La Riforma Moratti e le lingue straniere

nella scuola secondaria di primo grado

di Rossana Casu[1]

 

Il paradossale contrasto tra quello che era stato lo slogan elettorale in materia scolastica - le famose tre "I", tra cui l'inglese - e i contenuti reali della Legge Moratti è cosa ormai nota. Mentre la propaganda ministeriale presentava come uno degli aspetti più innovativi dell'istruzione il miglioramento dello studio della lingua inglese, di fatto, nei nuovi modelli di tempo scuola, le ore dedicate all'insegnamento/apprendimento delle lingue straniere hanno subito una drastica incomprensibile riduzione.

Osserviamo ancora una volta i numeri. Il primo decreto applicativo della legge 53 e le Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati prevedono l'insegnamento obbligatorio della lingua inglese per un totale di 54 ore annuali complessive (1 ora e 38 minuti settimanali) e inseriscono, come materia obbligatoria, una seconda lingua comunitaria per un totale di 66 ore annuali (2 ore settimanali).

Nei programmi attualmente vigenti per la scuola media la lingua inglese ha una quota oraria annuale che va da un minimo di 99 ore obbligatorie (3 ore settimanali) a un massimo di 132 ore (4 ore settimanali ) nelle scuole a tempo prolungato. La seconda lingua straniera, facoltativa, è attualmente insegnata in quasi tutte le scuole per un monte ore totale pari a 297 ore (3 ore settimanali per 3 anni).

Il nuovo impianto organizzativo del monte ore assegnato all'insegnamento delle lingue ha sollevato immediatamente forti preoccupazioni tra gli esperti e i docenti di lingue, e presto solleverà problemi metodologico-didattici insormontabili. È evidente, infatti, che la riduzione dell'orario d'insegnamento - peraltro in presenza di classi sempre più numerose ed eterogenee sia dal punto di vista delle conoscenze, abilità ed esperienze pregresse che della nazionalità di provenienza e delle differenze socio-culturali - limiterà inevitabilmente l'apprendimento delle quattro abilità di base (leggere, scrivere, parlare, comprendere) necessarie allo sviluppo di una competenza linguistica adeguata ai bisogni comunicativi dei ragazzi appartenenti alla fascia di età 11-14 anni. La ‘mancanza di ore’ si ripercuoterà, con inevitabili ridimensionamenti, su importanti obiettivi formativi legati all'apprendimento delle lingue, come l'acquisizione della competenza interculturale (conoscere, comprendere, aprirsi a culture diverse dalla propria), che è invece sempre più necessaria alla formazione dei futuri cittadini della società multiculturale.

Il Ministero giustifica questa riduzione di orario con “l'apparente” novità dell'inserimento obbligatorio dell'inglese nei programmi della scuola primaria. Un'asserzione questa che occorre confutare con i dati e con i principi.

I dati.

Nell'attuale scuola elementare l'insegnamento della lingua inglese è impartito per un totale di 297 ore in 3 anni a partire dalla classe terza (3 ore settimanali). A questo monte ore obbligatorio si aggiunge in molte scuole una quota oraria variabile e facoltativa nelle classi prima e seconda, fino al raggiungimento di oltre 420 ore totali calcolate sui 5 anni.

La Riforma Moratti prevede l'insegnamento obbligatorio della lingua inglese a partire dalla prima classe per un totale di 297 ore in tutto (un'ora settimanale in prima, 2 ore nelle classi successive). Quindi la quota oraria attualmente vigente per le ultime tre classi verrà semplicemente 'spalmata' sui cinque anni di scuola elementare senza alcun incremento effettivo delle ore.

I principi.

Anche se l'insegnamento/apprendimento della lingua inglese venisse particolarmente incentivato e migliorato nella scuola elementare (ma vediamo che di fatto non è così!) non potrebbe comunque fornire competenze linguistiche significative tali da consentire uno slittamento in avanti della programmazione curricolare prevista per la scuola secondaria di primo grado. In altre parole, cominciare una lingua straniera dalla prima classe elementare non può permettere di eliminare un'ora obbligatoria di lingua nella scuola media, in quanto l'insegnamento/apprendimento della lingua straniera nelle due fasce di età tiene conto e si realizza secondo caratteristiche cognitive ed educativo-relazionali degli alunni completamente differenti.

L'alunno delle elementari impara la lingua straniera attraverso un approccio metodologico di tipo ludico, olistico, quindi basato sul gioco, sulla drammatizzazione, sul canto e sull'impegno di tutte le facoltà sensoriali e corporee che gli permettono di stabilire un rapporto globale con la realtà che lo circonda, e non sente il bisogno di un'analisi consapevole delle strutture linguistiche e delle funzioni comunicative alla base dei messaggi che esprime. Con il passaggio alla scuola media cambia l'approccio metodologico, in quanto cambiano le esigenze cognitive e comunicative degli alunni stessi: pur partendo dalle cognizioni acquisite nella scuola elementare, nella media è sempre necessario "ricominciare da capo", proponendo nuovi e vecchi contenuti con un approccio didattico di tipo riflessivo e strutturato, in modo che il fanciullo sviluppi una competenza linguistica più autonoma, più efficace, ma soprattutto più adatta alle sue nuove esigenze intellettuali e comunicative.

