legambiente scuola news

N. 34, GENNAIO 2005

Notizie e commenti sul mondo della scuola

 

Indice

  1. Decreto 2° ciclo: operazione trasparenza

  2. Diventare docenti: una nuova retromarcia del Ministro

  3. Due decreti in dirittura d’arrivo

  4. Diritto / dovere all’istruzione e alla formazione

  5. Alternanza scuola – lavoro

  6. Agenda

 

1.  Decreto 2° ciclo: operazione trasparenza

Così viene definita, nel comunicato stampa del MIUR del 18 gennaio, l’operazione lanciata per costruire consenso e partecipazione attorno al decreto di riforma del 2° ciclo, apparso nel sito ministeriale. “Invito tutti a considerare la forte valenza culturale del nostro progetto di ammodernamento della scuola italiana e a inviare proposte e suggerimenti per migliorare la bozza di decreto”. Proposte e suggerimenti da mandare via mail (secondociclo@istruzione.it). Un coinvolgimento virtuale che accantona quello reale di chi, dalla scuola fatta sul campo quotidianamente, chiede di portare le proprie istanze. Non ha certamente risposto a questo bisogno l’incontro del 13 gennaio scorso al MIUR con sindacati, associazioni professionali, di genitori e studenti…

E a confermare che la strategia di coinvolgimento fin qui adottata dal Ministro Moratti sia più di facciata che di sostanza e che ci sia bisogno di un coinvolgimento della scuola reale, arriva anche il comunicato dell’UDC che sostiene che sia “assolutamente necessaria una fase di confronto vero e non formale con tutto il mondo della scuola”. E se il Ministro Giovannardi dice che “la bozza di decreto non corrisponde neanche lontanamente agli orientamenti in materia dell’UDC”, Giuseppe Valditara, responsabile scuola di AN, dice che “questa bozza non riceverà l’OK di Alleanza Nazionale nelle sedi  istituzionali”. Non meno pesanti le critiche di Forza Italia che teme di far passare  “nell’opinione pubblica che la vera scuola sia soltanto quella dei licei che portano all’università mentre l’istruzione e formazione professionale rischiano di essere intese come una scelta di serie B”. Maggioranza e opposizione unite nelle critiche! Al Ministro il compito di riordinare tutti i tasselli del puzzle entro il 17 ottobre, termine della proroga per l’approvazione dei decreti attuativi della L. 53/03. Dal 1 settembre 2006 dovrebbero partire gradualmente i nuovi licei ma in mezzo ci sono le elezioni politiche, un nuovo governo e forse un nuovo ministro.

                                                                                               

2. Diventare docenti: una nuova retromarcia del Ministro

Marcia indietro del Ministro Moratti “in materia di formazione degli insegnanti ai fini dell’accesso all’insegnamento, ai sensi dell’art. 5 della L. 53/03”. Il Ministro disconosce quanto previsto nella bozza presentata ai sindacati il 21 luglio 2004 che indicava che il 25% dei docenti fosse assunto per chiamata diretta dalle singole istituzioni scolastiche (vedi Legambiente Scuola News n. 29).  Era la novità che aveva fatto infuriare gli oltre 250 mila docenti precari iscritti nelle graduatorie che si vedevano scavalcati dai nuovi laureati. Gli otto articoli della nuova bozza consegnata alle organizzazioni sindacali il 13 gennaio scorso, non vedono più la presenza degli Albi regionali in cui iscrivere i laureati abilitati e da cui le Istituzioni Scolastiche potevano attingere con chiamata diretta. Sarà l’Ufficio Scolastico Regionale che provvederà “all’assegnazione alle scuole degli aspiranti… nell’ordine delle graduatorie”.

