiamarla “solubile”: cioè uno stato liquido senza forma, senza scheletro, amebica ma con tracce di sali e zuccheri sciolti qua e là che non riescono a fare massa. Dalle tracce forse si può ri-partire per ri-trovare un sensato senso pubblico per una futura formazione nel nostro paese migliore dell’attuale?

 

Una nuova Italia pubblica?

Nonostante l’incipit pessimista, ho trovato una possibile risposta positiva per trovare nuove tracce nei dati della ricerca di Ilvo Diamanti pubblicata il 9 gennaio 2012 su Repubblica dal titolo “Voglia di un paese migliore”. Ricerca imperdibile per chi si occupa di scuola con una visione democratica delle opportunità dopo anni di depressione. Nel settore “fiducia nelle istituzioni” gli italiani danno fiducia alla scuola con un bel 55,7%, +3,3% rispetto al 2010. La scuola è ottima terza. Prime le forze dell’ordine (71,8% con un -2,6 dal 2010), e il Presidente della Repubblica (65,1 dal 70,9 del 2010). Giù e ultimi le banche con il 15,4% (crollo in un anno -7,2%), il Parlamento 8,9% (in un anno -4,5%, metà del consenso), i partiti 3,9% (metà consenso del 2010).

Miracolo a scuola? Come mai le cresce la fiducia? Come mai questo exploit? Ma Diamanti dice altre cose interessanti. Ad esempio che nel 2001 la fiducia (onda Berlinguer) era al 61,3%, e la soddisfazione per il servizio al 51,7%, dieci punti più dell’attuale 42,1%. Un dato che insegna che quando la politica cerca “il grande scenario” funziona di più tutto. Tra “fiducia” e “soddisfazione” di oggi la differenza è interessante: ci si fida più degli operatori che dei servizi offerti. Potremmo dire che lo scarto attuale tra fiducia alla scuola (55,3%) e soddisfazione per il funzionamento (42,1%) si può leggere così: la fiducia onora gli insegnanti perché hanno resistito nonostante tutto, la soddisfazione boccia le politiche della destra, non solo sui tagli economici ma anche sui valori. E poi il paradosso delle scuole private: apprezzate al 46%,5 nel 2001, decadute al 24% di oggi, dopo anni di apologia del privato. Ci saremmo aspettati l’inverso. Sullo sfondo uno strutturale cambio di tendenza: la “voglia di migliore pubblico” aumenta, cala la “voglia di privato” dal 31% del 2002 al 21% di oggi per tutti i servizi di welfare. Una voglia “repubblicana” di pubblico?

A dire degli italiani, una scuola dimagrita, selettiva, centralizzata, meritocratica funziona peggio e dà meno fiducia. La ricerca Diamanti sorprendentemente sembra indicarci dunque la presenza di un’area valoriale profonda sull’educare che ha tempi braudeliani più lunghi della politica, che sembra ancora (e nonostante tutto) piacere se ancorata all’art. 3 della Costituzione come presidio di civismo e opportunità, e non di liberistico merito e selezione fondati sul reddito di origine.

Dati sorprendenti, per alcuni inattesi, ma non leggibili come automatica vittoria di una qualche sinistra politica. Mai come in questi anni si è sentita invece forte la differenza tra una “sinistra pedagogica” ed una incerta “sinistra politica”. Questi dati sembrano invece un monito al paese per ri-trovare maggiore serietà quando si fa educazione (sale e zucchero, solidi). Segni oltre la destra e la sinistra, ma duro per chi è di sinistra (questa liquida sinistra), per una fiducia da rispettare oltre le incertezze di un pensiero pedagogico soi disant democratico ma spesso tecnocratico-corporativo. Si potrebbe persino dire voglia di “sinistra pedagogica” anche senza sinistra politica? A vedere l’appeal degli attuali partiti non c’è dubbio, se la parola sinistra ha senso nella dizione classica di Norberto Bobbio. Oppure se la parola è desueta o liquida, voglia di valori veri e solidi.

Vedo in questa aumentata fiducia nella scuola attese antiche e moderne, per una scuola come opportunità per tutti, solida, ottimista, civile, dove si sta bene e si impara volentieri, dove al centro c’è la relazione normale tra adulto e studente. Una scuola per tutti più importante del merito di qualcuno (come diventare avvocato a Reggio Calabria perché più facile e poi osannare il Merito). Forse la scuola che la maggioranza degli italiani trova ancora nelle classi dei loro figli, che cerca di salvarsi dai disastri prodotti da altri. Leggi o no, riforme o no, gli insegnanti continuano ad agire la platea educativa con successo. Cosa offrire loro? Conservazione o desideri?

