SCUOLA

Può esistere una vera educazione senza sport?

Giancarlo Tettamanti il Sussidiario 22.4.2012

La Diocesi ambrosiana può elencare un alto numero di educatori che hanno saputo porsi totalmente al servizio della Chiesa e della comunità cristiana. Uno di questi educatori è stato padre Lodovico Morell SJ, un gesuita che ha saputo coniugare la sua grande affezione alla Compagnia di Gesù e la sua profonda dedizione alla comunità ambrosiana, nella quale ha operato per tutta la vita, ponendosi accanto ai giovani. A distanza di sei anni dalla sua scomparsa, una bibliografia ne evidenzia la statura di uomo e di sacerdote, dando risposta, attraverso i suoi scritti, alla pressante domanda che gli ardeva nel cuore: “che cosa si potrebbe fare per avvicinare tutti?”.

Originario di Osnago (Lecco), ha seguito la sua vocazione sacerdotale con dedizione assoluta, ponendo la propria spiritualità ad esempio e riferimento per quanti lo hanno conosciuto. Un educatore vero, che con passione ha insegnato cose in cui ha creduto per davvero, e che ha saputo indicare, attraverso lo sport e il tempo libero, una via possibile di realizzazione di un personale processo di auto-affermazione, aiutando, così, i molti giovani che ha incontrato a capire chi sono, donde vengono e dove vanno: cioè a scoprire il senso della vita.

Con queste intenzionalità, Padre Lodovico Morell (1913-2006), la cui missione tra i giovani iniziò nell’Oratorio di San Fedele nel 1946, ebbe a pensare – a contatto con le tragiche conseguenze della guerra, e in cammino verso una normalizzazione non solo economica, ma anche culturale ed esistenziale – ad un luogo ampio dove raccogliere i ragazzi per aiutarli a crescere attraverso la pratica del “gioco” e dello “sport”, attuata secondo certi valori condivisi.

Tra quelle mura, aiutò, conducendoli quasi per mano, molti giovani a prendere coscienza di se stessi, a risvegliare in loro il coraggio delle decisioni definitive, a maturare la capacità di vedere, giudicare e affrontare la realtà. Ma non solo: li aiutò ad approfondire il senso religioso che albergava in loro, e a divenire – pur con gradualità ed intensità diverse – uomini e donne “per” e “con” gli altri, accompagnando così quel progetto di unificazione personale teso ad essere protagonisti nella vita familiare, nelle scelte vocazionali e nell’impegno professionale e sociale.

Fondatore a Milano, nel 1954, e direttore per oltre cinquant’anni del Centro Giovanile Cardinal Schuster, ebbe modo di incontrare e di avvicinare un numero grandissimo di ragazzi e ragazze, di indicare loro motivazioni e valori esistenziali, di aiutarli a vivere la loro età con gioia e allegria in un ambito in grado di sostenere la loro crescita umana e cristiana.

Operò indicando lo sport, l’attività sportiva, come un momento di autentica crescita culturale, capace di sconfiggere quel concetto di cultura – ancor oggi presente nella nostra società – che la identifica unicamente nel possesso di strumenti spesso privi di un’anima.

Questo suo impegno educativo e formativo – affrontato a tutto campo – ebbe anche ad incontrare difficoltà e contrarietà, tuttavia ha costituito, lungo il tempo di una vita, una testimonianza forte ed una dedizione totale.

Tracciare un quadro della sua spiritualità è certamente arduo, tuttavia è possibile coglierne l’essenza: in lui il sacerdote stava all’uomo, come l’uomo stava al sacerdote.

Innanzi tutto era e si sentiva sacerdote “gesuita”, ma non dimenticava di essere sacerdote “diocesano”, cioè pervaso di quella realtà nella quale si sentiva di dover portare il proprio contributo nella realizzazione del “Regno”. Da qui la sua affezione alla struttura oratoriana, una struttura che egli realizzò in ampia scala, coniugando la pedagogia ignaziana con la pedagogia salesiana, ponendola al servizio delle parrocchie, dando loro gli spazi per quella azione evangelizzatrice cui erano preposte.

Ricordando l’impegno educativo profuso da questo figlio di Sant’Ignazio, gli dobbiamo la riscoperta degli autentici valori dell’educazione sportiva come occasione e strumento per fronteggiare il disagio presente nella nostra società, per superare i rischi e le devianze, per correggere arroganze e violenze inutili e per favorire l’integrazione, la convivenza e la solidarietà.

Uomo apparentemente duro, tuttavia lasciava trasparire dalla scorza del suo carattere una sensibilità ed un amore grande per il prossimo. Certo, non accettava compromessi e su alcune posizioni era categorico, difficilmente cambiava parere, e ciò proprio perché fermamente convinto delle sue scelte. Chi ha avuto modo di conoscerlo profondamente, ha saputo tuttavia apprezzarne la statura, e da lui non solo ha colto, ma ha trattenuto per sé orientamenti e riferimenti che spesso ne hanno cambiato la vita.