A decreto approvato il 50% dei docenti sarà assunto scorrendo le graduatorie dei precari, l’altro 50% con il nuovo meccanismo: laurea magistrale (lunga), esame di stato abilitante, iscrizione sulla base del voto in graduatorie distinte per la scuola dell’infanzia, primaria, secondaria di primo e secondo grado (le ultime due per ciascuna classe di abilitazione). Seguirà, per chi viene assegnato alle scuole, un anno di praticantato che, se valutato positivamente dal Comitato per la valutazione del servizio, porterà all’assunzione a tempo indeterminato con il vincolo di permanere per almeno tre anni presso l’istituto scolastico di assunzione.

La strada di questo decreto è appena iniziata ma si presenta tutta in salita. Tocca infatti molte aree di natura contrattuale e non si deve inoltre dimenticare che in Parlamento è in discussione un disegno di legge su un nuovo stato giuridico degli insegnanti che ne modifica funzioni, compiti e ruolo.

Ma le nuove lauree non saranno pronte prima di 6/7 anni e nel frattempo resta il nodo precari che il senatore Valditara, responsabile scuola di AN, tenta di risolvere  proponendone l’assunzione nei prossimi cinque anni, con un primo blocco di 90 mila  docenti. Ma… per essere assunti occorre pagare pegno: rinunciare alla ricostruzione di carriera, cioè all’anzianità di servizio maturata. Spot elettorale o proposta seria? E’ comunque un tentativo di dividere e indebolire il movimento precari tra chi sarà tentato di accettare “uno stipendio sicuro” anche se ridotto e chi non sarà disposto a svendere i propri diritti!

 

3. Due decreti in dirittura d’arrivo

Sono quelli sul diritto / dovere all’istruzione e alla formazione e quello sull’alternanza scuola lavoro che stanno concludendo il loro passaggio nelle Commissioni Cultura di Camera e Senato. Una volta licenziati torneranno al Consiglio dei Ministri per l’approvazione definitiva.

Anche Legambiente Scuola e Formazione ha partecipato alle audizioni che si sono svolte nelle settimane scorse presentando, per ciascuno dei due decreti, un promemoria che riportiamo di seguito.

 

4.  Diritto /dovere all’istruzione e alla formazione:

Legambiente Scuola e Formazione esprime profonda contrarietà alla scelta operata dalla legge 53/03 e qui confermata di descolarizzazione. Le esigenze della società della conoscenza e dello sviluppo civile ed economico del Paese richiedono più cultura e più conoscenza.

Aver abbassato l’età dell’obbligo dai 15 anni della legge 9/99 ai 14 va in controtendenza rispetto alle esigenze strategiche del paese e ne aggrava i problemi. Siamo, piuttosto, favorevoli all’innalzamento dell’obbligo almeno fino a 16 anni in un percorso scolastico unitario. In un Paese moderno i cittadini hanno bisogno di rimanere quanto più possibile in un sistema scolastico per acquisire i saperi necessari per esercitare il loro diritto di cittadinanza e sapersi orientare in una società sempre più complessa. Obbligo significa andare a scuola per immettere poi nel mondo del lavoro persone più consapevoli, più colte, in possesso di conoscenze spendibili per essere un cittadino informato, partecipe della comunità in cui vive, propositivo nelle scelte collettive e non solo in possesso di abilità spendibili nell’immediato lavorativo.

Ci sembra pertanto fortemente “ideologica” l’affermazione (art.1, comma 2) secondo cui l’obbligo scolastico risulterebbe ridefinito ed ampliato come “diritto all’istruzione e formazione e correlativo dovere”. Ridefinito certamente, ma altrettanto certamente ridotto, piuttosto che ampliato.

Inoltre spostando sulla famiglia l’esercizio del diritto – dovere all’istruzione e formazione, di fatto si sottrae allo Stato l’obbligo di garantire a tutti i livelli di istruzione necessari.