 

ALCUNI ESEMPI FRA I TANTI

Eppure tutto ci direbbe di una scuola intorbidita. Cito qui alcuni esempi disastrosi, perché rendono ancora di più sorprendenti i risultati della ricerca Diamanti. Scritti qui proprio per confermare (per contrappunto) il “nonostante tutto” da cui si può ripartire per una scuola migliore.

Esempio 1. Ci voleva la Fondazione Agnelli a dirci quanto è mal ridotta la scuola media. Ma pochi ricordano che 13 anni fa con la Legge 30 Berlinguer aveva compiuto una scelta strutturale (ciclo lungo unitario, 7 anni) che oggi avrebbe già formato 2 generazioni, alleggerito finalmente la superiore a 18 anni (come in Europa). E forse ridotta la dispersione. Certo fa ridere veder oggi l’affannosa obbligatorietà degli istituti comprensivi, tormentone veloce per risparmiare, ma a cui nessuno oppone più obiezioni pedagogiche. La montagna ha partorito il topolino: mettere insieme il preside e la segreteria piuttosto che i bambini! Ma chi ha bocciata la legge 30? E’ più colpevole Veltroni che ha mandato via Berlinguer o il cattivone Bertagna? La Sism-Cisl che ha fatto la grande guerra o i Cobas cui bastano i posti e ciccia al resto?

Esempio 2. E’ ormai insopportabile la condizione dei nostri alunni con disabilità per il loro stato liquido a fronte della durezza di interessi corporativi: formazione, selezione, organizzazione contrattuale degli insegnanti di sostegno sembrano fatti fa un cinico per garantire la massima discontinuità a ragazzini che avrebbero bisogno più di altri di stabilità. Conta di più il punteggio che il singolo alunno. Pochi capiscono che l’affannosa richiesta di più posti di sostegno è direttamente proporzionale alla volatilità dei docenti. Tutte le ricerche confermano che se i docenti sono più stabili diminuisce la domanda di ore. La stabilità è qualità e risparmio, e invece continuano le sentenze dei tribunali. E per reazione burocratica si mandano i disabili a mortificanti accertamenti legali, come se pullulassero genitori imbroglioni. Tanto per dire quanto si considera serio il sostegno, qualcuno si inventa il riciclo dei perdenti posto in sostegni con un corsetto on-line di 120 ore. La solita formazione onanistica persona-schermo di cui è noto il disastro pedagogico e il business dei signori delle piattaforme. Pochi però sanno che più di 250.000 insegnanti “regolari” hanno il titolo di sostegno, acquisito in corsi lunghi e che hanno usato il sostegno come scorciatoia per l’ingresso in ruolo nelle cattedre. La fiducia nella scuola degli italiani sarebbe più corrisposta se qualcuno avesse il coraggio di agire con organici funzionali che obblighino tutti i docenti regolari con il titolo a fare sostegno in cambio della stabilità. Ci si fiderebbe di più se il sindacalismo capisse che non c’è futuro per finti “diritti” che sono invece sciocchi interessi senza valore civile né di qualità. In attesa, ovviamente di avere una formazione di base che davvero obblighi tutti a studiare pedagogia speciale come “normale”, visto che l’Italia ha il miracolo di un’esperienza inclusiva unica al mondo e che sta diventando ridicola (liquida) per colpa di queste vergogne.

Esempio 3. Quindici giorni fa, nell’ufficietto provinciale dove aspetto la pensione (come si fa a chiamare ex-provveditorati questi luoghi afoni di progettualità?), la Fondazione di una banca locale (repubblicani e massoni) ha regalato alcuni computer nuovi per la grande cifra di 6.000 euro. Vengo a sapere oggi che un’altra banca locale (cattolica e curiale) ha regalato alla Questura altri computer. Mi sono sciroppato una festicciola a base di pizzette e la foto per il ringraziamento.

