Addio scuola.

di Guglielmo La Cognata Il Messaggero, 29.9.2008

Cronaca giudiziaria. Da settimane si assiste con allarme crescente ad un furioso processo generalizzato nei confronti della scuola pubblica.


ACCUSA:

la scuola italiana non funziona, costa troppo, è uno stipendificio finalizzato all'assistenza della plebe intellettuale meridionale, ignorante, nemica degli studenti padani martoriati, che altrimenti non saprebbe cosa fare della propria vacua esistenza fannullona e criptocomunista.

Conseguentemente, bisogna abbattere drasticamente le spese, tagliare il personale docente, il personale non docente, il numero delle ore, il numero delle scuole, il numero di anni dell¹itinerario formativo. L'unica soluzione al problema del precariato è la rottamazione dei precari, mentre gli insegnanti obsoleti e scaduti del sud possono essere riciclati attraverso corsi di aggiornamento mirati.


DIFESA:

In base all'anagrafe, tutta la scuola italiana è meridionale. Com'è dunque possibile che questi insegnanti sottosviluppati del sud diventino improvvisamente bravi al nord? Perché varare disposizioni così rilevanti senza consultare gli operatori della scuola, coloro che di pedagogia se ne intendono e trascorrono la loro vita professionale in aula? Perché sottoporre il Ministero della Pubblica Istruzione a libertà vigilata da parte del Ministero dell'Economia? Perché, in realtà, si ritiene la scuola non una risorsa, base certa e decisiva per lo sviluppo civile, sociale, economico del paese, ma un inutile spreco.

Gli effetti di questa impostazione appaiono devastanti.

1. La riduzione a 4 anni della scuola superiore, la riduzione del tempo pieno e del tempo prolungato, la riduzione del tempo scuola settimanale, implicano minori servizi alle famiglie e minori strumenti formativi per gli allievi. Nei quartieri a rischio, dove le scuole costituiscono l'unico baluardo di legalità, i ragazzi passeranno meno tempo fra i banchi e più tempo in strada.

2. Il ritorno al maestro unico scardina un segmento del percorso formativo che vede l'Italia in vetta alle classifiche internazionali. Dopo vent'anni, la complessità contemporanea dentro cui vive una classe (lingua straniera, educazione fisica, bambini diversamente abili, alunni extracomunitari) non è più governabile da un solo docente tuttologo.

3. La drastica contrazione del numero di insegnanti di sostegno toglie opportunità di inserimento sociale ai più sfortunati, soprattutto in quelle zone dove la scuola rappresenta l'unico canale di integrazione.

4. Accorpare gli istituti scolastici vuol dire lasciare senza scuole le aree geografiche più disagiate, negando il diritto alla pari opportunità formativa.

5. I tagli non si limitano a mettere in ginocchio l'intero sistema scolastico, ma privano del lavoro 150.000 docenti e personale ATA (e le loro famiglie). Per di più questo dato drammatico riguarda soprattutto le fasce più deboli, cioè le donne, che nella scuola operano per l'80 %, i precari, usati nel momento del bisogno e poi buttati via, i giovani laureati meridionali che non potranno più aspirare ad una cattedra, esile filo di speranza occupazionale in contesti difficili.


SENTENZA:

cosa può saperne un giovane avvocato di Brescia dei piccoli atti di eroismo quotidiano di questi prof senza qualità, in trincea senza le scorte dei magistrati, senza i soldi degli industriali, senza i riflettori dei tg, senza il sostegno della politica, senza strutture adeguate. Come se fosse normale, vanno a cercare a casa gli alunni "speciali", restano a scuola oltre l'orario per risolvere certe situazioni, devono sostituirsi al padre, alla madre, alla polizia, al medico, subiscono intimidazioni e danneggiamenti, pagano la refezione ai bambini, comprano vestiti e occhiali, macinano, precari e pendolari, centinaia di km al giorno.

Nessun disegno riformatore può andare in porto senza il consenso di quanti vivono, lavorano, studiano all'interno delle aule scolastiche. Li si ascolti: è come leggere un romanzo, ma è tutto vero.