Luciano Gallino sociologo del lavoro.

«I precari pubblici
hanno aperto la strada a quelli privati».

di An. Mil.  da Liberazione del 23/8/2006

 

La stupisce il fatto che ci sia più precarietà nella pubblica amministrazione che nell’industria?

No, non c’è niente di nuovo perché i precari del pubblico impiego esistono da decenni, soprattutto nella scuola e nell’Università. Nella pubblica amministrazione esistevano ed esistono tipologie di contratti dalla durata massima di 5 anni, più spesso di 3. Poi ci sono, prevalentemente nell’istruzione, i borsisti e i trimestrali. La pubblica amministrazione è sempre stata una fonte di precarietà e per certi aspetti ha precorso il privato lungo questa strada.

Ma non c’era il mito del posto fisso statale?

Quando si riesce a ottenere la cosiddetta entrata in ruolo sai che non ti possono licenziare: il mito del posto fisso stava soprattutto qua. No, il problema della precarietà del pubblico impiego è che è sottovalutata. I co. co. co. esistono da sempre, la legge 30 non li ha soppressi e nemmeno sfiorati, però nelle statistiche sono considerati autonomi, cosicché la loro quota credo sia ancora più alta, di almeno 3 o 4 punti di quella data oggi (ieri, Ndr) dal Censis.

Da cosa deriva questa diffusione di precarietà?

E’ un criterio molto preciso di gestione del personale, non a caso le occupazioni precarie si sono sviluppate molto al centro e moltissimo negli enti territoriali. Da 15 anni a questa parte c’è stata una forte espansione della precarietà nelle regioni e nei comuni per far fronte ai tagli dei trasferimenti dei fondi dello stato e poi perché ha avuto molto peso l’ideologia neoliberale per cui occorre ridurre al minimo il personale fisso.

Questo influisce sulla professionalità dei lavoratori e sui servizi offerti?

Non ci sono molte ricerche su questo aspetto, ma sarei incline a rispondere di sì. E uno dei fattori negativi è che quando le persone hanno un contratto a termine, cade da ambedue le parti l’interesse alla formazione, perché il lavoratore non ha intenzione di perdere tempo e al datore di lavoro non interessa formare un dipendente che sa che dopo un tot di tempo non ci sarà più. Un mercato in cui oltre il 50% delle nuove assunzioni avvengono con contratti a termine, come è successo lo scorso anno, contiene delle componenti patologiche da diversi punti di vista: non introduce alla coesione sociale e genera insicurezza a livello individuale e comunitario.

Non c’è alternativa alla precarietà? E cos’è la flessibilità buona?

Questo è quello che un giovane si vede offrire e appare come un muro, un fatto oggettivo contro il quale c’è poco da fare. Sarebbe diverso se invece politici, economisti e industriali iniziassero a considerare la globalizzazione non come una condizione ineluttabile, ma come un progetto economico a cui contrapporre altri modelli. Per esempio in altri Paesi, come la Germania, è stato operato uno scambio fra la sicurezza dell’occupazione e la flessibilità della prestazione: molte aziende hanno firmato contratti che garantiscono l’occupazione per diversi anni ma con variazioni di orario abbastanza consistenti. Non è una condizione leggera, ma se si applica in un quadro di sicurezza dell’occupazione, per certi aspetti può essere una strada da seguire.

Il governo italiano è orientato a far costare di più il lavoro atipico rispetto a quello a tempo indeterminato...

E’ sicuramente un disincentivo per la occupazione precaria, ma è molto più importante ridurre le tipologie di contratti a termine a non più di 5 o 6, che sono quelle che applicano alle imprese. Tutte le altre sono state studiate solo per individualizzare il rapporto di lavoro e incrinare le relazioni sindacali.