Beniamino Brocca:
"Fa male alla scuola la mancanza di confronto"

di Luciana Di Mauro da ScuolaOggi, 4.11.2008

Siamo andati tutti a scuola, un'esperienza formativa nella vita di ciascuno che dovrebbe unire di fronte alle varie emergenze educative che, a cadenza sempre più frequente, s'impongono alla società e alla sua scuola. Al contrario accade che, nella seconda come nella prima Repubblica, la politica scolastica divida più della politica estera, più della difesa nazionale, accendendo gli animi e alzando muri di incomprensione. Ne parliamo con l'on Beniamino Brocca, una vita spesa nella scuola e per la scuola come dirigente scolastico, parlamentare, sottosegretario alla Pubblica Istruzione e attualmente responsabile scuola dell'Udc.


Come mai On. Brocca sul tema scuola è più facile dividersi che unirsi nel nostro Paese?

Fa parte anche della mia esperienza, tutte le volte che si sono trattati i temi dell'istruzione e della formazione si è verificato un accanimento particolare, frutto della nostra storia particolare. Non accade dappertutto negli altri Paesi europei, riscontrare un tasso così alto di ideologia, al punto da oscurare i ripetuti richiami al dialogo del Presidente della Repubblica.


Ha una spiegazione da suggerire?

Credo che su questa materia si intervenga, sempre più spesso senza un'adeguata preparazione culturale che smussi gli angoli ideologici. Questo è un punto fondamentale, non solo di metodo ma di contenuto. Nella storia del nostro Paese, quando abbiamo trovato delle intese, è stato grazie a un metodo; è successo per la scuola elementare ma anche per i programmi della scuola superiore, sebbene in quest'ultimo caso non si sia arrivati a riformare l'ordinamento.


Ecco, lei è uno di quelli che le riforme le ha fatte. È stato relatore di maggioranza del primo progetto unificato, dalla competente Commissione parlamentare, per la riforma della scuola elementare. Portano il suo nome i “programmi Brocca” quelli adottati nell'Istruzione Tecnica e Professionale ma anche nella gran parte dei Licei. Ci può raccontare come si fa?

Vede, è stato molto importante il coinvolgimento dell'associazionismo professionale, un coinvolgimento continuo non occasionale, e poi il tenere conto delle varie correnti di pensiero, cattolica marxista e laica. La scelta dei componenti della commissione ministeriale che doveva procedere alla revisione dei programmi del biennio e poi del triennio della scuola superiore, non fu fatta dai governanti. Certamente non chiamando gli amici o selezionando per cooptazione nel campo avverso.


All'epoca, era il 1988, lei era sottosegretario e il ministro della Pubblica Istruzione era Galloni, come procedeste?

La scelta di chi nominare nella Commissione “madre” fu fatta autonomamente dai mondi che le ho ricordato, il mondo dell'associazionismo professionale, il mondo scientifico e accademico. Noi demmo un'indicazione precisa circa la composizione, un terzo ciascuno, e un caldo invito a scegliere il meglio. Non è un caso che tra i linguisti ci fossero De Mauro e Sabattini, così per le altre discipline, le dirò di più a proposito del latino“sì” o “no” al Liceo scientifico (annosa questio di cui ancora si discute ndr.), fu proprio un grande matematico e geometra a far propendere la Commissione per il “sì”. Poi si trovò la soluzione del cosiddetto anello, quel liceo scientifico e tecnologico che mi dicono sia molto scelto dagli studenti. I programmi che ne scaturirono furono frutto di compromessi ma tutti culturali certamente non politici e non ideologici. I 215 indirizzi esistenti furono ridotti a 18.


Quanti erano i componenti della Commissione?

La commissione “madre” era composta da 46 persone, si formò un comitato ristretto per predisporre i lavori e quando si passò alla scrittura vera e propria, si arrivò fino a 400 persone per i vari indirizzi e discipline, tutte di rilievo. Quando c'era un conflitto, e ce n'erano, intervenivamo io e Laeng e, a supporto intervenivano le “pie donne”, così chiamavamo, il gruppo intorno a Cesarina Checcacci, all'epoca presidente del CNPI. Una volta raggiunto l'accordo, rimaneva e, soprattutto vincolava anche le forze politiche. Erano loro gli uomini e le donne dell'associazionismo, del mondo accademica a informare e spiegare ai politici come e perché si era giunti a quell'accordo.

La stessa cosa accadde per la scuola elementare, per i programmi adottati nel 1985. Tant'è che allora i sindacati andarono in piazza per chiedere una riforma degli ordinamenti, coerente con i nuovi contenuti, non per opporsi. Torno, dunque, a ribadire: se non si fa un tavolo culturale che preceda quello politico, si va all'inasprimento di tutte le posizioni al reciproco non riconoscimento. In poche parole a quello cui stiamo assistendo.


