Contro la Moratti,

ma anche oltre la Moratti.

da ScuolaOggi del 19/1/2005

 

In un precedente articolo dal titolo “E qualcuno spara già su Prodi” (articolo non firmato, quindi redazionale, “sotto la personale responsabilità del direttore”) abbiamo citato – crediamo in modo obiettivo e per nulla polemico – alcune posizioni, che si manifestano all’interno del movimento di opposizione alla riforma Moratti e di Retescuole in particolare, che a noi sembravano (con tutto il rispetto per le posizioni altrui) francamente sterili e improduttive. Nel senso di non contribuire a costruire un fronte unitario ma piuttosto di finire per dividere. Possiamo sbagliare: se le intenzioni dei nostri amici di Retescuole non erano quelle, non può che farci piacere. Il punto che si voleva mettere in evidenza però era principalmente un altro: il ritardo (questo sì generale, di tutto l’Ulivo e lo schieramento politico di opposizione) di elaborazione, di proposta di un programma, di un’idea di scuola da contrapporre all’attuale politica governativa ed alla riforma Moratti.

Sgombriamo allora il campo da un possibile equivoco. Se la preoccupazione di Retescuole è che qualcuno all’interno dello schieramento del centrosinistra ritiene che, una volta al governo (impresa tra l’altro ardua e tutta da giocare), la riforma Moratti non possa essere bloccata o modificata nella sostanza, noi non siamo certo tra questi. Il superamento della riforma Moratti a nostro modo di vedere è un punto fermo, una conditio sine qua non, condizione irrinunciabile ma non sufficiente. Per abrogare la Moratti, a nostro avviso, ci vuole però un’altra legge, un’altra idea di scuola praticabile. In questo senso è necessario “andare oltre la Moratti”.
Ed è qui che l’Ulivo, o il centro sinistra allargato che sia, deve dire cosa vuole e cosa propone. Per conto nostro possiamo semplicemente azzardare alcune ipotesi di lavoro, a titolo di esempio.

Nella scuola primaria, per quanto riguarda la “pars destruens”, come ha scritto bene Maurizio Tiriticco su queste pagine, occorre abrogare soprattutto il Decreto Lgs. 59/2004 – quello che introduce tutor, portfolio e tempo scuola ridotto - e tutti i suoi derivati più recenti (fra questi la Circolare sulle iscrizioni e quella sulla scheda di valutazione). Questo obiettivo è perseguibile immediatamente (cioè immediatamente dopo l’insediamento dell’auspicabile governo dell’Ulivo) non solo per motivazioni pedagogico-didattiche e per consentire alle scuole di riappropriarsi delle prerogative costituzionalmente garantite dall’autonomia, ma anche perché, anche sul piano strettamente giuridico, il decreto 59 è fortemente viziato da un palese eccesso di delega.

Per quanto riguarda la “pars costruens” non si può dimenticare che il governo di centro sinistra precedente una legge di riforma l’aveva elaborata e approvata in Parlamento, la legge n.30/2000 sul riordino dei cicli. Da qui bisogna ripartire, da quella riforma interrotta dal Polo con uno dei suoi primi atti di governo. Non per riproporre quella legge tale e quale, come se niente fosse successo o come se non si sapesse che era ancora “incompiuta” in molti aspetti. Ma per ripartire da quella che era l’ispirazione di fondo: l’idea di una scuola di base unitaria, oltre la storica “separatezza” tra scuola elementare e scuola media. Questo sarebbe, tra l’altro, il logico e naturale sviluppo degli attuali istituti comprensivi, rimasti a metà del guado, con due gradi di scuola all’interno dello stesso istituto ma “separati in casa” (separati ancor più dalla legge 53/2003 che addirittura opera una netta - e non casuale - distinzione tra scuola primaria e scuola secondaria di primo grado).

E’ tutta da approfondire l’articolazione interna di questa scuola di base unitaria ma è esattamente in questo contesto che si potrebbe salvaguardare il modello del tempo pieno e del tempo prolungato (per chi opta per un tempo scuola lungo) mantenendo un orario più breve come tempo scuola obbligatorio (non dimentichiamo che la stragrande maggioranza delle classi sul territorio nazionale oggi è a modulo nella scuola elementare e a tempo normale nella media). L’approfondimento su questo punto va posto in tutta la sua complessità politica, perché, a suo tempo, all’interno del fronte riformatore si manifestò ad es. una fortissima opposizione della Cisl sia all’unificazione dei due segmenti della scuola di base obbligatoria sia alla durata complessiva di 7 anni.

Non solo. Ma se la continuità didattica è un “valore” e non l’ultima ruota del carro, occorre riaffermarla ad ogni livello. Sia come continuità strutturale all’interno della scuola di base che come continuità di rapporti educativi con gli alunni. Riprendendo ad es. l’idea (e la messa in pratica!) dell’organico funzionale di istituto, garantendo continuità anche nel reclutamento e nell’assegnazione dei docenti alle classi, nella stessa sostituzione dei docenti assenti (correggendo drasticamente ad es. il meccanismo perverso delle attuali graduatorie di fascia - tempi, modalità, ambito territoriale…), assicurando concretamente stabilità di rapporti (a cominciare dal sostegno agli alunni disabili e dall’integrazione degli alunni stranieri!).

Come pure andrebbero ripresi, come base di discussione, i curricoli e i materiali prodotti dalle commissioni di lavoro Berlinguer-De Mauro (ai quali avevano lavorato decine e decine di esperti, accademici, pedagogisti) e approfonditi (si pensi al dibattito che si era aperto sull’insegnamento della storia…). Perché rimuovere infatti anche la memoria di quanto il centro sinistra aveva faticosamente prodotto, dopo un dibattito che –a differenza della legge Moratti – aveva coinvolto migliaia e migliaia di operatori scolastici?

Dovranno, inoltre, essere corretti gli aspetti devastanti contro la scuola pubblica contenuti nella riforma Moratti, quali l’idea di una scuola come servizio “privato” a domanda individuale delle singole famiglie, la canalizzazione precoce (una scuola per i ricchi e una per i poveri), l’anticipo fai-da-te a geometria variabile, …..

Ma dire questo è dire poco, è solo aprire un libro diverso e cominciare a leggere qualche titolo. Quello che qui si vuole sottolineare è che è compito delle forze politiche e sindacali, ma anche dei movimenti, cominciare ad aprire una discussione seria su quale scuola vogliamo. Concretamente, partendo da quel che c’è di buono (le cosiddette “buone pratiche” come si dice adesso) e da quello che di buono si stava costruendo prima del governo Berlusconi-Moratti. Definire insomma alcune linee generali di una proposta di scuola ed aprire su queste un dibattito ampio come succede in Francia coinvolgendo il mondo della scuola, insegnanti, genitori, studenti. In questo senso il no alla Riforma Moratti è certamente un passaggio fondamentale, ma bisogna andare oltre. Con realismo e concretezza.
Ci farebbe piacere allora ospitare su queste pagine interventi e proposte da parte delle forze politiche e sindacali e dello stesso movimento, in questa direzione.