Scuola e devolution

 da Carta.org del 10/10/2004

 

La devolution è soltanto l’ultima tegola che sta per cadere sulla testa della scuola italiana. Prima abbiamo avuto lo smantellamento di quell’idea di scuola e di istruzione e formazione che il centrosinistra aveva tentato di affermare e che era sia pur faticosamente passata.

Un ministro che sa poco nulla di scuola, ma che riesce ciononostante o proprio per questo ad essere efficace nella sua avversione all’obbligo scolastico (abbassato intanto di due anni) e all’unificazione dei percorsi scolastici (la divaricazione tra licei di serie A e scuole regionali di avviamento alla professione), al tempo pieno e agli insegnanti di sostegno (di cui in questi giorni si avverte la drammatica mancanza), ai maestri con competenze diversificate e ai centri per l’educazione degli adulti, sta fedelmente interpretando la linea neo ed insieme vetero conservatrice, secondo la quale la buona istruzione è faccenda privata – al di là dell’alfabetizzazione che serve per produrre docili consumatori e lavoratori – di cui godrà chi lo vorrà e se lo potrà permettere.

Una controriforma, si sa, ha bisogno di un forte potere centrale, e di conseguenza il ministro ha fatto approvare una legge (53/2003) dove sono palesi gli elementi di un nuovo centralismo, in spregio ai governi territoriali (regioni e comuni), ma anche all’autonomia scolastica, nei confronti della quale si usano i vecchi metodi ministeriali. Può meravigliare – se le cose stanno così – che quello stesso governo di cui il ministro è un fedele interprete, sostenga contemporaneamente le pretese leghiste (il contenuto del DDL costituzionale Bossi è stata traslocato all’interno della complessiva riforma costituzionale del centrodestra) di massimizzare il potere regionale in materia, in evidente contraddizione con la linea sopra sommariamente descritta.

Osserviamo intanto – in tema di devolution - che tre erano le materie bossiane: la polizia locale, la sanità e, appunto, l’istruzione. Occorre dire, ad onor del vero, che per due su tre l’originaria impostazione leghista ha subito modifiche non marginali (per effetto del voto Camera del 24/27 settembre u.s.): la polizia locale con ambizioni di pubblica sicurezza è ri-divenuta polizia amministrativa, regionale e locale; l’assistenza ed organizzazione sanitaria è ora preceduta dalla competenza esclusiva statale a porre “le norme generali sulla tutela della salute”, ferma restando la competenza ripartita tra Stato e regioni di “tutela della salute”. Non si vuol dire che le nuove aggiunte siano positive, al contrario, ma certo, per effetto delle pressioni dell’opposizione e per le perplessità di parte della stessa maggioranza, la loro portata lacerante dell’unità nazionale risulta annacquata.

Nell’istruzione invece il progetto originario è rimasto intatto: sottovalutazione, disinteresse o condivisione? Ci riferiamo evidentemente non all’opposizione, che ha fatto la propria battaglia, ma a quelle parti della maggioranza che su altri temi hanno chiesto correzioni. Sottovalutazione: qualche cosa al partito di Bossi occorre concedere, meglio questo che la quarta forza di polizia. Disinteresse: la scuola non è così importante, cambia poco. Condivisione? Lasciamo in sospeso la domanda e vediamo di che si tratta.
A costituzione vigente, le norme generali e i principi fondamentali di indirizzo competono allo Stato. Alla Regione, nell’ambito della programmazione e della gestione del servizio scolastico, spetta tutto quanto non coinvolga gli aspetti finanziari e la distribuzione del personale tra regioni (corte cost., sentenza n. 13/2004). Alle istituzioni scolastiche, le determinazioni autonome sul piano della ricerca, della didattica, dell’organizzazione e della gestione.

Il nuovo testo costituzionale, attraverso norme che si aggiungono alle precedenti, assegna in esclusiva alle Regioni a) l’organizzazione scolastica, b) la gestione degli istituti scolastici e di formazione, c) la definizione della parte dei programmi scolastici e formativi di interesse specifico della Regione. Poiché l’organizzazione scolastica è già di competenza regionale, si dovrà interpretare la norma nel senso, non soltanto che l’organizzazione per intero spetti alla regione (compresi il reclutamento del personale e la sua utilizzazione), che anche altri aspetti rientrino nell’organizzazione in senso lato. Aver inoltre aggiunto la “gestione” degli istituti scolastici, distinta ed ulteriore rispetto all’organizzazione scolastica, si scontra necessariamente con l’autonomia delle istituzioni scolastiche, che corre il serio rischio di risultare svuotata o posta sotto tutela. Ma la perla del tutto è la previsione in Costituzione di programmi scolastici e formativi “di interesse specifico delle regioni”. Le Regioni possono già oggi influire sulle scuole attraverso la programmazione scolastica regionale, ma non è questo che si vuole: si vuole incidere sui “programmi”, garantire più spazio non alla cultura ma alla sub-cultura, al localismo. Qui non vi è neppure un cenno alla salvaguardia del ruolo autonomo delle scuole, cosicché è ragionevole prevedere che l’esercizio di tale ulteriore competenza regionale avverrà precisamente a scapito dell’autonomia di queste ultime (in particolare in sede di POF).

Il rischio che deriva da tutto questo è il provincialismo culturale e la disgregazione del sistema nazionale dell’istruzione sul versante della scuola pubblica. E’ vero che vi è contraddizione tra l’accentramento ministeriale del ministro in carica (che la Corte ha già avuto occasione di stigmatizzare) e i programmi scolastici in mano ai politici locali. Ma vi è forse anche una risposta alla domanda che abbiamo lasciato in sospeso: perché si è corretta la devolution, ma non per ciò che riguarda l’istruzione? In parte certo per sottovalutazione degli effetti che produrrà un decennio di insegnamento con questi metodi, ma anche perché, a ben vedere, non c’è reale contraddizione. Se ciò che si pensa e si vuole realmente è il declassamento dell’istruzione garantita dallo Stato.