S'invoca il merito, ma questo Paese sembra incapace di riconoscerlo lì dove c'è. Ogni nuova maggioranza è presa da “riformite” acuta per curare d'emblé tutte le patologie. Insomma la nostra scuola è un malato terminale?

Ci sono vizi e virtù, ma mi faccia tornare all'approccio, al metodo. Noi avevamo attenzione per il lavoro fatto in precedenza, tutte le sperimentazioni le avevamo testate.

Le mini e maxi sperimentazioni erano pane quotidiano per la nostra scuola che non è mai stata ferma, anche quando la politica era affetta dal cosiddetto “riformismo bloccato”.


La Commissione Brocca era chiamata a sbloccare proprio questa impasse?

Nella Commissione c'erano molti dirigenti scolastici, è stato così possibile dare ordine a un lavoro precedente, non c'era l'impressione di una discontinuità a tutti i costi. Lasciammo da parte il dibattito parlamentare, ma lo avevamo ben presente, ne tenemmo conto senza entrare nel merito di scelte di ordinamento. È ovvio, però, che affrontando i contenuti, alcune indicazioni in quella direzione erano implicite.

La commissione Laeng- Fassino, quando concluse i suoi lavori consegnò al ministro Falcucci i nuovi programmi della scuola elementare, accompagnandoli con una lettera che conteneva alcune “raccomandazioni” per la loro applicazione.

Chiamiamoli pure “consigli”. Dopo la conclusione dei lavori da parte della Commissione dei 60, ministeriale e pluralista, dall'85 all'87, si discusse molto nelle Commissioni parlamentari competenti dei “consigli” di ordinamento, e li prendemmo sul serio.


Può ricordare i “consigli” più importanti contenuti nella lettera?

Non adottare i nuovi programma prima di un'adeguata formazione in servizio dei docenti; il superamento del maestro unico e tuttologo; un orario più lungo; la continuità, e non cesure, nel percorso scolastico dei bambini dalla scuola dell'infanzia all'elementare, dall'elementare alle medie inferiori. Noi aggiungemmo un discorso di fattibilità. Nella relazione che feci al testo unificato recepivo le indicazioni. La Falcucci non era d'accordo, influenzata dal Direttore Generale della scuola elementare, all'epoca Sinisi, difendeva la “maestrina dalla penna rossa”. Il Ministro non venne in Commissione, mandò al suo posto il sottosegretario Buzzi, già presidente dell'Aimc, l'Associazione dei maestri cattolici che diede un grande contributo alla riforma e alla sua attuazione. Franco Ferri, capogruppo del Pci alla Commissione Cultura della Camera, nel suo intervento disse che si rammaricava per il Ministro di non aver avuto modo di ascoltare quella mia relazione. Fu allora che si delineò la scelta della pluralità dei docenti.


Fu un cedimento alla pressione sindacale?

Assolutamente no, nel momento in cui fu fatta il sindacato non c'entrava affatto. Contò, invece, una ragione di pari dignità nella responsabilità educativa. Sappiamo tutti che un bravo maestro raggiunge al massimo il 60% d'intesa con gli alunni della sua classe, occorre una qualche altra figura affinché si recuperi l'altra parte della classe. Già allora si parlava di intelligenza multipla, c'era molta attenzione alla creatività infantile, c'era poi l'esplosione dei saperi. Tutte ragioni educative che consigliavano il superamento del maestro unico e militavano a favore di una didattica specialistica.


Ci furono obiezioni, quali le più ricorrenti?

Ci obiettavano che il bambino ha bisogno di un punto di riferimento unico. Rispondevamo che nella famiglia ci sono la madre e il padre, i nonni, gli zii, insomma più riferimenti educativi. Già nella scuola dell'infanzia c'erano due insegnanti e c'era, soprattutto, la felice esperienza del tempo pieno. Quello che non si ricorda mai, inoltre, è che con la riforma del Novanta abbiamo ridotto, non aumentato, il numero dei maestri di circa 72 mila unità. Una legge, la n.820, aveva previsto gli insegnanti speciali e le attività integrative, c'erano fino a tre e anche quattro figure docenti che interagivano con una sola classe. Leggere, scrivere e far di conto non bastava più, si andava verso una didattica specialistica e gli insegnanti la formazione in servizio se la fecero da soli, ad agire furono le associazioni professionali. Certo all'inizio ci furono difficoltà d'intesa all'interno del team, ma l'approccio fu graduale, sperimentale all'inizio e con le maestre disponibili. Quando la riforma fu approvata il 40 per cento delle maestre aveva fatto la formazione in servizio, si poté partire con tutte le prime classi. Alla fine degli anni Novanta tutte le difficoltà erano superate. Mi dispiace molto, ma il maestro unico farà dei danni, si tornerà indietro, e male. Si rovina un'idea di fondo di carattere pedagogico. Purtroppo la Pedagogia non è più tenuta in gran conto nel nostro Paese, anzi è messa sotto accusa, ma non si può, per colpa di alcuni cattivi maestri, distruggere tutta la nostra tradizione pedagogica.