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Il corvo, lo scrittoio e un re Cavaliere


Che differenza c’è tra un corvo e uno scrittoio? L’indovinello del Cappellaio matto sembrava insolubile. Rassegnata, Alice bighellonava un po’ annoiata, quando all’improvviso scivolò in un secondo cunicolo che la portò dritta dritta davanti a un cartellone tricolore, su cui campeggiava la scritta: Belpaese. Lì, un famoso Cavaliere era anche re, e comandava. Si favoleggiava d’un suo orologio di valore incalcolabile, le cui lancette però restavano immobili sul quadrante ormai da gran pezza. Trascurando i compiti propri d’un dignitario del suo rango, nell’ora perennemente segnata dal suo prezioso orologio, quel Cavaliere gozzovigliava senza risparmiarsi, in lieta compagnia. Di fronte ai sudditi più devoti amava proferire a gran voce frasi un po’ ripetitive, solo in apparenza assai semplici, in realtà più complicate del complicatissimo indovinello del Cappellaio matto. Per esempio diceva: “Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori.”

Appena le capitò di sentire questa frase, Alice fu assalita da un sacco di interrogativi. Lo Stato non era forse il Regno stesso di cui il Cavaliere era anche il re? Gli insegnanti del Regno che avevano dei figli (erano cioè a loro volta genitori, e molti nel regno lo erano), inculcavano nelle loro case princìpi che il mattino dopo, in tutte le aule delle scuole del Regno, combattevano? E quali erano i princìpi degli insegnanti rispetto ai quali i princìpi dei genitori risultavano essere l’esatto “contrario”? E i princìpi che si andavano formando nelle teste dei loro figlioli (occupate per metà da principi inculcati di qua, per l’altra metà dagli opposti principi inculcati di là), come si faceva a conoscerli con esattezza? Guai però a cercare spiegazioni: - Mi avete frainteso! – tuonava invariabilmente il sovrano contro il poveretto che per capirci qualcosa, avesse osato alzare la mano (da scuola o da casa, non faceva differenza), e tutto finiva lì.

La confusione nella mente di Alice toccava il suo apice quando vedeva i sudditi più singolari del Belpaese, chiamati “atei devoti”, spellarsi le mani in applausi per i discorsi bizzarri del loro re. Erano stati addestrati, costoro, nelle scuole pubbliche o private del regno, a far valere in pubblico – convinti, prostrati, genuflessi – le ragioni degli avversari, e non le loro? E se proprio questi atei sofisticati fossero stati, senza nemmeno avvedersene, la prodigiosa dimostrazione vivente che opposti princìpi inculcati possono convivere nella medesima testa, e addirittura fare la fortuna economica del suo proprietario? Pensa che ti ripensa, a siffatte domande la povera testolina di Alice non trovava risposte.

Riuscì tuttavia a risolvere (almeno così le parve) l’indovinello menzionato in principio, e ne fu in parte consolata. Se in un paese (come il Belpaese) un tizio poteva essere re e cavaliere, suddito e sovrano, governante e governato, padrone e servitore al contempo, tra il corvo e lo scrittoio del Cappellaio matto non doveva passare alcuna differenza. Essi erano certamente la medesima cosa! .

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