Matematica bestia nera degli studenti italiani

I ragazzi sono scarsi in grammatica e parlano un italiano elementare
Dal progetto-pilota dipendono i prossimi finanziamenti all’Università

 di Michela Tamburrino da La Stampa del 13/10/2004

 

ROMA - Vuole essere solo un termometro di come va la salute dell’istruzione italiana, uno strumento di «governance» consegnata alle scuole perché vi leggano i loro punti di forza e i loro squarci di debolezza. Invece il Progetto Pilota per la Valutazione dell’Istruzione, giunto al suo terzo esperimento, è diventato una mappa del livello culturale dei nostri ragazzi, dalle prime classi fino alle porte dell’università. Un’indagine fortemente voluta dal ministro dell’Istruzione Moratti, tanto da farlo diventare, nel primo ciclo delle primarie e per le secondarie di primo grado, obbligatorio da quest’anno, tanto da volerlo introdurre all’Università e attribuirgli un’importanza chiave nell’ambito dell’attribuzione dei finanziamenti che entreranno a regime nei prossimi tre anni, soldi che oramai dipenderanno solo per il 30% dal numero degli iscritti ma per il 70% dalla didattica, dalla valutazione della ricerca universitaria e dai progetti flessibili.

Ma come arrivano questi ragazzi all’università? Maluccio se si considera che sono scarsissimi in grammatica, che parlano un italiano elementare, che in matematica «apriti cielo», che nelle scienze vanno lievemente meglio perché sono argomenti che incuriosiscono di più. E se nei licei classici la faccenda migliora grazie anche alle donne, che rispetto ai maschi si destreggiano meglio nella lingua madre, nelle classi inferiori i giovanissimi sono penalizzati dalla presenza di compagni extracomunitari (2% in più, mentre in alcune classi del Nord Ovest si tocca anche il 20% in più) che non parlano perfettamente il nostro idioma. Ma la vera sacca d’arretratezza si trova negli ex istituti professionali, dove prima si accedeva solo per imparare un lavoro e che oggi dovrebbero fornire agli allievi anche una cultura generale di base capace di portarli a un vivere sociale decente. Così non è, e i venti punti che li separano dai licei parlano chiaro: sono un abisso sul quale lavorare.

Ne è convinta il ministro Moratti, che si dice «soddisfatta del risultato di un progetto che vuole monitorare la crescita del capitale umano in una visione completa dell’intera filiera scolastica, dall’infanzia all’università. Per questo l’indagine segue una metodica uguale per tutti i gradi». E se la base volontaria dell’esperimento ha tolto alla ricerca una validità statistica, le ha invece conferito le stimmate della partecipazione ecumenica, molto apprezzata dal ministro: la partecipazione alle prove ha coinvolto un milione e mezzo di alunni e 222 mila docenti di 71.037 classi in novemila scuole, dall’estremo Nord fino alle isole. «L’obiettivo - dice ancora Moratti - era quello di dare uno strumento valido ai singoli istituti che così potevano muoversi con cognizione di causa. Più in grande, ci proponevamo di far crescere la cultura della valutazione. Ci siamo riusciti. Ora è indispensabile che i sistemi di formazione professionale recuperino il gap».

È il professore Giacomo Elias, presidente del gruppo di lavoro per quanto riguarda le valutazioni, a fornire i dati; nelle scuole superiori la matematica resta tabù mentre gli studenti migliorano lievemente in scienze e in italiano, passando da 49 a 56 su 100 e da 52 a 57 su 100. In matematica invece peggiorano, scendendo da 55 a 49 su 100. Macroscopico il divario che separa gli studenti dei licei da quelli dell’istruzione professionale, 37 rispetto a 59 dell’istruzione classica in prima, 45 rispetto a 67 in terzaI per quanto riguarda l’italiano. Ma di chi è la colpa se gli studenti non sanno l’italiano e non sanno far di conto? «Di certi insegnanti che non sanno insegnare - dice nella Elena Ugolini, preside, inserita nel gruppo di lavoro del PP3 - occorre interrogarsi sulle basi che ricevono da piccolissimi. Le maestre hanno paura della matematica e non la sanno porgere. E chi parla più un italiano pulito?».