Il commento

No ai salvataggi
È ora di studiare.

Marco Lodoli, la Repubblica 6.3.2008

 

La scuola odierna è la dimostrazione lampante della distanza spaventosa che c'è tra la teoria e la pratica, e a volte sembra confermare quel paradosso che afferma "la causa di tutti i problemi sono le soluzioni". Sulla carta sembra un'idea buona e giusta quella di far recuperare i ragazzi durante l'anno scolastico, di non lasciare nessuno invischiato nelle sabbie mobili di un'insufficienza, di un'ignoranza. Un po' come in quei film americani in cui l'eroe decide di non abbandonare il commilitone ferito, di caricarselo sulle spalle e di portarlo alla salvezza, così la scuola italiana ha immaginato di tendere una mano a chi è precipitato nella voragine di un tre, nel fosso di un quattro, e persino a chi zoppica sul cinque. E allora ecco che dopo le pagelle del primo quadrimestre (di trimestri non se ne parla più, e invece sarebbe giusto ripristinarli per individuare in tempo le magagne), a febbraio inoltrato o a metà marzo si pensa di far partire corsi di recupero in tutte le materie, ore pomeridiane da dedicare al ripasso, al rilancio, alla speranza.

Il fatto è che gli studenti che a metà anno sono insufficienti in una o più materie sono un'infinità, più del 70%. Chi non ha combinato niente e chi ha solo una lieve insufficienza in una materia deve comunque recuperare. Le intenzioni sono nobili, la scuola dimostra di essere il buon pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita: ma qui è quasi l'intero gregge che s'è perso, e approntare squadre di salvataggio in quattro e quattr'otto è un'impresa impossibile. Servirebbero tanti soldi per pagare i professori per le ore in più di lavoro, per assoldare nuovi insegnanti, per tenere aperte le classi il pomeriggio: e soldi a quanto pare non ce ne sono. Servirebbe un'organizzazione capillare e questo sembra un problema quasi insormontabile.

E su tutta la faccenda grava la nube grigia della sfiducia. Gli stessi studenti sembrano assai poco convinti di rientrare a scuola il pomeriggio per ristudiare ciò che non hanno capito, e i professori - per radicata disillusione - sanno che con ogni probabilità si tratta di una riforma astratta, di un progetto scritto nel vento, di una baracca che non sta in piedi.

Forse sarebbe meglio avvertire i ragazzi che è ora di mettersi a studiare sul serio a casetta propria: che è finita la pacchia, che ognuno deve darsi da fare, che la scuola non è un'arca di Noè dove chiunque si imbarca può tranquillamente mettersi a prendere il sole, tanto l'elica gira.