La scuola stressa, il lavoro è precario. Il rifugio è nei sentimenti.

Piccoli sogni e voglia di soldi subito
ecco il futuro dei ragazzi sospesi.

I giovani sanno che la vita è diventata dura così il presente
prende il posto del domani. Andreoli: "Nessuno gli insegna a crearsi un progetto"
Katia "Ho mollato il liceo, i miei vogliono curarmi". Storia di Alex che a 17 anni ha lasciato gli studi: "In officina mi sento utile e in pizzeria pago per gli altri"

Maria Novella De Luca, la Repubblica 7/5/2007

 

DAL NOSTRO INVIATO
VICENZA - Il futuro, dicono, è essere persone serene. E poi innamorarsi della persona giusta, avere amici veri, e costruire una famiglia felice. Il lavoro? Soldi in tasca, velocemente e subito. Perché là fuori, oltre la maggiore età, la vita è diventata davvero dura, e gli adolescenti lo sanno. Occupazioni precarie, case impossibili da comprare, stage infiniti, incertezza, instabilità. Così i teenager rimettono i sogni nel cassetto, e nella classifica dei loro desideri il presente prende il posto del domani, il privato del «pubblico», e i sentimenti appaiono l'unica speranza certa.

Ragazzi sospesi. In bilico. C'è chi lascia. Chi ci prova. Chi dice no. Nel 2005 in Italia trentanovemila studenti hanno abbandonato la scuola media superiore, 17.472 si sono ritirati al primo anno, e gli early school leavers, quei giovani tra i 18 e i 24 anni che si ritrovano con la sola licenza media, nel nostro paese sono il 20,6%, contro il 14% dell'Inghilterra, il 12,6% della Francia, il 12,1% della Germania. Accade al Sud certo, ma anche al Nord, nelle regioni della piena occupazione, in Veneto, in Lombardia, in Piemonte. Si lascia per sconfitta, per avere soldi cash, perché la scuola sembra soltanto una perdita di tempo, anzi una vera e propria fonte di stress, come rivelano il 48,9% degli studenti tra i 14 e i 18 anni. Una fetta di quella generazione degli anni Novanta, che un saggio appena uscito per Franco Angeli, a cura di Renato Pocaterra e Stefania Pozzi, definisce i «Ragazzi sospesi».

Alex ha 17 anni, una moto, una ragazza e una buona paga settimanale. Davanti all'officina di suo padre, in mezzo ai capannoni di trafilati e semilavorati nella campagna industriale tra Verona e Vicenza, a ridosso dell'autostrada con il rombo dei Tir che spezza i timpani, Alex, tuta blu e mani sporche, racconta perché lui a scuola ha scelto di non andarci più. Con qualche rimpianto, la paura di sentirsi diverso, e l'orgoglio il sabato sera di poter offrire da bere a tutti. «Ero sempre l'ultimo, fin dalle elementari, ogni giorno una nota sul diario, sono stato bocciato in seconda media, dicevano che ero irrequieto e che davo fastidio ai compagni, la verità è che non riuscivo a star fermo nel banco, di tutte le materie a me piaceva soltanto la Storia, i prof non mi hanno mai capito, al secondo anno di superiori non ne potevo più, a metà ho smesso, basta, sono venuto qui, in officina, facciamo revisioni di automezzi pesanti, è dura, iniziamo alle sei del mattino fino alle sei del pomeriggio, ma si guadagna, abbiamo anche due operai senegalesi, mio padre non voleva, per lui senza il diploma non sei nessuno, però mi vede sereno e allora ok, va bene così, adesso ho i miei soldi, gli amici sono rimasti quelli della scuola, anche se, certo, siamo già un po' diversi… ». Sonia ha 16 anni, è la ragazza di Alex, fa il liceo a Vicenza. «A cosa mi servirà proprio non so, mia sorella è laureata e lavora in un call center, guadagna 500 euro al mese, forse la chiameranno per uno stage in una azienda di Milano, forse no, a me piacerebbe fare medicina, ma c'è il numero chiuso, e poi ci sono tanti medici disoccupati, i miei genitori dicono che non c'è fretta, possiamo restare a casa fino a quando vogliamo, invece io vorrei andare via, vivere da sola, magari con Alex, presto però, non a trent'anni…».

