Mentre i precari si vedono consegnati come tali all'eternità sempre più evidente
che negli atenei italiani l'unica scorrettezza istituzionale punita con severità
consiste nel tradimento degli impegni presi.

Approvate nuove modifiche
perché tutto resti come prima
se non peggio di prima.

Massimo De Carolis, il manifesto del 24.2.2008

 

UNIVERSITÀ

Mentre i precari si vedono consegnati come tali all'eternità, è sempre più evidente che negli atenei italiani l'unica scorrettezza istituzionale punita con severità consiste nel tradimento degli impegni presi, specie se contrari alla legge e alla decenza

Nelle dichiarazioni ufficiali sembrano tutti d'accordo - professori, rettori e ministri - su quali siano le misure urgenti e necessarie per arginare il dissesto delle università italiane. Occorrerebbe in primo luogo correggere la sproporzione tra i pochissimi ricercatori giovani e i troppi professori ordinari e associati, che dà ai nostri atenei la forma di una piramide rovesciata, col risultato che l'età media dei docenti italiani è tra le più alte d'Europa e che senza il ricorso a una marea di precari, sottopagati o non pagati affatto, nessuna facoltà sarebbe in grado di far funzionare né la didattica né la ricerca. In secondo luogo, si dovrebbe riformare il meccanismo dei concorsi, trasformati da decenni in una macchina di cooptazione in cui vale la regola d'oro che a vincere non è il più meritevole, ma il più intrallazzato. Quando però dalle parole si passa ai fatti, questo unanime impegno alla riforma sparisce d'incanto.

Ad esempio, nel cosiddetto decreto «milleproroghe», approvato alla camera pochi giorni fa, sono state introdotte a riguardo due modifiche di minima entità, che tradiscono però il proposito di lasciare le cose esattamente come stanno. Intanto, si è deciso di fissare entro la fine del mese di febbraio il termine oltre il quale non potranno più svolgersi concorsi per nuovi ricercatori con la vecchia procedura, quella della legge Berlinguer, almeno nel caso di bandi interamente finanziati dai singoli atenei. Si badi che questa norma corregge due note ministeriali, emanate nel corso di questo stesso mese, che fissavano il termine prima al 31 marzo, poi addirittura al 7 dicembre 2007, mantenendo comunque il principio che, oltre un termine dato, dovrà entrare in vigore il nuovo regolamento varato dal ministro Mussi. Il punto è che, allo stato attuale, questo regolamento non esiste. Ne esiste solo una bozza, ancora al vaglio della magistratura contabile, di cui - considerati i tempi della politica italiana - nessuno è in grado di dire se e quando sarà approvata in via definitiva. Il buonsenso, evidentemente, avrebbe consigliato di lasciare in vigore le vecchie regole fino al momento in cui le nuove fossero realmente pronte, ma a quanto pare il buonsenso non abbonda tra politici e amministratori. Il risultato è che l'attuale termine equivale, di fatto, a un blocco delle nuove assunzioni, che potrebbe durare anche per anni, prolungando ancora un po' il precariato di chi si ostina a volere tentare la strada della ricerca.

Al contrario, sull'altro versante, quello dei concorsi per associati e ordinari, della vecchia normativa è stato reintrodotto addirittura il meccanismo delle doppie idoneità: ossia, per ogni posto effettivamente assegnato ci sarà un secondo candidato idoneo, che potrà a quel punto essere assunto da qualsiasi università senza concorso. È una norma che consente a una università su due (di regola la più potente) di giocare di rimessa, aiutando i propri candidati a guadagnare una idoneità nei concorsi altrui, per poi chiamarli in cattedra senza alcun rischio che il posto finisca a qualcun'altro, magari solo perché dotato di maggiori titoli. Tuttavia, anche l'università che bandisce il concorso ha il suo vantaggio: offrendo in premio l'idoneità supplementare, può ottenere l'alleanza di un gruppo accademico potente, e assicurarsi così la nomina del candidato interno per il posto vero e proprio. Nell'un caso e nell'altro, insomma, l'obiettivo è mettere al sicuro il risultato prima ancora che il concorso abbia luogo. Una sicurezza non difficile da ottenere, visto che i membri delle commissioni di concorso sono eletti a maggioranza tra i docenti della disciplina, di modo che, almeno nei raggruppamenti disciplinari poco numerosi (che sono la stragrande maggioranza), un gruppo accademico bene organizzato sa esattamente quanti voti può far confluire su ciascun candidato e quanti alleati eventualmente occorrono per avere il controllo completo di una commissione.

Nei mesi che precedono il concorso, prende forma, così, la grottesca parodia di una campagna elettorale in cui gli aspiranti commissari chiedono ai loro colleghi voti e sostegni dichiarando ovviamente in anticipo, con nome e cognome, il candidato che intendono favorire una volta eletti. Il risultato non è solo che i nomi dei vincitori, come si sa, sono già noti a tutti molto prima che il concorso abbia inizio, ma che - per di più - si ha la garanzia che nessuno possa sedere in commissione senza aver contratto impegni e debiti con i propri sostenitori.

Anche nell'improbabile eventualità di una crisi di coscienza, è escluso che si possa correggere la rotta e premiare un candidato a sorpresa solo in quanto si è dimostrato più bravo degli altri, perché ciò equivarrebbe a un tradimento degli impegni presi: l'unica scorrettezza istituzionale che in Italia è davvero punita con severità, specie quando si tratta di impegni chiaramente contrari alla legge e alla decenza. Eppure, nell'attesa di una riforma complessiva che si farà probabilmente attendere per anni, anche questa stortura potrebbe essere corretta con un minimo buonsenso.

Basterebbe che i commissari fossero eletti a sorte, a rotazione, tra i docenti della disciplina. Ovviamente, anche in un caso del genere sarebbero possibili abusi, dispute e ricorsi. Ci sarebbe però quanto meno la legittima speranza che qualcuno, in commissione, sia realmente neutrale e disinteressato, mentre col meccanismo attuale nessuna persona sana di mente può pensare di gettarsi nella mischia se non ha un preciso interesse personale, giustificato o meno, a influenzare il risultato in una direzione prefissata. Una innovazione così banale, realizzabile con un tratto di penna, metterebbe almeno fine all'avvilente marea di accordi sotto banco, inciuci, liti e compromessi cui i nostri docenti si dedicano con una passione e uno zelo degni di miglior causa, e magari snellirebbe anche la mole dei tanti convegni di studio di dubbia utilità, pagati con fondi pubblici, che servono in genere più a consolidare le alleanze che a far davvero progredire la ricerca.

Solo che una modifica del genere ridurrebbe anche di molto il potere e la capacità di controllo dei grandi gruppi accademici. Perciò è probabile che non se ne farà nulla, né ora né mai.