Come leggere le classifiche delle università

di Alessandro Figà-Talamanca, La Voce 1.12.2009

A differenza di altri paesi, l'Italia ha scelto di avere un unico sistema di istruzione superiore che non distingue tra università di prima, seconda e terza classe. E' una scelta che ha fallito lo scopo di assicurare a tutti gli studenti un'istruzione di qualità. Questo almeno ci dicono le classifiche internazionali. Eppure, non sarebbe difficile con un'operazione di pura facciata, inventare un'università italiana che si collochi tra le prime cinquanta al mondo. Faremmo meglio però a occuparci di migliorare il sistema. A partire dagli atenei del Sud.

La posizione degli atenei italiani nella classifica delle prime cinquecento università del mondo, curata dal Times Higher Education Supplement (Thes), non è più solo una curiosità giornalistica. Ne ha parlato esplicitamente il ministro dell’Istruzione che, secondo quanto riportato dalla stampa, non vorrebbe “più vedere la prima università italiana al 174esimo posto”. E infatti, ancora una volta, come negli anni passati, nessuna università italiana è tra le prime cento. La prima università del nostro paese è quella di Bologna, che arriva appunto al 174esimo posto. Bisogna scendere alla casella 205 per trovare l’università Sapienza di Roma.

 

INDICATORI PER UNA CLASSIFICA

La classifica è determinata da un punteggio ottenuto pesando opportunamente sei indicatori: la reputazione internazionale (peer review), le valutazioni dei datori di lavoro, la presenza di studenti e docenti stranieri, le pubblicazioni dei docenti e il rapporto studenti/docenti. L’indicatore che pesa di più (40 per cento) è quello della reputazione internazionale come giudicata da esperti indipendenti. Èfacile criticare questi calcoli. I dati su cui si basano, infatti, non sono sempre affidabili e i relativi indicatori sono quasi sempre difficilmente paragonabili. Tuttavia, dopo la presa di posizione del ministro, è difficile ignorare la classifica. Dobbiamo quindi chiederci se può esserci utile per capire meglio il sistema universitario italiano. Ci viene incontro, a questo proposito, proprio la nostra fonte Thes, che pubblica assieme alla classifica delle università anche una classifica dei “sistemi universitari”.

Anche in questo caso l’Italia occupa un modesto dodicesimo posto a livello mondiale, e il settimo posto tra i paesi europei dietro la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, l’Olanda, la Svezia e la Svizzera. Tuttavia, l’analisi a livello di sistema svolta dal Thes ci fornisce alcune importanti informazioni aggiuntive.

Il Thes basa la graduatoria dei “sistemi” su quattro criteri cui è attribuito uguale peso. Il primo criterio (System) è semplicemente il punteggio medio degli atenei di un paese che compaiono nella graduatoria delle prime seicento università. Sulla base di questo criterio l’Italia raggiunge un ancor più modesto quattordicesimo posto. Il secondo criterio (Access) misura la percentuale di studenti di un paese che studia in una “buona” università, cioè in una università che rientra tra le prime cinquecento. Sorprendentemente, l’Italia ha un alto punteggio su questo criterio classificandosi al terzo posto nel mondo, dopo Stati Uniti e Australia, e al primo posto tra i paesi europei. Per contro il sistema italiano si posiziona in fondo alla graduatoria (trentesimo posto, appena sopra il Brasile e la Grecia) in  riferimento al terzo criterio (Flagship) basato sulle caratteristiche della migliore università del paese. Pure basso è il contributo del quarto criterio (Economic, che rapporta il posizionamento delle università al Pil del paese) sul quale l’Italia si classifica al diciottesimo posto.

 

QUELLO CHE LE CLASSIFICHE CI DICONO

A ben pensarci questi risultati non sono troppo sorprendenti. L’Italia, a differenza di altri paesi, ha scelto di avere un unico sistema di istruzione superiore che non distingue tra università di prima, seconda e terza classe. Ènaturale che un numero relativamente alto di studenti frequentino una “buona” università secondo la definizione del Thes. Per contro, questo rende difficile per le università italiane, che sono aperte a tutti i diplomati della scuola secondaria, competere in termini di qualità con le scuole di élite riservate a una esigua minoranza degli studenti, come sono ad esempio le Grandes Ecoles francesi. Sarebbe facile, infine, con un’operazione di pura facciata, inventare un’università italiana che si collochi tra le prime cinquanta. Basterebbe enucleare i corsi di laurea dell’area “Natural Sciences” della Sapienza di Roma, per costituire una università separata. In questa area, infatti, Sapienza già raggiunge il venticinquesimo posto mondiale e il settimo in Europa, nella classifica Thes, ristretta al parametro della peer review, che vale il 40 per cento del punteggio. Non dovrebbero essere da meno gli altri parametri, eccetto forse quello relativo a docenti e studenti stranieri. Senza migliorare il sistema, si otterrebbe in tal modo un ateneo in grado di competere nella classifica con le migliori università straniere.

Sembra però più rispondente ai bisogni del paese occuparsi, invece, delle università italiane che non sono entrate nella classifica del Thes. Una prima ricognizione, basata sulle classifiche del 2008, è stata fatta un anno fa dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario e presentata nel rapporto annuale del 2008. Risulta che solo venti delle cinquantanove università statali sono classificate tra le prime cinquecento del mondo. In pratica, solo il 54 per cento degli studenti e il 62 per cento dei docenti appartengono a università classificate tra le prime cinquecento. Salta agli occhi l’assenza delle università meridionali da questa lista, a eccezione della Federico II di Napoli. La scelta di avere un unico sistema universitario ha quindi, almeno in parte, fallito lo scopo di assicurare a tutti gli studenti un’istruzione di qualità, almeno secondo la definizione del Thes. Più che l’assenza di una università italiana tra le “prime cento” è proprio questo che dovrebbe preoccupare il ministro e i rettori delle università statali che non rientrano nella classifica Thes.