Difficile, troppo difficile buttare lo sguardo al di là del muretto, della scuola e degli amici, per questi adulti di domani che dicono gli economisti saranno più poveri dei loro genitori, anzi, avvertono i meno ottimisti, «i giovani per sopravvivere saranno costretti ad erodere i risparmi dei padri». Essere sospesi però è una condizione della giovinezza in sé. Un turbamento profondo. Una fase della vita a cui lo psichiatra Vittorino Andreoli ha dedicato studi e indagini confluite in un libro famoso, «Lettera a un adolescente», lunga epistola rivolta a un immaginario teenager alle prese con gli sconvolgimenti dell'età incerta. «Gli adolescenti per loro natura sono iper concreti, legati alla soddisfazione immediata di un bisogno e di un desiderio e hanno una grande difficoltà a percepire il futuro. Gli adolescenti di questi anni poi risentono fortemente dell'incertezza del mondo che li circonda, sentono l'insicurezza dei loro padri, e questo non fa che rendere più difficile la loro metamorfosi verso l'età adulta. Invece di insegnare loro a crearsi un progetto, ad immaginare il futuro, questa società della precarietà sembra bruciargli il terreno intorno. Così - dice Andreoli - in mancanza di una prospettiva, la voglia di lasciare la scuola, per avere un po' di soldi in tasca, o semplicemente perché ci si sente sconfitti, può diventare davvero forte….».

Racconta Katia, che incontriamo mentre aspetta la psicologa in un centro adolescenti alle porte della città. «I miei genitori non si rassegnano al fatto che abbia smesso di andare al liceo, vogliono curarmi, pensano che sia drogata, io non mi sento malata però, è che non mi piace studiare, vorrei trovare un lavoro che mi interessa, o almeno soltanto guadagnare, intanto resto a casa, lo so è una brutta cosa, però è più forte di me…». Katia si è autoesclusa, fa parte di una nuova tribù sociale, quella che gli inglesi hanno già battezzato dei «Neets», ossia «non in education, employment or training», teenaager e post teenager che dicono addio alla scuola e non fanno più nulla, infoltendo le schiere di quelli che saranno i disoccupati-emarginati di domani.

«Oggi la scuola punta tutto sul giudizio, divide anziché unire, e gli insegnanti sembrano essersi dimenticati che i ragazzini vivono ogni evento in modo esistenziale - aggiunge Vittorino Andreoli - e una bocciatura in matematica può diventare nel loro cuore una bocciatura del loro modo di essere. L'abbandono è sempre un trauma. Il ragazzo che smette di studiare è a rischio, si sentirà fuori dal gruppo, diverso. Ho conosciuto non pochi adolescenti che dopo aver lasciato la scuola, continuavano a tornare lì fuori, a trovare i loro amici, per sentirsi, nonostante tutto, uguali agli altri…». Come Alex, early school leaver, che con la moto si fa trovare ogni giorno davanti al suo ex istituto tecnico a Vicenza, quando suona la campanella. Alex, Katia, Sonia sono una minoranza, magari estrema, «ma la percezione del futuro è cambiata per tutti gli adolescenti» precisa Renato Pocaterra, responsabile scientifico della fondazione Iard. «La definizione di ragazzi sospesi nasce dall'analisi di questo disagio, dal ritratto di una generazione che fa sempre più fatica ad intravedere la costruzione della propria vita, e quindi, per usare parole difficili, ha archiviato il Sé ideale, per concentrarsi soltanto sul Sé reale. Teenager che sanno con chiarezza che il lavoro non porterà loro il benessere che ha dato ai loro genitori, le professioni tradizionali sembrano un miraggio, così la possibilità di fare dei figli senza la sicurezza economica. Ecco che allora - spiega Pocaterra - le uniche cose che sembrano contare sono quelle più vicine, l'amore, gli affetti, gli amici».

Da una ricerca Iard del 2007 su un campione di studenti delle superiori si vede infatti che alla domanda «Come immagini il tuo futuro», il 90,3% dei teenager risponde, «essere una persona serena», «innamorarmi della persona giusta» (87,1%), «avere una famiglia» (79,5%). C'è però, per fortuna, un risvolto positivo a questo mondo liquido e wireless in cui sembrano oggi vivere gli adolescenti. «I teenager di questi anni si muovono in modo globale e comunicano senza frontiere, senza reti di protezione, è vero, ma forse con più opportunità, e non si sentiranno emigranti se per trovare lavoro dovranno cambiare città e nazione», conclude Pocaterra.

Chissà. Sonia e Katia ammettono di essere confuse, Alex invece, ben radicato nel suo capannone industriale, nella sua micro-azienda familiare che fattura migliaia di euro l'anno, afferma oggi di non avere rimpianti. «Qui c'è futuro - dice indicando l'officina - e mi sento utile. E se mai dovesse servirmi per aggiustare meglio i Tir, tornerò a scuola con i corsi serali. In fondo sono giovane, no?».