Il ministro Profumo alla sua prima uscita

di Antonio Valentino ScuolaOggi, 6.12.2011

Nella sua prima apparizione pubblica (convegno ANP a Fiuggi, dei giorni scorsi), il neo Ministro Profumo ha presentato alcuni orientamenti sulle questioni di politica scolastica che risulteranno probabilmente centrali nella sua azione ministeriale. E questo, ovviamente, se il governo riuscirà a superare i giudizi - finora in gran parte problematici - del Parlamento e dei sindacati e ad arrivare a fine legislatura (Come probabilmente, sarebbe auspicabile, se si guarda allo sfascio degli ultimi tre anni del governo Berlusconi e ai problemi economico-finanziari che il Paese, con l’Europa, si troverà ad affrontare).

Prima di considerare alcuni aspetti del discorso che più anticipano le linee programmatiche del Ministro, vale la pena rimarcare due passaggi che attengono, sì, a questioni di cornice, ma il cui richiamo probabilmente esprime una preoccupazione significativa e speriamo preluda ad un impegno nel merito.

Mi sto riferendo a quella parte dell’intervento dove viene sottolineata la “relazione diretta tra i risultati del rapporto OCSE - PISA sugli apprendimenti e il livello del PIL, quale emerge da numerose indagini internazionali”, e tra “qualità degli apprendimenti, (…) mobilità sociale e ricchezza individuale”. E dove si coglie visibilmente il riferimento al dato molto pesante del rapporto PIL / investimenti nel settore scuola nel nostro paese - che è tra i più bassi nei paesi OCSE (4,8% contro una media del 6,1%) - e al fenomeno di “immobilità sociale” che ci caratterizza. ormai da diversi lustri, e che è anche il portato di un sistema di istruzione e formazione a vari livelli bloccato e inefficace.

Ma le considerazioni che forse prefigurano successive linee programmatiche mi sembrano essere le seguenti:

Una prima, che coglie una esigenza abbastanza diffusa nelle scuole, suona testualemnete così: “In questa fase, non abbiamo bisogno di scrivere sulla carta nuove riforme, né dobbiamo intraprendere opere di ingegneria istituzionale”; c’è bisogno piuttosto di “obiettivi chiari, risorse certe, monitoraggio continuo”, che facciano leva anche sulle “responsabilità” delle scuole autonome.

Parole assolutamente condivisibili, anche se va osservato in proposito che occorre di certo evitare di “scrivere sulla carta” nuove riforme (anche perché non ci sarebbe tempo), ma che sarebbe comunque più che auspicabile che venissero messe in agenda misure di accompagnamento e di sostegno sugli aspetti innovativi e migliorativi dei nuovi ordinamenti, soprattutto del secondo ciclo. Non possono bastare, al riguardo, le Linee guida o le Indicazioni nazionali. Bisognerà pur mettere le scuole nelle condizioni di tradurle positivamente nella pratica didattica, attraverso strumenti appropriati (formazione, socializzazione delle pratiche più significative, supporti metodologici, ambienti adeguati, riconoscimenti). Purtroppo è cultura diffusa di questo nostro strano paese che le innovazioni basti inserirle in provvedimenti legislativi; la costruzione delle condizioni di fattibilità e la rimozione di quanto è di impedimento a soluzioni operative più condivise, sono invece generalmente viste come optional. Speriamo di registrare in proposito una inversione di tendenza.

La seconda considerazione riguarda l’autonomia. A proposito della quale viene rimarcato, nell’intervento, l’orientamento a superare “logiche e pratiche dirigistiche da parte del MIUR”. E’ un buon segnale. Vedremo. Troppe cose storte si sono verificate al riguardo dai tempi della Moratti fino alla gestione Gelmini, certamente la più disastrosa.

 

Una terza considerazione riguarda la governance interna alle scuole; governance che – dice il ministro – “non identifichi come unici soggetti i dirigenti scolastici e il collegio dei docenti, ma che consenta di individuare e promuovere altre articolazioni dell’organizzazione del lavoro”.

