Intervista a Giuseppe Bertagna

Se ne vanno studenti e insegnanti . . .

Giangiacomo Schiavi, Il Corriere della Sera del 23/1/2006

 


MILANO - Se ne vanno studenti e insegnanti. A Milano mancano gli iscritti per formare le classi. La riforma Moratti, centrodestra, anticipa gli effetti della legge Berlinguer, centrosinistra: tutti al liceo. Un paradosso. «Quando si parla degli effettui non intenzionali e perversi delle azioni sociali...». Giuseppe Bertagna, pedagogista, insegnante, preside, consulente del ministro, l’uomo che ha scritto un pezzo della riforma Moratti, spiega la rivoluzione che non c’è stata come un’occasione persa sulla quale ragionare un po’ e riflettere su una scuola troppo distante dalla vita, «ereditata da trent’anni di sessantottismo», con l’istruzione professionale, secondaria e superiore ormai residuale, destinata ai futuri lavoratori subordinati, senza carriera o falliti dei licei. Con queste premesse ci sarà un futuro per gli istituti tecnici e professionali?

«Se non ci sarà, non avrà futuro il Paese, e il declino sarà inesorabile. Non si può vivere soltanto di dirigenti o di avvocati: il distretto di Napoli ne ha più dell’intera Francia. Una società che non voglia deindustrializzarsi ha bisogno di tecnici qualificati, di tecnici superiori, di quadri di alta formazione professionale. Se le Regioni non saranno in grado di istituire un forte sistema dell’istruzione e formazione professionale sarà una grande occasione perduta per tutti, a partire dai ragazzi e dalle famiglie».

I primi dati non sono incoraggianti...

«Le Regioni più che progettare il sistema di istruzione e formazione professionale hanno ostruito la riforma Moratti. Se continueranno così, lo Stato dovrà soddisfare la domanda di professionalità che viene dal mondo del lavoro e pure dalle inclinazioni e dalle aspettative dei giovani solo attraverso i licei, che però non sono professionalizzanti».

Si può dire che la riforma è stata affossata?

«Diciamo che il progetto iniziale del 2003 è molto diverso da quello finale del 2005».

Chi ha remato contro?

«Le lobby, tutti quelli che non ne hanno condiviso le idee di fondo e le hanno liquidate, con sarcasmo, come aria fritta».

Chi sono?

«Non sono pochi, a destra come a sinistra: Confindustria, sindacati, forze politiche e burocratiche... ».

Vuol dire che invece di appoggiare il nuovo corso hanno difeso il modello esistente?

«Dico che hanno difeso la liceizzazione, il vecchio centralismo: una scuola senza futuro».

E adesso che cosa resta del progetto che puntava sul rilancio degli istituti tecnici e sui licei-licei?

«Le idee di fondo. Siamo un Paese che perde colpi sui brevetti, che dal ’73 non cresce più negli indici di sviluppo, con un terzo di persone che fanno un lavoro per cui non serve una laurea e altrettanti che fanno un lavoro diverso dalla laurea. Ogni 359 laureati in storia abbiamo un posto di lavoro, e lo stesso vale per ogni 229 laureati in scienze internazionali e diplomatiche. Ma il 70 per cento delle aziende non trovano tecnici di progetto, manutentori, responsabili di commercio, quadri di alta formazione professionale. Va bene il turismo, va bene la moda, ma senza un colpo di reni su tecnologia e innovazione c’è il ridimensionamento del sistema Paese».

Professor Bertagna, lei in che cosa credeva quando ha scritto le sue osservazioni per il ministro Moratti?

«Speravo che almeno sulla riforma della scuola non si cadesse nella sindrome del bipolarismo ossessivo, ma ci si confrontasse con la natura tecnica dei problemi in discussione. Se la scuola diventa un oggetto o un pretesto di scontro politico, piuttosto che di incontro scientifico e culturale, vuol dire che tira una brutta aria per il futuro del paese».

L'accusa che viene fatta a questa riforma è di aver subordinato troppo la scuola al mercato del lavoro.

«Il tentativo resta quello di ricomporre scuola e società, studio e lavoro, non solo per qualcuno( i soliti figli delle classi alte e privilegiate) ma per tutti, visto che la scuola è per tutti fino a 18 anni. Oggi la scuola è troppo distante dalla vita, è espiatoria e costrittiva: un obbligo più che un piacere, un vincolo più che una possibilità».

Lei dice: della riforma restano le idee di fondo. Quali sono?

«La prima: si pensa che chi studia lo faccia per non lavorare e chi lavora lo faccia per non studiare. La riforma vuole ribadire che si può solo lavorare-studiando e studiare-lavorando, connettere teoria e pratica e viceversa. La seconda: finora per assicurare uguaglianza educativa e culturale si rendevano uniformi percorsi e procedure scolastiche, tollerando poi grandi disuguaglianze nel risultato finale, con il 40% di dispersione; la riforma vuole rendere più uguali i risultati formativi finali: nessuno deve restare indietro. La terza: non si va a scuola per imparare le discipline di studio ma per esaltare l’intelligenza, la socialità, l’inventiva, l’espressività, la moralità, l’affettività di ognuno attraverso i contenuti delle discipline di studio e del lavoro».

Ostacoli, resistenze, finanziamenti mancati. Ci voleva più coraggio?

«Nessun ministro è riuscito in 50 anni a fare quanto ha portato comunque a termine il ministro Moratti. In mezzo ad ostacoli e a interessi corposi di ogni genere, che tendono tutti ad apparire disinteressati».