Siamo tutti federalisti?

di Stefano Stefanel da Pavone Risorse, 22.8.2010

         I primi effetti del federalismo si stanno facendo sentire in Italia e qualche preoccupazione sta montando nell’opinione pubblica, soprattutto dopo aver assistito all’emanazione del provvedimento sul federalismo demaniale e aver visti pubblicati i valori catastali di alcune montagne della nostra storia come le Tofane (240.000 euro, nemmeno un appartamento). Il titolo V è stato riscritto in maniera veramente discutibile dal centrosinistra nel 2001 e quella parte della Costituzione è certamente una delle meno esaltanti e difendibili. Per questo esiste una forte apprensione nel Paese per un salto nel buio dai contorni indefiniti, che deve armonizzare le idee politiche e amministrative di un partito che ha nella sua ideologia costitutiva la secessione del nord dal sud Italia. Quello che invece è molto chiaro è che una certa idea federalista è penetrata nel nostro vivere civile e difficilmente ci abbandonerà. Questa idea ha ormai preso piede soprattutto in quelle che sono considerate le “regioni rosse” e che fanno riferimento a forze politiche che si richiamano all’unità nazionale. Per misurare questa evenienza federale è sufficiente analizzare alcune reazioni in relazione ai tagli nella scuola pubblica e all’emergere dei dati oggettivi sulla gestione della sanità. Le “regioni rosse” sono regioni virtuose, ben amministrate e con alti standard di servizi e per questo il loro attacco al Governo e alle manovre finanziarie di taglio delle spese sono state prese molto sul serio. Tra l’altro, quelle regioni (accanto ad altre molto virtuose del nord quali il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e il Trentino Alto Adige) e la Lombardia hanno fatto sapere che ci sarà un forte intervento regionale per contrastare l’effetto dei tagli governativi sul tempo pieno e sui piccoli ospedali, ad esempio. Da nessuno e da nessun Governo regionale è venuta la proposta di utilizzare parte della “virtù” delle regioni migliori per soccorrere quelle del sud in difficoltà. L’Emilia Romagna ha lanciato da anni una battaglia per salvaguardare la sua scuola pubblica e il suo tempo pieno (unico in Italia che ancora si base sul doppio organico perfetto a cui vanno aggiunte religione e inglese), ma non ha proposto alcun sostegno all’istruzione della Basilicata o della Campania. Questo federalismo di fatto è la base ideologica portante su cui si fondano i futuri decreti attuativi del federalismo fiscale.

         Se si dovranno stabilire i costi standard delle prestazioni che determinano i livelli essenziali delle prestazioni al fine del trasferimento dei fondi statali, sarà importantissimo comprendere qual sia il valore medio di ogni prestazione, se cioè verrà definito tenendo conto della spesa nelle regioni virtuose o in quelle spendaccione. Pensare, invece, che questo valore standard segua le aspettative dell’opinione pubblica significa non comprendere che il federalismo non cerca per sua natura di ampliare la spesa pubblica, ma di contrarla, anche se poi spesso nei fatti non ci riesce.[1] Ci sarà insomma una corsa al ribasso trasformando i livelli essenziali delle prestazioni in livelli minimi di erogazione del servizio o ce ne sarà uno alto, che permetterà comunque di finanziare alcuni sprechi del sud senza ingenerare ulteriore emergenza sociale? Il passaggio è ovviamente storico e come tale non è facile dipanarlo dalla cronaca.

 

SCUOLA FEDERALE?

          La sentenza n° 13 della Corte costituzionale del 2004 ha già sancito che la competenza degli organici è delle Regioni e non dello Stato, stabilendo teoricamente che il federalismo nella scuola è già pronto ad entrare con un provvedimento dirompente, qual è certamente lo “sapcchettamento” del personale del Miur da un unico contratto ad almeno venti contratti. La regionalizzazione degli organici porterebbe subito vantaggi ai docenti, sia in termini di stipendio, che di reclutamento e formazione. Inoltre eviterebbe la micidiale spirale delle graduatorie a pettine, permanenti o ad esaurimento, cioè la difesa sindacale della paralisi scolastica in cui i diritti dei lavoratori prevalgono sempre su quelli dell’utenza. Con una scuola “regionalizzata” sarebbe impossibile avere in graduatoria supplenti residenti dall’altra parte dell’Italia, mentre ci potrebbero essere norme regionali a favore della montagna o dei piccoli centri. Non credo si debba dimenticare che la Provincia di Trento non ha recepito la legge 169/2008 nella parte in cui ripristina i voti numerici e che la Provincia di Bolzano prevede una forte indennità per l’insegnamento nei paesi di lingua ladina.

