Parla il sociologo Marco Demarie

"Non si misurano sui padri
ma sui compagni di banco".

Carlotta Mismetti Capua, la Repubblica del 6/1/2008

 

ROMA
Un milione di ragazzi hanno l'energia di un razzo spaziale. Ma un milione di ragazzi nati da famiglie immigrate hanno più energia ancora. Lo diciamo pensando al futuro. E il futuro comincia oggi, anzi eccolo qua: a gennaio 2008 i bambini stranieri nati in Italia, più quelli venuti da lontano per ricongiungersi ai genitori, sfondano la soglia psicologica di un milione. Li ha contati la Fondazione Agnelli, che da anni studia le cosiddette "seconde generazioni". Le stime di qualche anno fa collocavano questo traguardo nel 2011; invece, soprattutto grazie ai ricongiungimenti familiari dopo la regolarizzazione del 2003-2004, al milione ci arriviamo con tre anni di anticipo. In questa statistica ci sono i quattrocentomila bambini, figli di genitori stranieri, che sono nati in Italia; i figli delle coppie miste; i ragazzi arrivati alle scuole medie ma nati altrove (chiamati "generazioni 1.5"). Un dato su tutti brilla, il tasso di fecondità: tre per ogni donna straniera, 1,1 per le donne italiane.

Lo spiega il direttore della Fondazione Agnelli Marco Demarie, sociologo. «La regolarizzazione ha aumentato la fertilità delle donne emigrate, il cui numero di figli è ora addirittura più alto di quello delle loro coetanee nei paesi di origine. La nostra ipotesi è che la loro migrazione si sia radicata definitivamente. Con il lavoro e la casa sono arrivate per loro la tranquillità e quelle garanzie che gli hanno consentito di mettere su famiglia. Sono donne, e coppie, con una grande prospettiva di speranza. Ma è un dato che non si moltiplicherà, perché gli studi dimostrano che nel giro di cinque-sei anni tenderanno ad assumere i comportamenti procreativi del paese in cui vivono».

I ricongiungimenti familiari hanno portato in Italia tanti ragazzi in età pre-adolescenziale. Sono loro le vere anime divise in due della migrazione.

«I ragazzi tra i dodici e i diciotto anni sono quelli che patiscono di più l'emigrazione. Mentre per i loro genitori è stata una scelta, una soluzione di vita, per loro non lo è. Si trovano in un paese straniero, senza padroneggiarne i codici e la lingua, catapultati in una scuola impreparata, spesso in classi arretrate. Inoltre, grazie alle rimesse, il loro tenore di vita era più alto nel loro paese, che qui con i genitori».

Il luogo-principe della socializzazione e dell'integrazione è la scuola: ma la scuola arranca.

«In tutti i paesi di forte immigrazione, come la Germania, la Gran Bretagna o la Spagna, esiste un programma scolastico per le seconde generazioni. Da noi no. Esistono solo esperienze occasionali, messe in piedi dai presidi o dai genitori. A nostro parere, invece, un programma di insegnamento dell'italiano come seconda lingua dovrebbe essere attivo in tutte le regioni, e parallelo al corso di studi. Il momento in cui più è necessario è quello della scuola media. Sarebbero utili anche consultori e centri informativi, dedicati ai ragazzi adolescenti e alle loro famiglie. Infine, tra le cose da fare è urgente che il processo per rivedere la legge sulla cittadinanza venga accelerato, affinché questi ragazzi al diciottesimo anno di età divengano automaticamente cittadini italiani».

In che modo il loro contributo sarà prezioso per l'Italia?

«Sono giovani, e noi siamo un paese carente di forze giovani. Inoltre sono caparbi e hanno grandi desideri: desiderio di integrarsi, di crescere, di studiare, di avere successo. Più dei loro coetanei italiani, per dire, desiderano frequentare l'università, che per i loro genitori è il coronamento della scelta migratoria».

Un milione di ragazzi sono tanti. Che rischi corriamo?

«Le aspettative di questi ragazzi vanno comprese. Il problema nostro infatti non è tanto quello dei bambini, ma di quando questi bambini diventeranno adulti. È un rischio per la società italiana immaginare che i figli degli immigrati saranno come i loro genitori, pronti a lavori di natura subalterna e a condizioni di vita difficili e minori. Non sarà così: questi giovani hanno aspettative misurate sui loro compagni di banco e non sui loro genitori».