Una riforma “utile” e “sostenibile”.

di Giancarlo Cerini da Educazione & Scuola, 6.5.2008

La novità del quadro politico rende assai problematico delineare le prospettive cui andrà incontro la nostra scuola nei prossimi anni. Ci sono ritardi storici da colmare. L’Europa ci guarda e ci indica traguardi impegnativi. Gli utenti sono diventati più esigenti e non sono sempre disponibili ad affidarci deleghe in bianco (anzi, molti osservatori mettono in luce una certa collusione -al ribasso - tra genitori ed allievi ai danni dell’autorevolezza della istituzione-scuola). Alla scuola si chiede di trovare il “filo conduttore” del proprio modo di operare, per far fronte a domande non più eludibili. Resta comunque la sensazione di una situazione sfuggita di mano a tutti, dove l’autonomia diventa un totem rischioso dietro cui si intravede una scuola pericolosamente “fai da te”.

Occorre ritrovare una bussola che dia un senso condiviso all’idea di scuola “utile” per il nostro Paese e per le persone, in una logica di forte coerenza, dai 3 ai 16 anni, riscoprendo il valore dell’alfabetizzazione nel campo cognitivo (nella lingua, nella matematica, nelle scienze) senza dimenticare l’urgenza di proporre nuovi alfabeti emotivi, di cui sembrano carenti i nostri bambini ed adolescenti, sempre più soli di fronte ai miti e riti della società dei consumi.

Per la ricostruzione della scuola di base, si chiamava un documento proposto quasi quarant’anni fa da Bruno Ciari a Bologna, orientato a definire con semplicità traguardi formativi, per grandi assi culturali, a 5, 7, 11, 14 anni (con una appendice fino ai 16 anni), essenziali linee metodologiche, stringati richiami all’organizzazione didattica. Credo che si dovrebbe ripartire di qui, da qualche idea forte, ma pronunciata con sobrietà e responsabilità, rivolgendosi con fiducia alle scuole.

L’obiettivo di un pieno “successo formativo” (di cui si parla all’art. 1 del Regolamento dell’autonomia scolastica, il Dpr 275/99) attiene ad una visione forte del ruolo dell’istruzione, di un processo diffuso di scolarizzazione, al suo possibile valore aggiunto rispetto ai contesti di appartenenza, di ceto, di casta, di territorio, dunque ad un’idea di equità della scuola nel ridistribuire opportunità e riconoscere meriti. Questo obiettivo oggi è condiviso in molti ambienti non solo culturali e pedagogici, ma anche economici, come la Banca d’Italia (quando il suo governatore Mario Draghi richiama i deficit e le chiusure del sistema educativo italiano) o il Ministero del Tesoro (quando il suo “Libro Bianco” associa l’incremento dei livelli di istruzione e di apprendimento con l’aumento del reddito di un paese e il miglioramento delle opportunità personali, di reddito, di occupazione, di salute).

Ma, allora, quali interventi potremmo aspettarci nei prossimi mesi ed anni?

 

Azzardiamo un’agenda

Un’agenda delle innovazioni possibili e sostenibili dovrebbe comprendere almeno:

-    il completamento e la stabilizzazione delle Indicazioni nazionali per il curricolo, con una più precisa individuazione dei quadri di competenze (traguardi) attesi ai diversi livelli di uscita (che possano prefigurare un sistema di standard di apprendimento), con il superamento della  prescrittività degli obiettivi specifici di apprendimento (da affidare piuttosto alle comunità scientifiche e professionali) e la liberalizzazione di metodi e didattiche;

-    il rafforzamento del concetto di formazione di base, ridando respiro agli istituti comprensivi (sono ormai il 50% delle scuole) e comunque scommettendo sul curricolo verticale dai 3 ai 14 anni, anche per le singole discipline (offrendo condizioni reali di ricerca, sperimentazione, formazione ai docenti più interessati);

-    lo sviluppo di “poli formativi” per la scuola secondaria superiore, in forma di campus, che potrebbero diventare una soluzione organizzativa dal basso, in grado di stemperare la stratificazione sociale delle nostre scuole (ormai scelte sulla base del ceto sociale dei genitori) e rilanciare la piena dignità formativa dei percorsi scientifici, tecnici, professionali;

-    il rispetto pieno dell’autonomia, che implica l’alleggerimento delle prescrizioni sui modelli organizzativi, lasciando alla scuola la responsabilità di utilizzare con intelligenza gli ingredienti del fare scuola (il tempo, i gruppi di apprendimento, l’organizzazione dei team docenti, le verifiche), raccomandando unitarietà, coerenza, essenzialità;

-    un sistema di valutazione rigoroso, ma vicino alla scuola, capace di accompagnare le istanze di una valutazione formativa (per conoscere, regolare i processi, capire) con l’esigenza di una valutazione esterna, ove a fianco delle procedure docimologiche (prove standardizzate, test, certificazioni, ecc.) siano incentivate forme di rendicontazione sociale (bilancio sociale, audit, controllo partecipato, ecc.);

-   la valorizzazione delle professionalità migliori, attraverso un più coraggioso riconoscimento di meriti ed impegni dei tanti operatori che continuano a fare una buona “didattica”, a fare ricerca e ad aggiornarsi, ad assumersi responsabilità crescenti nell’organizzazione della scuola autonoma.

E’ un programma ambizioso che richiede ben più di una legislatura, ma soprattutto il concorso “generoso” delle diverse forze politiche e sociali, la piena partecipazione della scuola e degli insegnanti.

Una politica scolastica all’altezza dei problemi “storici” che il nostro paese si troverà a dover affrontare nei prossimi anni richiede risorse, impegno di ascolto e concertazione, pluralismo culturale, ripristino di valori professionali condivisi. Solo in questo modo si potrà dare fiducia alla scuola (che oggi appare disorientata e disillusa), per riconsegnarle il non facile mandato di far incontrare la vita di bambini e ragazzi (sempre più fragili) con i saperi e gli alfabeti (sempre più sfuggenti e liquidi).

Infatti resta confermato il dubbio, che fa da sfondo a quindici anni di tentativi di riforma, che forse è giunto il momento di cambiare approccio, che gli interventi ordinamentali devono essere ridotti al minimo, che occorre piuttosto agire sulle motivazioni degli insegnanti, puntare sul “benessere formativo” da vivere in ogni scuola, sulla riscoperta del gusto di un lavoro ben fatto, su una relazione positiva con gli allievi, qui ed ora.