Non è difficile esalare acide ironie per l’assurdo civile di questo stato, con la dolorosa percezione di aver rubato soldi alle scuole che, allupate di denari, cercano di tutto per sbarcare il lunario. Abitualmente offro il mio cellulare agli impiegati per telefonare ai dirigenti scolastici reperibili solo al cellulare, visto che ormai hanno tutti due scuole e non si sa mai dove trovarli, e visto che dall’ufficio è vietato chiamare cellulari. Ci si abitua anche alla micragna, ed anzi secondo alcuni teorici (e anch’io lo penso) un po’ di “penuria” può essere salutare, ma qui siamo ad altro. Siamo al disprezzo dei ruoli minimi della cosa pubblica, alla liquidazione (più che alla solubilità) di qualsiasi programmazione finanziaria anche della stessa penuria. I tagli sono decisi sempre al centro e crolla qualsiasi responsabilità. E se nel mio ufficietto volessimo far noi le pulizie e in cambio avere libertà di telefono? Impossibile! Mai come in quest’epoca siamo stati derubati dal centro di qualsiasi responsabilità. Nessun standard di spesa né obiettivo è stato discusso. Tutto liquidato. Nessuno risparmia più, né investe, i soldi promessi non arrivano, quelli che arrivano sono già super destinati.

Esempio 3. Chi sa dire cosa e come si insegna oggi nelle elementari? Nessuno. Tra ribaltoni giuridici casuali, tartufismi delle scuole (soluzioni solubili di residua collegialità), tagli di organici, la scuola elementare (sarebbe la meglio al mondo) è oggi una sbobba di cui sfugge un minimo senso pedagogico e organizzativo. In questi mesi un monitoraggio a risposte (ovviamente) chiuse e via on line (onanistiche) chiede agli insegnanti alcune cosette. Sarà l’esito conoscitivo del nulla, ma una bella entrata per i fautori dell’on life. E intanto muore la ricerca pedagogica, le università fanno solo lauree e master, il Dio misura interpreta il bene e il male della scuola con numeretti.

Esempio 4. Non è difficile oggi dichiarare fallita l’autonomia delle scuole, resa liquidissima da totale mancanza di poteri reali dal basso, dall’aver ridotto i dirigenti a sergenti, dalla fine della flessibilità didattica entro recinti rigidi. Più che liquida, la nebulizzazione di un sogno di un’intera generazione. Ma di chi la colpa? Solo dei Moratti e dei Gelmini, o anche delle pigrizie sindacali, o anche delle aristocratiche Mastrocole innamorate della lezione frontale ai fighetti languorosi che leggono Proust? Questa scuola liquidissima sembra ridursi solo all’autonomia disdicevole che imita il Club Mediterannè con pedagogie consumiste (molti dei progetti) e la svendita-liquidazione dei bambini a consumatori di patacche.

Intanto da 13 anni la burocrazia ministeriale piuttosto che cedere via via poteri alle autonomie si perpetua. Nel dilettantismo politico, la burocrazia ha oggettivamente fatto da centrale conservativa al posto del network nazionale-locale tra autonomie. Poi tra i burocrati è arrivato anche lo spoil sistem, che ci ha fatto ridere e piangere con la storia del tunnel da 700 chilometri. Sulla gestione ministeriale del decennio, nessuna differenza tra destra e sinistra. E i sindacati dov’erano? Forse l’antica alleanza corporazioni-burocrazia? Forse questa alleanza come uno dei fattori del fallimento dell’autonomia? E forse, a sinistra non ha anche dominato la fobia dell’autonomia (meglio della sussidiarietà e della partecipazione orizzontale)?

Esempio 5. In Italia nascono rari bambini: dal 1995, anno-tracollo nella storia italiana (1,37 bambini in media per donna), l’indicatore è cresciuto per una decina d’anni fino all’ 1,43 del 2007, illudendo alcuni di una ripresa del “futuro come speranza”. Dato per la verità aumentato anche per l’immigrazione stabile. Ma dal 2007 la quota cala di nuovo, il 2010 segnala un brutto 1,39, poche speranze ci sono che il 2011 e questo duro 2012 invertano la tendenza. La fertilità torna a scendere, anche nelle donne straniere, torna il “futuro come minaccia”. Il paese non ha la soglia di rimpiazzo. Un paese destinato in futuro a scomparire, pieno di vecchi, oggi intanto sempre più policulturale, in cui si impone ormai (questione di civiltà) che ai nati in Italia sia garantita la cittadinanza del paese.