Nel tempo, lo svantaggio per i ragazzi italiani sarà sempre più difficilmente colmabile e sempre più lontano dai parametri stabiliti a livello europeo negli ultimi anni. Occorre ricordare infatti che, al fine di rendere omogeneo l'apprendimento linguistico nei paesi europei, il Consiglio d'Europa pubblicò nel 1996 il Quadro Comune Europeo di Riferimento per le Lingue Straniere (Common European Framework of Reference- CEF). Il documento stabiliva, per tutte le lingue europee, sia i livelli di competenze linguistiche raggiungibili in successive fasi di apprendimento - e i criteri di valutazione per ogni livello - sia la possibilità di misurare le competenze acquisite attraverso le certificazioni esterne. Il Ministero della pubblica istruzione, inizialmente con il Progetto Lingue 2000, accolse questo modello di riferimento e stabilì che al termine della scuola media inferiore gli studenti potessero raggiungere una competenza comunicativa delle lingue straniere corrispondente ai livelli A2/B1 (detti anche "di sopravvivenza" e "di soglia") del Quadro di Riferimento Europeo, certificabile dagli organismi esterni accreditati (Enti certificatori). Tutto questo ha permesso di inserire nella scuola media, inferiore e superiore, nuove progettualità e metodologie didattiche che hanno consentito di ottenere risultati concreti e positivi, in quanto garantiti dai POF delle singole scuole e oggettivamente misurabili con le certificazioni linguistiche internazionali.

L'impostazione oraria e organizzativa dettata dalla riforma provocherà un'inevitabile carenza di preparazione degli studenti italiani che non consentirà più loro di conseguire le qualificazioni internazionali, con un conseguente svantaggio - culturale, formativo, professionale - rispetto ai coetanei del resto d'Europa.

Che cosa fare dunque di fronte a tali pericoli? La soluzione più diffusa è stata quella di introdurre nei piani dell'offerta formativa del prossimo anno ore aggiuntive di lingua straniera tra le "attività facoltative e opzionali" previste dal decreto. Questa via d'uscita, sebbene dimostri la preoccupazione delle istituzioni e dei dirigenti scolastici e avvalori quanto detto sopra, non potrà colmare, per il carattere facoltativo, la lacuna creatasi dalla drastica riduzione delle ore obbligatorie per tutti. La frantumazione dei tempi dell'apprendimento fra attività obbligatorie e opzionali, insieme alla diversificazione imposta da scelte individuali di tempi e attività da parte delle singole famiglie, provocherà la rottura delle unità-classe, dell'organicità del curriculum e del continuum temporale, didattico e relazionale della formazione dei nostri alunni. Inoltre l'insegnamento delle ore opzionali e facoltative potrà essere assegnato in futuro, per ragioni di natura prettamente economica, a figure esterne non ben definite dalla normativa attuale, con il conseguente rischio di un abbassamento qualitativo dell'offerta didattica.

Veniamo dunque  all'inserimento nella scuola media della seconda lingua comunitaria come materia obbligatoria. Sarebbe senza dubbio una novità positiva e un elemento di pregio se ciò non fosse però a scapito del tempo globale assegnato all'insegnamento della prima lingua straniera. Tutte le considerazioni riguardanti la prima lingua straniera sono d'altronde valide per la seconda lingua obbligatoria, in quanto il totale delle ore annuali previste risulterà comunque inadeguato al raggiungimento di livelli minimi di competenza linguistico-comunicativa.

 

La vera soluzione al problema è la riformulazione dei programmi di insegnamento delle lingue, per tutti i cicli scolastici, secondo principi pedagogici e glottodidattici validi e universalmente riconosciuti e in coerenza con le Linee Guida del Consiglio d'Europa. Su questo concordano tutti i docenti e gli esperti di lingue e di didattica. Il ministro non può non comprendere le conseguenze negative, nel breve e lungo periodo, di scelte operate senza una significativa consultazione degli addetti ai lavori (insegnanti, dirigenti scolastici, associazioni disciplinari), degli utenti del servizio scuola (studenti e genitori), e senza una seria sperimentazione nelle istituzioni scolastiche. Il rischio di una regressione del livello linguistico e culturale dei nostri alunni dopo anni di faticosi progressi della pratica metodologico-didattica è un problema che la nostra scuola, la nostra società, non può davvero permettersi.

 

[1] Insegnante di Lingua Inglese - Firenze