Azzeriamo tutto,
ma non i debiti di famiglia

 Pavone Risorse 12.2.2009

Sinceramente non se ne sentiva il bisogno, ma anche la prestigiosa Fondazione Agnelli si è unita al coro dei sedicenti “riformatori” della scuola italiana (ben inteso, sempre quella pubblica e statale!). La ricetta ricalca grosso modo quella del governo: fine delle graduatorie e creazione di un albo professionale, una sorta - parafrasando Hegel - di notte in cui le vacche sono tutte nere, dove cioè vecchi e nuovi abilitati vengono ammucchiati senza tenere conto della carriera, dei titoli, del servizio prestato. E a questo albo i dirigenti scolastici potranno attingere liberamente, senza seguire alcun criterio particolare. Insomma, si potrà assumere per simpatia, vicinanza politica o famigliare, convenienza economica (un giovane, da questo punto di vista, vale più di un vecchio) e via discorrendo. Che Hegel mi perdoni: si tratta di un vero e proprio mercato delle vacche!

L'azzeramento totale delle graduatorie, richiesto dalla Fondazione Agnelli, è l'ennesima proposta di macelleria sociale volta ad eliminare dal mercato centinaia di migliaia di lavoratori che hanno garantito il funzionamento della scuola in tutti questi anni. Ma, lo sappiamo, siamo in un periodo di crisi e bisogna tutti tirare la cinghia. Be', non proprio tutti...

La Fondazione Agnelli è un istituto di cultura e ricerche creata dalla FIAT nel 1966. Fiat, cioè Fabbrica Italiana Automobili Torino, la più antica, ricca e potente azienda italiana, capace di resistere a tutte le crisi economiche, ai cambi di regime, alle guerre mondiali e civili che hanno attraversato la storia più o meno recente del nostro paese. Il suo fondatore, Giovanni Agnelli, nel 1923 viene nominato “senatore del Regno”. Queste le sue parole:

Il tempo sinistro del sovversivismo distruttore, che da noi culminò nell'episodio tragico dell'occupazione delle fabbriche, é passato per sempre. In quei giorni c'era da pensare di avere costruito sulla sabbia anche gli edifici più solidi del lavoro... Ma sorse Mussolini, il liberatore e il ricostruttore, e l'Italia che non poteva morire fu tutta con lui.

Da allora la Fiat ne ha fatta di strada. Grazie al solito Mussolini (e ai finanziamenti pubblici) è riuscita a sopravvivere alla grande crisi del 1929, quindi persino alla II Guerra mondiale, per ripresentarsi, a conflitto finito, più forte di prima. Negli stessi anni la Renault, la più grande fabbrica di automobili francesi, colpevole di avere intrattenuto rapporti con i nazisti e il governo traditore di Vichy, viene nazionalizzata.

La nuova Repubblica italiana, nata dalla Resistenza e dal sangue di chi, come migliaia di operai della Fiat, si è opposto alla barbarie nazifascista, ha letteralmente ridisegnato la cartina del paese secondo le esigenze dell'azienda torinese, optando per il trasporto merci su gomma e sacrificando quello su rotaia o fluviale: più strade che ospedali, più automobili che scuole. Sono gli anni del boom, il cui segreto sta tutto nei bassi salari, che consentono alle nostre esportazioni di essere competitive all'estero: alla Fiat gli operai ribelli e sindacalizzati vengono schedati e mandati nei reparti confino.

La musica cambia negli anni Settanta. La rinata combattività operaia, la crisi petrolifera e la sfavorevole congiuntura mandano letteralmente in tilt l'azienda. Lo Stato italiano corre immediatamente ai ripari, con finanziamenti a pioggia e la Cassa integrazione guadagni per gli operai rimasti senza lavoro. Una musica che si ripeterà anche negli anni successivi secondo una logica perversa quanto efficace (per l'azienda di Torino): se il trend è positivo, la Fiat privatizza i profitti; quando arriva la crisi impone la socializzazione delle perdite. In una economia di mercato chi non è in grado di mandare avanti la propria azienda si fa da parte: in un paese come l'Italia, invece, a essere messi da parte sono sempre coloro che hanno lavorato sodo ed onestamente.

Azzerare tutto? Siamo d'accordo, perché teniamo al bene del paese. Ma non ci si può limitare alle solite categorie. Le città italiane sono tra le più inquinate del mondo e i loro abitanti sono costretti a finanziare aziende che gli avvelenano l'aria! Nel resto del mondo civilizzato, dove le leggi del mercato non possono negare il diritto alla salute delle persone, si scoraggia l'uso delle auto, qui lo si incentiva: azzeriamo tutto! Gli italiani pagano fiori di quattrini per finanziare quotidiani e periodici (molti dei quali di proprietà della Fiat, come La Stampa e tutti quelli che si celano dietro l'etichetta “Rizzoli-Corriere della Sera)” che altrimenti non sopravviverebbero al mercato, per non parlare delle imprese assicurative, delle finanziarie, di ramificato quanto poco conosciuto impero economico. Azzeriamo tutto!


Ps: tanto perché non si generi confusione, “azzerare tutto” non significa chiedere l'azzeramento dei debiti di famiglia.