Ma c’è di più. Aumenta ancora l’età media del primo parto: siamo ormai vicino ai 32 anni. Neo madri quasi nonne, con una percentuale attorno ai 40 anni che sfiora il 35%.

Le ragioni sono varie (in passato ho scritto molto sull’argomento, sui cosiddetti neo-bambini). Ma non è un caso che parallelamente alla crisi economica cala la fertilità. Che però forse cala non solo perché vi è meno lavoro, ma perché sono calati anche i servizi. Mai come in questi anni abbiamo subito la contrazione dell’offerta di sezioni della scuola dell’infanzia. Ai fautori dei tagli lineari (spesso cattoliconi idolatri della famiglia) ironicamente rispondiamo che forse facendo più sezioni e attrezzandole bene, creeremmo un po’ più di voglia nelle nostre giovani coppie (già precarie di suo) a fare figli, perché c’è un “servizio di speranza” piuttosto che il nulla fai da te. Insomma più scuola dell’infanzia avrebbe anche un impatto demografico. Ma chi ci pensa?

Esempio 6. Qui il caso è facile facile. Non c’è dubbio che il sistema italiano Invalsi di valutazione della scuola sia debole e quasi inutile. Non tanto perché utilizza strumenti giusti o sbagliati, ma semplicemente perchè è il trionfo dell’ovvio, e non studia certo il vero core business pedagogico. Non servono i quadernetti dei test per conoscere la relazione tra performances dei bambini e il reddito familiare, la zona di residenza, le condizioni socio-economiche. Lo sappiamo fin da “Lettera ad una Professoressa”. Anzi la numerologia Invalsi applicata agli esami strangola la scuola al mito della pedagogia del quiz e al curricolo delle crocette. Questa banalità scippa denari e intelligenze a ben altre ricerche possibili e ben altri metodi, centrati di più sull’analisi dei processi, su come una scuola interviene per allargare o stringere le “aree di sviluppo prossimale” di ogni bambino, guardando i processi e molto (molto) dopo i prodotti. Mi auguro una gentile rivolta della pedagogia seria per una valutazione seria. Forse sarebbe più utile imitare anche, in modo positivo, il modello Cortina per le tasse. Andare, vedere, capire, controllare, e poi diffondere, intervenire chirurgicamente nelle patologie e premiare le eccellenze di processo più che quelle di prodotto.

 

FORSE SI PUÒ SPERARE

Se nonostante questi sei esempi, uno più brutto dell’altro, la scuola agli occhi degli italiani regge ancora forse c’è qualcosa di più profondo e piacevole nelle nostre aule. Cose che la politica, l’amministrazione e il sindacalismo ormai non sa veder bene. La dimensione relazionale orizzontale è migliore di quanto si pensi. Forse succede che, anche se con tanti bambini e poche sezioni, le maestre della scuola dell’infanzia si facciano in quattro. Forse succede che, anche se ballerini, gli insegnanti di sostegno diano l’anima. Forse succede che anche se con pochi soldi gli insegnanti traffichino con materiali poveri ma interessanti. Forse succede che una categoria bistrattata, offesa dal fannullonismo, stia invece operando oltre i limiti per dare a se stessi e ai propri ragazzi la cosa più importante della vita: la dignità del proprio operare. Certo non tutti, certo non sempre, ma queste sono le sostanze solubilizzate da cui forse ripartire per il futuro della scuola. Nella mia vita ho sempre pensato che solo le grandi idee muovono davvero il mondo, che l’apologia taccagna del presente uccide, che solo chi ha “visioni” incide. Di queste visioni sento dal mio ufficietto e dalle mie scuole estesa richiesta: pensare grande e lungo. Di coagulare le briciole diluite nella brodaglia di adesso attorno poche idee-guida. Che per me sono essenziali: pedagogia, pedagogia, pedagogia! C’è in giro fame di pedagogia e di didattica, sensate e liberate. Desiderio di carisma, ricerca, piacere dell’insegnare. Non è diverso anche per le questioni economiche: non basta abbassare lo spread e salvare i risparmi, si deve pensare al futuro del paese decidendo quale sviluppo, come arrivarci, a quale welfare pensare ( se verticale da vecchio welfare state o orizzontale da nuovo welfare society).

