Né storia né geografia
alla scuola di Sarkozy

Francia, è polemica per il taglio delle materie all'ultimo anno di liceo

Domenico Quirico, La Stampa 11.12.2009

CORRISPONDENTE DA PARIGI
La coincidenza è curiosa: ci si affanna ad agglutinare la nazione galvanizzandola con un censimento sull’identità nazionale e poi si cancellano le ore di Storia nell’anno terminale del liceo scientifico, nella volata finale per il «bac», la maturità che qui, assai più che da noi, ha conservato valenze napoleoniche ed epocali prenotazioni del futuro individuale.

La Storia trattata dunque come qualcosa di inutile, ridotta alla minuscola, chiusa nel gulag dell’umanistico-letterario perché non serve al sapere pratico, zavorra per chi dovrà battersi in un mondo tecnologico e competitivo.

C’è battaglia, e grossa, in Francia: sulla riforma dell’insegnamento superiore, promessa da Sarkozy in campagna elettorale. Sfida azzardosa. Gingillarsi con la scuola porta diritti in un groviglio avvelenato e sospettoso; studenti professori famiglie. E infatti il primo progetto, radicalissimo, davvero sarkosista, proposto da un ministro di nome Darcos nel 2008, di fronte alla fronda liceale è scomparso tra triboli immensi. Sarkozy ci riprova, dopo aver affidato il dossier al garbato fard di Richard Descoings, una star dell’insegnamento chic, il manager che ha trasformato Sciences Po - l’istituto superiore di studi politici - in una fruttuosa macchina sforna quattrini.

Nel nuovo progetto un punto ha subito scatenato il subbuglio. La cancellazione nella classe terminale del liceo, indirizzo scientifico, dell’insegnamento della storia: giustificato dalla possibilità di preparare meglio le materie che faranno parte del successivo indirizzo universitario, maggiore specializzazione scientifica e un programma meno duro e affaticante.

Alle critiche il ministro, che ora si chiama Luc Chatel ed è un ruvido emergente nel gregge dei sarkosisti più prossimi, ha risposto con tono stroncatorio: «Già ora gli studenti dell’indirizzo scientifico non fanno più francese. Ebbene non mi risulta che siano diventati degli illetterati».

Ha sottovalutato certamente le reazioni spiritate a questa scelta didattica. Tra gli usuali mugugnatori, infatti, non sono soltanto i sindacati degli insegnanti; che temono non tanto scolvolgenti ignoranze sulla Gallia e il Re Sole quanto il sotterraneo progetto di diminuire di decine di migliaia i posti di lavoro. Insomma la storia non c’entra, saremmo alle solite economie. Non è però solo un problema corporativo, è un problema di materia. La riforma prevede infatti un analogo provvedimento per la geografia, pure abolita per spiccio decreto. Ebbene, neanche una voce si è levata a protestare.

Al contrario della geografia, negletta evidentemente anche dai geografi, la storia ha un valore «politico». Ed è difesa da una corporazione potentissima, quella degli intellettuali, gente che si attacca al terreno della polemica come le vecchie fanterie. Tra quelli che hanno «giudicato negativamente» la misura spunta anche Max Gallo, che è una sorta di storico ufficiale dell’evo sarkosista. Subito è scattata l’idea di un manifesto che chiede il ritiro della misura, firmato da nomi noti come Benjamin Stora, storico marxista della colonizzazione, il filosofo Alain Finkielkraut, il demografo Hervé le Bras, lo storico Pierre Milza, autore di una biografia di Mussolini, il filosofo Michel Onfray, ma anche l’attore Pierre Arditi e l’inevitabile Ségolène Royal. Non difendono la storia come disciplina ma, come si sarebbe detto un tempo con mirabile ingenuità, «maestra di vita», una concezione dell’essere cittadini, un esercizio indispensabile di educazione civile e di riflessione sulla complessità del mondo: «È una scelta ispirata da un utilitarismo di corta veduta, che è in contrasto con gli obbiettivi proclamati del sistema educativo francese sul piano della formazione intellettuale, dell’adattamento al mondo contemporaneo e della riflessione civica dei futuri cittadini». Eliminandola dell’ultimo anno, accusano, non si potrà più riflettere in classe sui grandi avvenimenti del secolo scorso.

Come spiega lo storico Pierre Milza, sarebbe «una regressione terribile che potrebbe concorrere a una amnesia generale». «Nell’ultimo anno il programma di storia, e di geografia, è un ponte lanciato verso l’attualità - polemizza lo scrittore Hervé Hamon -. I burocrati possono certo dirvi che si può anticipare negli anni precedenti, ma il vero problema è la maturità degli allievi. Non si comprendono le cose allo stesso modo se hai 17 o 18 anni». E Stora incalza: «I professori dovrebbero spiegare un periodo che va dalla rivoluzione industriale alla caduta del muro di Berlino: come farlo in un anno solo? Così la storia va ad aggiungersi alle lingue cosiddette morte, è un segnale inquietante di una tendenza che minaccia il rapporto di ognuno di noi con la cultura generale. Oggi non si parla che dell’immediato, del mercato del lavoro. Ma volendo guadagnare del tempo in realtà se ne perde. Perché la cultura generale permette di essere nel mondo, di affrontarlo più rapidamente».

Intanto il dibattito ferve su Internet. Sul sito di Le Monde, i blogger si sbizzarriscono a cercare alternative di tagli. La voce più frequente: «Piuttosto che la storia, levate la filosofia».