Più laureati

Ma disoccupati.

Andrea Cerroni, l'Unità del 31/10/2005

 

Tempo fa Tullio De Mauro parlava di Italia analfabeta, e si riferiva alla bassa scolarità degli italiani, a quel 25% di giovani in età di superiori che nemmeno le frequentava, e soprattutto agli analfabeti dichiarati (strumentali) e ai senza titolo di studio: nel 1950 queste ultime due categorie contavano più di 20 milioni (44%) e nel 1991 erano ancora quasi 8 milioni di italiani (analfabeti funzionali), quasi il doppio dei laureati. Un paese ancora chiaramente arretrato, nonostante il diffuso benessere.

Negli ultimi dieci anni la situazione educativa degli italiani è cambiata a tempo di record, ma non senza creare contraddizioni. Oggi, infatti, la scolarizzazione dei quindicenni è quasi completa (97,1%) e più della metà dei giovani si iscrive all'università (prima o poi). Ma questo è l'unico dato in crescita su scienza ed educazione.

Qualche raffronto internazionale che proponiamo nella tabella aiuta a chiarire la situazione paradossale venutasi a creare.

Insomma, abbiamo ancora uno sproposito di famiglie sotto-scolarizzate e un profilo della disoccupazione per titolo di studio fra i meno lineari, ma siamo secondi al mondo per giovani universitari.

La paradossalità della situazione si completa osservando la situazione del lavoro dipendente in Italia (31/12/2003): il 51,3% ha il titolo dell'obbligo e solo il 6,7% la laurea, mentre le assunzioni previste per il 2005 erano, rispettivamente, al 37,5% e 8,8% (fonte: Unioncamere). Come fa un paese a competere quando più di un terzo delle richieste manifeste del sistema produttivo riguarda personale col solo titolo dell'obbligo?

Inoltre, la retribuzione media dei laureati (25-64 anni) è superiore di appena il 38% a quella dei diplomati, mentre la media OCSE è al 50%. Dunque, i giovani stanno acquisendo un titolo di studio ai massimi livelli della formazione, ma non sono adeguatamente premiati rispetto ai colleghi diplomati che, ci dicono le statistiche, alle superiori erano anche meno bravi di loro.

Se è lecito concludere che, evidentemente, al sistema produttivo italiano i laureati non sono poi davvero necessari, ne deduciamo che l'offerta di beni e servizi ha un tasso di conoscenza più basso di quanto sarebbe possibile per le risorse umane disponibili (che finiscono così per essere solo un costo sociale). E se è pure lecito supporre che i portatori di un titolo di studio superiore abbiano dei bisogni con tasso di conoscenza più elevato, l'economia della conoscenza sembra doppiamente frenata dal sistema-Paese: dalla vecchia offerta prodotta e dalla nuova domanda soffocata dai bassi livelli retributivi (emblematico il caso dei neoassunti delle università). Forse più che in declino, l'Italia è un paese a rischio suicidio.