Il governo attuale però dura poco, e ci piacciono i primi segnali: sono di (solida) saggezza. Due piccole note per dire come anche da poco si capisca dai tecnici che non sarebbe difficile un futuro serio per la scuola. La proposta del ministro Profumo di riaprire i concorsi è eccellente. Al di là delle paturnie corporative, indica alle giovani generazioni che entrare nella scuola ad insegnare si può anche subito dopo la laurea, e che avere forme di selezione e formazione mirate è un bene. Farebbe poi solo bene agli studenti stessi avere meno nonni e più cugini. Lasciare i posti solo ai precari sarebbe la solita liquida via italiana all’arrangiarsi. Un cammeo ho trovato anche la metafora dell’amico sottosegretario Marco Rossi Doria, sulla “regola dell’hockey” per le azioni disciplinari nella scuola. Dopo il colorato muscolarismo dei votacci in condotta, un’idea finalmente pedagogica, che alle Mastrocole forse fa ridere ma che a noi maestri elementari viene dal cuore e con orgoglio. Davanti ad un ragazzo che sbaglia agiamo perché non sbagli più, la miglior punizione è una “mediazione”: un po’ in panchina ma a fare cose, e poi di nuovo in campo. Vuol dire osare pura filosofia sull’umano: nessuno è cattivo per sempre e di per sé. Piccole cose, segni di saggezza né di destra né di sinistra, ma di assoluto buon senso. E soprattutto contenenti una visione.

Il problema è dopo, per le elezioni del 2013. A guardare la ricerca di Diamanti, infatti, colpisce che gli italiani convinti che ci può essere democrazia senza partiti sia la stessa (48%) di quella che crede nei partiti. Più che una questione di schieramenti, c’è vera crisi della politica, ma anche attesa di Politica saggia e sobria, che finisca l’epoca dei venditori di tappeti. Ma alle elezioni si vota su partiti e programmi. Partiti di cui per ora non si vede chiaro, programmi che vorremmo almeno copiassero la serietà fisica e linguistica posseduta dagli attuali ministri tecnici.

Nel poco tempo che rimane, speriamo che questo governo semini pillole di serietà, capaci di aggregare dal brodo attuale un po’ di sostanze positive capaci di far massa e dire basta all’eterno presente, al qualunquismo, al dilettantismo, ai ladri. A sinistra come a destra. Dire poi sinistra politica è oggi dire ancora poco. Forse per la scuola serve inventare anche altro, trasversale, più creativo, serio (e perché no tecnico) che non pensi ai posti e ai voti ma ai bambini. Su questo sarebbe piacevole lavorare. Diamanti ci segnala un terreno fertile: la scuola italiana di ogni giorno è migliore di chi la rappresenta e la governa. Partiamo dunque a ri-sperare, forse anche con forme aggregative “oltre” la tradizione novecentesca, ma con l’ispirazione antica e insieme moderna che la scuola o è per tutti o non è per nessuno.

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RECLUTAMENTO DEL PERSONALE DOCENTE

La recente “uscita” del Ministro Profumo sui concorsi per docenti in un paese normale non avrebbe avuto lo spazio di una notizia breve e invece qui da noi ha subito sollevato problemi e resistenze. Che l’idea di concorso pubblico per l’accesso al ruolo sollevi dei distinguo anche tra i difensori della Costituzione Italiana “senza se e senza ma” appare bizzarro, ma così è. L’articolo 97 dice: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”. Per cui se la legge non stabilisce niente (e sarebbe sempre l’ora) si devono fare i concorsi. Diciamo che chi difende la Costituzione e non i Concorsi un po’ contraddittorio comunque è.

Nell’attuale fase contingente ci sono tre soggetti che devono essere tutelati, ma solo a livello sociale. Se non ci fosse l’emergenza sociale si dovrebbe soltanto bandire il concorso ordinario e chi lo vince va di ruolo. Ma non essendo la situazione italiana ordinaria bisogna tenere conto di tante cose. I tre soggetti cui mi riferisco sono:

- i “precari storici” che sperano di entrare in ruolo e che il malfermo ordinamento italiano ha convinto di avere diritti basati sull’anzianità;

- i docenti inseriti nei percorsi di TFA, collegati ad aspettative nate dalla superficialità con cui le Università hanno affrontato la questione;

- i neo-laureati che si sentono respinti dal sistema scolastico italiano e che improvvisamente hanno sentito una parola gentile.