         Il federalismo nella scuola produrrebbe vantaggi immediati per docenti e famiglie, imporrebbe agli enti locali un forte aumento della spesa per l’istruzione e un capillare controllo su quanto avviene a scuola. Questo però configgerebbe con due questioni considerate fondamentali da gran parte dei docenti italiani: l’uniformità del sistema scolastico nazionale e la creazione di scuole di diversi livelli e per diverse possibilità. Probabilmente ben gestite e capaci di dare grandi risultati al Nord e fatiscenti e dequalificate al sud. Le rilevazioni Invalsi e Ocse-Pisa hanno descritto lo stato della scuola italiana e la sua forte propensione alla  non competitività, ma hanno anche convinto l’opinione pubblica che al sud “taroccano” i voti, aiutano gli alunni durante le prove, cercano disperatamente di fornire uno spaccato della propria scuola non aderente alla realtà pensando così di migliorare la propria situazione, mentre al Nord brutalmente si fanno misurare e vada come vada. Sta prevalendo nell’opinione pubblica nazionale che nella scuola come in altri settori della vita sociale il nord è dedito per lo più al lavoro, il sud all’imbroglio. E questo è un sentimento pericoloso e disgregante, che di certo non si combatte con un nuovo centralismo o aiutando i propri alunni nelle prove Invalsi.

         I due atteggiamenti (nessuna solidarietà tra le regioni e diffidenza verso il Sud) stanno nello stesso alveo federale e contribuiscono a creare un clima di sfiducia verso una ridefinizione omogenea del sistema scolastico nazionale. L’opinione pubblica ha capito che comunque il riallineamento di scuola e sanità su nuovi standard sarà al ribasso e che i tempi della spesa aggiuntiva sono finiti. Per questo esiste la percezione che qualunque cosa voglia dire il federalismo lo dirà in modo che ognuno finanzi se stesso. Dire se questo porterà vantaggi o svantaggi è impossibile, dire che modificherà l’Italia in modo irreversibile è una profezia facile. Chi vuole ostacolare il federalismo non può però farlo richiamando il bel tempo andato, che non era affatto bello se ha portato alla situazione attuale. Esiste in Italia un milione di persone che non vogliono cambiare e lo fanno sapere sempre a chiare lettere: sono i dipendenti del Miur, cioè siamo noi, desiderosi solo di affermare noi stessi, ma incapaci di difendere il sistema dalle sue abnormità. E così il disagio di avere a che fare un riti burocratici e graduatorie permanenti porterà alle eliminazione di entrambi, con buona pace di chi ritiene che la scuola italiana vada bene e che sbaglino l’Invalsi e l’Ocse-Pisa.

 

FEDERALISMO MINIMO

          C’è poi il federalismo minimo che viene praticato e percepito da tutti, ma che nessuno vuol rendere sistematico. Chi fa di mestiere il dirigente sa bene che ci sono docenti che tutti vogliono per i loro figli e altri docenti che nessuno vuole, sa che ci sono persone eccezionali e che lavorano sodo e dipendenti che, se il lavoro fosse un volatile, avrebbero la tessera numero uno di federcaccia. Ebbene quello che non è più possibile sostenere è che questa graduatoria di fatto e nei fatti rimanga implicita e non possa essere presa come base premiante o di carriera. Non si tratta di assumere o licenziare senza vincoli, si tratta di mettere nero su bianco che quel docente è stato richiesto da 150 genitori, mentre altri 80 genitori hanno chiesto che quell’altro docente non venga messo a insegnare ai propri figli. Dato che il Miur e le categorie professionali della scuola (dirigenti, ata, assistenti tecnici, docenti) non fanno nulla sull’argomento, non hanno nulla da dire, non vogliono premi o punizioni sonanti ci penserà il federalismo ad introdurre le differenziazioni e i meccanismi premianti o punitivi. Nessun federalismo può sottrarsi al rapporto con il territorio di riferimento e il nostro lo farà o per appartenenza (i leghisti verranno favoriti), per adesione sociale (avrà più consenso e più carriera chi meglio interagirà col suo territorio) o per risultato (comunque il più bravo me lo tengo). Credo sarebbe importante prepararsi a questo, qualunque federalismo venga avanti e qualunque scuola si pensi di attuare. Quello che ritengo molto difficile fare è stare fermi, cercare aiuti dal Tar o da qualche tribunale, dedicarsi ad impugnare circolari e decreti come se si difendesse la democrazia non tenendo in minimo conto di cosa pensa la maggioranza della gente. L’Italia non è un Paese federale e non ha vocazione federale, ma la “talpa” federale ha ormai scavato in profondità: provate a chiedere ad un cittadino emiliano se difende il tempo pieno di casa sua o della Basilicata. Provate a chiedere ad un friulano se giudica normale che per avere un supplente per tre giorni in una scuola primaria bisogna chiamare il cellulare di una persona che vive a Siracusa. Provate a chiedere ad un cittadino del Trentino se preferisce il sistema scolastico attuale completamente regionalizzato e che permette il pieno impiego o quello statale di qualche tempo fa che poneva la provincia di Trento in posizione sempre subalterna a quella di Bolzano.

 

[1]  Giancarlo Sacchi, Federalismo e dintorni, in “Scienza dell’amministrazione scolastica”, n° 3/2010.