E’ confermata la possibilità di passaggio reciproco tra il canale liceale e professionale. Ma quanto è veramente reciproco questo passaggio? L’anticipazione del momento della scelta tra il sistema dei licei e quello dell’istruzione e formazione professionale rende del tutto aleatoria la concreta possibilità di passare dal sistema dell’istruzione e della formazione al sistema dei licei. La scelta avviene in una fase in cui non si è ancora attuato un sufficiente consolidamento della personalità e delle competenze necessarie, la scelta finisce per essere condizionata dai contesti familiari, sociali, culturali. Non ci si può nascondere che a 14 anni chi sceglie la formazione professionale è perché a scuola ha difficoltà. Non basta dichiarare la pari dignità dei due canali e la possibilità di passaggio da un canale all’altro come garanzia per la reversibilità delle scelte.

Troppo facile prevedere che le passerelle funzioneranno a senso unico.

In questa prospettiva risulta strano che mentre si esplicita la possibilità di cambiare indirizzo all’interno del sistema dei licei, nulla si dice per i passaggi all’interno del canale professionale.

Infine l’apprendistato reso possibile a partire dai 15 anni. Così strutturato l’apprendistato si presenta come un quarto canale (dopo quello dei licei, formazione professionale, alternanza scuola lavoro) in cui assolvere il diritto dovere. E’ stato abbassato a 15 anni, secondo le modalità del Dl 276/03, in cui si demanda alla contrattazione aziendale le modalità di effettuazione della formazione aziendale.  Non viene precisata la quantità delle ore che spetta alle regioni. Ci sembra francamente eccessivo, per la preparazione culturale e civile delle persone, considerare Il lavoro da apprendista come assolvimento del diritto dovere.

Un’ultima perplessità in merito all’Anagrafe nazionale. Se l’intento è quello di combattere la dispersione scolastica, come già stanno facendo le anagrafi regionali laddove sono state istituite e funzionano davvero, la sede più opportuna ed efficace è quella più vicina al luogo di vita e di studio dei giovani, rispetto a cui un’anagrafe nazionale risulta troppo lontana e troppo burocratica.

 

5. Alternanza scuola - lavoro

In premessa ci sembra indispensabile contestualizzare l’alternanza scuola – lavoro, in quanto “modalità di realizzazione della formazione del secondo ciclo”, nello scenario dell’evoluzione economico – sociale verso cui sembrano tendere le economie avanzate, nelle quali senza dubbio rientra anche il nostro Paese.

Se è vero che si sta evolvendo sempre più verso la società della conoscenza e che questo comporta già oggi, e comporterà una sempre maggior diffusione delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro con conseguenti sempre più frequenti e pervasive modificazioni dell’organizzazione del lavoro, se è vero che tutto ciò rappresenta lo scenario verso cui anche il nostro Paese sta evolvendo, allora si deve assolutamente evitare che nella fase in cui si formano le capacità culturali di base (quella al di sotto dei 18 anni), che devono garantire ai ragazzi la capacità di continuare ad apprendere e ad evolvere per tutto l’arco della vita, si affermi una dimensione meramente addestrativa della formazione, finalizzata all’acquisizione di competenze la cui spendibilità sul mercato sarebbe inevitabilmente di breve periodo.

Tutto ciò per dire che se l’alternanza scuola – lavoro non è un terzo canale ma una “modalità di realizzazione della formazione”, allora in sede di decreto vanno sciolti alcuni nodi.

Diritto del singolo o strategia dell’istituzione?

Affermare che “gli studenti…possono svolgere l’intera formazione dai 15 ai 18 anni attraverso l’alternanza di studio e di lavoro” sembra trasformare una “modalità di realizzazione” in un diritto soggettivo individuale e la stessa “modalità” in un terzo canale di fatto. Tanto più che, come si dice al comma 2 dell’art.1, “i percorsi in alternanza sono progettati,  attuati, verificati e valutati, sotto la responsabilità dell’istituzione” e non direttamente dall’istituzione. Questa formulazione sembra rinviare ad un’autocandidatura del soggetto che chiede per sé un percorso di alternanza e non una proposta dell’istituzione che così operando ritiene di poter meglio realizzare i suoi obiettivi formativi.