Personalmente attiverei un massiccio piano triennale di assunzioni assegnando le cattedre attraverso un 50% ai precari storici, un 20 % ai TFA e un 30% ai vincitori del concorso ordinario (che potrebbero essere anche precari storici non in posizione ottimale o TFA sconfitti).

Queste però sono misure di emergenza che riguardano più il mercato del lavoro che le necessità della scuola italiana. A ben guardare l’incresciosa situazione italiana (240.000 precari che pretendono il posto di ruolo e in cui si mescolano docenti con competenze eccezionali a emeriti incapaci, laureati disincentivati a fare i docenti indipendentemente da competenze e vocazioni) nasce dal mantenere noi in vigore due istituti altamente penalizzanti quali il valore legale del titolo di studio e le classi di concorso. Tutto ciò ha fatto nascere le abilitazioni e le graduatorie permanenti, che si esauriscono attraverso l’anzianità.

Questo scollegamento tra il merito e il reclutamento ha fatto le sue vittime, tra cui purtroppo va annoverata anche la scuola italiana. Esiste una connessione tra il mantenimento del valore legale del titolo di studio e l’esistenza degli ordini professionali. Anche qui è sorprendente constatare che i fautori delle liberalizzazioni di licenze e degli ordini sono contrati invece all’abolizione del valore legale del titolo di studio e delle classi di concorso.

L’effetto di quanto propongo porterebbe alla possibilità di stabilire per legge che i posti nell’organico di diritto devono essere coperti da personale a tempo indeterminato (come da tempo chiede l’Unione Europea) e quindi alla necessità di realizzare concorsi annuali e snelli (magari gestiti dalle singole scuole anche in rete in base ai posti disponibili dopo la mobilità), che mettano a regime in forma trasparente una situazione che ormai è diventata insostenibile.

 

DIMENSIONAMENTO

Il mondo della scuola è in subbuglio per un dimensionamento che compete agli enti locali. Gli enti locali di qualsiasi orientamento politico prediligono gli istituti di grandi dimensioni a quelli di piccole dimensioni. La memoria degli italiani è corta per cui si sono dimenticati le resistenze delle scuole al dimensionamento di fine anni ottanta. Se si fosse tenuto conto delle opinioni delle scuole invece di 10.700 istituti autonomi ne sarebbero nati almeno 25.000. L’esperienza sta dimostrando che il dimensionamento 500/900 ha favorito soprattutto le scuole secondarie di secondo grado cittadine, ospiti in edifici grandissimi contenenti spesso molto più di 1.000 studenti. Inoltre gli Istituti comprensivi di grandi dimensioni hanno messo in atto interessanti azioni di sistema e di area. Perché di questi tre dati (gigantismo delle scuole del secondo ciclo, buona tenuta degli istituti comprensivi di grandi dimensione, orientamento degli enti locali) non si voglia tenere conto attiene al modo italiano di fare le cose. Mentre mi pare ridicola la preoccupazione per il posto di lavoro dei dirigenti (tutti soggetti, come il sottoscritto, stragarantiti). La questione italiana che lega il dimensionamento al rapporto tra autonomia e dirigenza può essere risolto solo in due modi: o applicando le naturali teorie dell’organizzazione sulle autonomie e la dirigenza (quindi grandi bacini, grandi responsabilità, gestione complessa e delegata, forti azioni di innovazione e ricerca) o tornando indietro e abolendo sia l’autonomia scolastica (passaggio difficile perché di tipo costituzionale) sia la dirigenza scolastica (passaggio semplice e forse da molti apprezzato).

 

RUOLO DEL MIUR

In tempi di tagli e di sacrifici non credo possa durare a lungo l’organizzazione di un Ministero che si occupa soprattutto di se stesso e non del sistema che dovrebbe governare. La direttiva del Ministro ai direttori generali è da anni orientata a raggiungere obiettivi di sistema prescindendo dal funzionamento reale delle autonomie scolastiche, lasciate da sole a fronteggiare il servizio scolastico. Dovrebbe sembrare paradossale che gli alunni e i docenti abbiano contatti solo con le scuole autonome, mentre il sistema venga organizzato in forma propria dal Miur. Io credo si debba invertire in fretta la freccia della direttiva: il Miur deve diventare solamente una struttura di servizio a supporto delle autonomie, con obiettivi tarati sulle scuole e non sulle esigenze o i progetti propri.