Salvato dagli insegnanti.

 La Tecnica della Scuola del 27.2.2008.

 

Scrive Daniel Pennac nel suo ultimo libro "Diario di scuola":

“A tutti coloro che oggi imputano la formazione di bande al solo fenomeno delle banlieues, io dico: certo, avete ragione, la disoccupazione, certo, l’emarginazione, certo, i raggruppamenti etnici, certo, la dittatura delle marche, certo, la famiglia monoparentale, certo, lo sviluppo di un’economia parallela e di traffici di ogni genere, certo, certo… Ma guardiamoci bene dal sottovalutare l’unica cosa sulla quale possiamo agire personalmente e che risale alla notte dei tempi pedagogici: la solitudine e il senso di vergogna del ragazzo che non capisce, perso in un mondo in cui gli altri capiscono. Solo noi possiamo tirarlo fuori da quella prigione, formati o meno per farlo. Gli insegnanti che mi hanno salvato – e che hanno fatto di me un insegnante – non erano formati per questo. Non si sono preoccupati delle origini della mia infermità scolastica. Non hanno perso tempo a cercare le cause e tanto meno a farmi la predica. Erano adulti di fronte ad adolescenti in pericolo. Hanno capito che occorreva agire tempestivamente. Si sono buttati […] Giorno dopo giorno, ancora e ancora…Alla fine mi hanno tirato fuori. E molti altri con me. Ci hanno letteralmente ripescati. Dobbiamo loro la vita” (p. 33).

Ci piace questa immagine dell’insegnante che interviene e salva “letteralmente” la vita di qualcun altro. Ci piace e ci corrisponde per tre motivi. Primo: dell’insegnante qui si parla come di un adulto ricco della propria umanità piuttosto che di uno che è imbottito di regole magari interessanti, dettate dall’ultima corrente pedagogica.
Secondo: l’insegnante sa (o dovrebbe sapere) che i ragazzi sono molto più di ciò che esteriormente manifestano: per esempio, quando non sono seguaci passivi di una ideologia, esprimono una domanda di significato globale e un desiderio di uscire dalla loro solitudine anche quando si radunano nel branco più o meno selvaggio.
Terzo: l’insegnante sa che non c’è nulla di scontato nel rapporto educativo e che perciò la proposta di un sapere che coinvolge tutta la vita implica la totale libertà dell’altro di aderire.
Grazie, caro Pennac, per un libro che rivaluta gli insegnanti e riapre la questione del loro vero compito. Solo un’osservazione, un codicillo senza il quale tutto il castello crollerebbe. L’insegnante non nasce salvatore. Nemmeno lo diventa piegandosi a particolare studi di psicologia o sociologia. L’insegnante comunica ad altri ciò che è, il suo paragone con le cose di cui la realtà è fatta.
L’insegnante sa che può educare se per primo lui stesso si lascia educare.


Per chi ne vuole sapere di più: http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm
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