La Scuola Non Fabbrica Bulli.

Franco Frabboni da Italia Oggi del 20/3/2007

 

In questi ultimi mesi, i tam tam dei media di massa hanno sbattuto in prima pagina episodi sempre più frequenti di bullismo a scuola. Questa forma di violenza, quasi sempre invisibile agli occhi dell'adulto/insegnante, si manifesta tramite dinamiche ripetute di aggressività diretta (verbale e/o fisica) e indiretta (prendendo in giro un compagno per screditarlo, emarginarlo e, successivamente, assoggettarlo) tra un carnefice (prepotente, ricattatore, torturatore) e una vittima (introversa, dipendente, mansueta). Le ricerche psicosociopedagogiche più accreditate hanno insistentemente allarmato l'opinione pubblica, a partire dai genitori e dagli insegnanti, su questa insidiosa malattia scolastica.

Di più. Leggendo nella loro sfera di cristallo hanno insistentemente annunciato che il bullismo sta precocizzandosi (già nella scuola dell'infanzia si registrano cifre allarmanti); sta diventando sempre più femmina (le sue forme tracotanti stanno proliferando anche tra le piccole amazzoni del sistema scolastico); sta cambiando i luoghi di proliferazione, se è vero che dalle tradizionali residenzialità nelle scuole dei quartieri dormitorio sta sempre più prendendo dimora nei quartieri bene della città contemporanea.

È stato insinuato che sul banco degli imputati va chiamata la scuola, una sorta di orco mostruoso. Tesi da respingere. La scuola non è una fabbrica di bulli, di ragazzi e di ragazze con gli zaini stracolmi di rambismo, violenza, abusi. La comunicazione giudiziaria va spedita invece a questa società tutta economia e vuota di futuro (miope, quanto a sguardo utopico sul domani) che intossica e impoverisce la vita della scuola ricoprendola di competitività, tanto da tramutare le sue aule-classi in ring dove si combattono match non stop del singolo allievo sul proprio vicino di banco. Per questo, con appassionata convinzione pedagogica, chiediamo alla scuola di non abbassare la sua guardia tradendo l'ideale educativo della cooperazione: che genera solidarietà e responsabilità, dando senso e significato allo stare insieme per conoscersi e per imparare. Se è vero che la scuola non è colpevole perché non è una fabbrica di bullismo, potrebbe comunque contribuire a ridimensionare questo fenomeno di mala/educazione liberando, in classe, il cuore degli allievi. Dando cittadinanza tra i banchi ai sentimenti, alle emozioni, alle amicizie, al piacere di sentirsi confermati e protagonisti dei propri processi di apprendimento.

Dunque, una scuola vivaio di relazioni socio-affettive, di vita di gruppo, di ascolto e di dialogo: antidoti, questi, molto efficaci contro il virus del bullismo. Di qui l'invito ai docenti a non considerare mai il tempo dell'educazione (il cui orologio segna le ore della voce del cuore) meno importante del tempo dell'istruzione (il cui orologio segna le ore della voce della mente). Anche perché l'istruzione, le materie scolastiche, se private di un caldo clima relazionale, non durano nella mente degli allievi, ma si sfarinano, evaporano e muoiono all'alba del giorno dopo.


* preside facoltà di Scienze della formazione primaria università di Bologna