Noi siamo convinti che deve essere la scuola, nella sua autonomia, a decidere se, come, quando attuare questa che deve intendersi come una strategia formativa, che risponde ai bisogni formativi individuali connessi ai diversi stili cognitivi.

I vincoli organizzativi

Un primo dubbio riguarda il personale che dovrebbe progettare questa “modalità”. Come sarà qualificato? Come le istituzioni scolastiche possono investire risorse umane per questo compito, visto che la strada fino ad oggi intrapresa sta riducendo sempre più la funzione degli insegnanti all’attività frontale in classe. Né d’altra parte le attività di progettazione, che implicano un defaticante lavoro di contatti con imprese e territorio, possono essere assorbite dalla funzione tutoriale di cui all’art. 5.

Un altro dubbio riguarda la dimensione temporale.

Innanzitutto vogliamo esprimere la nostra profonda contrarietà al fatto che in questa modalità si possa svolgere l’intera formazione, per i motivi detti in premessa. Limitare così pesantemente l’orizzonte formativo a quanto già oggi in campo, sapendo che fra tre o cinque anni le condizioni di lavoro saranno diverse vuol dire condannare questi ragazzi all’emarginazione e fare dell’alternanza, di fatto, un terzo canale senza prospettive dove finiranno i più sprovveduti, quei ragazzi cioè che per ragioni familiari sono meno attrezzati culturalmente.

Così facendo si finisce per relegare una strategia formativa valida anche per chi fa il liceo classico in una nicchia rigida e senza prospettive.

La totale mancanza di alcun vincolo organizzativo, se non la generica indicazione “di criteri di gradualità e progressività” (art. 4, comma 3) per un verso rende possibili percorsi culturalmente e pedagogicamente deboli, per un altro indebolisce le istituzioni scolastiche e formative nella loro contrattazione con le imprese e gli altri soggetti abilitati a far fare esperienze di lavoro.

Andrebbero indicati i periodi minimi da svolgere presso l’istituzione, l’orario di massima obbligatorio da fare in aula, e soprattutto le conoscenze di base che si devono apprendere.

Rimangono, inoltre, indefiniti i contorni dell’equivalenza formativa  e le modalità di certificazione dell’attività svolta in alternanza, il riconoscimento dei crediti, la valutazione delle discipline meno coinvolte, il trasferimento della valutazione dell’alternanza all’interno del curricolo. I criteri delle modalità di valutazione / certificazione non possono essere demandate alle singole istituzioni scolastiche. A rischio è l’equipollenza dei titoli di studio e l’unitarietà del sistema nazionale.

In tutto il testo non compare mai il riferimento al gruppo di ragazzi con cui l’istituzione lavora e alla loro organizzazione nell’istituzione. Un’altra reticenza che configura l’alternanza come scelta individuale del soggetto e non come strategia formativa dell’istituzione. Il rischio è che l’alternanza sia scelta (o sia proposta dall’istituzione) solo da alunni in difficoltà

Infine Il decreto non parla dei requisiti delle imprese e degli altri soggetti convenzionati: criteri di “moralità e legalità”, qualità lavorativa, sicurezza, ogni istituzione si muove per proprio conto, esposta ai rapporti di forza di ogni territorio?

 

6. Agenda

27 gennaio 2005: La giornata della memoria. Riproponiano per il terzo anno l’appello e la proposta di effettuare un minuto di silenzio nelle classi alle ore 11.59 del 27 gennaio (ora di entrata delle truppe sovietiche ad Auschwitz) leggendo poi la poesia di Primo Levi “Se questo è un uomo”.

Il nostro sogno è che “il minuto di silenzio” divenga una tradizione condivisa da tutte le scuole italiane, il tratto di unificazione del lavoro che con passione gli insegnanti fanno per ricordare la Shoah.

Assieme a noi sottoscrivono l’appello AIMC, CIDI, FNISM, MCE, PROTEO FARE SAPERE, UCIIM, CGIL FLC, CISL SCUOLA, UIL SCUOLA, GILDA INSEGNANTI, SNALS.

 

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