E’ questo un tema che riveste particolare importanza in questo periodo in cui le delicate questioni del dimensionameto (su parametri molto più elevati rispetto al passato) pongono problemi nuovi, e non più rinviabili, di riorganizzazione delle nuove istituzioni autonome e di governace complessiva delle scuole. Non so se il ministro pensa a forme di “middle management”, da garantire attraverso riconoscimenti e investiture formali per figure e organi professionali chiamati a compiti di responsabilità; figure e organi che consentano al DS di focalizzare la sua leadership sulla qualità e lo sviluppo della scuola come servizio e sulla unitarietà di gestione. Comunque, c’è, nelle nostre scuole, la necessità di ripensare e rivitalizzare le figure dei collaboratori del DS e le funzioni strumentali, anche per dare gambe ai dipartimenti che i nuovi ordinamenti enfatizzano, senza però esplicitarne forme e strumenti.

Da sottolineare anche il richiamo, all’interno del discorso dell’autonomia scolastica, ai processi di verifica dei livelli di apprendimento, all’“autovalutazione delle scuole, ma anche alla valutazione esterna”. Ad essi, sembra di capire, si assegna il compito di consentire al ministero e alle scuole “di riflettere sulla reale efficacia del lavoro scolastico”. Sostanzialmente pare di cogliere un approccio soft alla questione e comunque lontano da quello, conflittuale e polemico, che si coglieva nelle posizioni della Gelmini e di Brunetta.

C’è ovviamente dell’altro, anche se l’intervento, almeno dalla lettura, è, nell’insieme, piuttosto sobrio e contenuto.

C’è un accenno alle modalità di finanziamento delle scuole - che “assicurino sin dall’inizio dell’anno risorse certe, tendenzialmente senza vincoli di destinazione” - e alle forme di reclutamento. A quest’ultimo proposito, l’assicurazione, certamente non nuova, è che le soluzioni al riguardo “garantiscano procedure snelle, trasparenti e definite, per permettere una immissione periodica certa, e dare opportunità concrete ai docenti che escono dai nuovi percorsi di formazione universitaria, senza creare nuovo precariato”.

Ai precari di oggi non ci sono accenni. Una omissione, non l’unica ovviamente, che sarebbe grave se non la si rapportasse al fatto che il nuovo ministro è in carica da meno di 20 giorni e che altre, in questo momento, sono le priorità collegiali del nuovo governo.

Così il Mnistro alla sua prima uscita.

E Il mondo della scuola della scuola? Liberato di una presenza inadeguata e rovinosa a capo del Ministero, è nella necessità - e forse anche nella condizione - di recuperare un suo ruolo positivo e propositivo: dar voce nuova al bisogno di una diversa e più profonda consapevolezza del disagio di docenti e studenti, sviluppare consapevolezza dei livelli di incultura diffusa tra i nostri giovani: soprattutto sul frontre delle competenze chiave di cittadinanza che tardano a trovare spazio nelle nostre aule. Consapevolezza – son sufficientemente diffusa - che la democrazia degli incolti e degli incompetenti porta un paese verso un sicuro declino, nel quale soprattutto i deboli sono destinati a soccombere.

Su questi temi - e altri - sono già usciti due primi tempestivi documenti, diversi tra di loro – ma non poteva essere altrimenti - di indicazioni e proposte, precedenti a questo primo discorso del Ministro: quello dell’ANDIS che propone all’attenzione del nuovo ministro sette idee / proposte per ridare slancio alla scuola pubblica e quello della FLC-cgil che, con toni tranquilli e propositivi, dice la sua sulle priorità di questa fase per il mondo della scuola.

C’è da augurarsi che anche altre voci, altrettanto realistiche, chiare ed aperte, si aggiungano a queste. C’è urgente bisogno di un nuovo protagonismo del pianeta scuola.