SCUOLA

L’educazione alla cittadinanza
non insegni le regole
ma le ragioni di uno Stato Civile

Matteo Foppa Pedretti, il Sussidiario 27.9.2009

La scuola italiana farà presto conoscenza con l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, che debutterà – probabilmente a partire da fine settembre - in quasi mille scuole di ogni ordine e grado.

Sono stati infatti approvati i centocinquanta progetti – la maggior parte dei quali coinvolge una rete di scuole – che costituiscono il terreno della sperimentazione dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, fortemente voluto dal Ministero della Pubblica Istruzione, con l’appoggio e l’assistenza dell’INVALSI e dell’ANSAS (Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica).

Come abbiamo già avuto modo di scrivere in questi spazi, non è facile delimitare con certezza gli scopi e i limiti di questo insegnamento. Diesse Lombardia ha dedicato all’argomento il tema della sua giornata di inizio d’anno, che si è svolta nella spettacolare cornice dell’Ippodromo del Galoppo di Milano e ha visto la partecipazione di due ospiti di eccezione: Ernesto Galli della Loggia, storico, professore all’Università San Raffaele di Milano ed editorialista del Corriere della Sera, e Stefano Alberto, professore di Teologia all’Università Cattolica di Milano ed animatore di un apprezzatissimo corso sui fondamenti antropologici del nostro vivere associato per gli studenti della Facoltà di Giurisprudenza.

Il tagliente intervento di Galli della Loggia ha messo in luce due preoccupazioni sostanziali.

La prima è che Cittadinanza e Costituzione venga tradotta, nella pratica delle scuole, in un’ennesima educazione di tipo comportamentale (come quella alimentare, quella all’affettività, quella stradale, quella ambientale, etc) contribuendo a snaturare il compito della scuola, ridotta sempre più a un “erogatore” di servizi vagamente educativi (ma di fatto poco più che informativi).

La seconda è che tale insegnamento assuma connotati “etici”, in cui la Costituzione viene trasformata in una tavola eterna di principi e valori morali, e non studiata per quello che è, cioè il documento, fornito di valore giuridico, del patto storico su cui si è fondata la nostra convivenza civile negli ultimi sessant’anni.

Lo scopo di un insegnamento così è creare cittadini appiattiti sull’ideologia oggi dominante: una sorta di “buonismo” di stato, ricavabile dai suddetti valori, ricavati per interpretazione. Cittadini che lungi dal diventare per questa strada dei “cives” più consapevoli e più liberi, non acquisiscono nemmeno le categorie fondamentali per comprendere a fondo i problemi e le questioni fondamentali che oggi si agitano nella nostra società.

D’altra parte – questa è stata la sottolineatura di Stefano Alberto, che ha citato il poeta polacco Czeslaw Milosz, premio Nobel nel 1981, anno di Solidarnosc – l’occasione di un così diffuso sforzo della scuola italiana è utile per dare l’occasione ai nostri ragazzi di non limitarsi «a dare la caccia alle farfalle», rinchiudendosi nel proprio privato, ma di cominciare ad «amare la Res Publica», a prendersi cura del bene comune, del portato della nostra tradizione civile, anche a rischio, come ricorda sempre Milosz, di «avere la mano mozzata».

È esattamente a questo punto che si pone il problema di dare sostanza e contenuto a quello che appare essere ancora in larga parte un contenitore vuoto. Problema che deve essere affrontato su due livelli.