Il secondo ciclo: due le questioni fondanti.

Agli inizi di gennaio, per graziosa volontà del principe,

si apriranno più tavoli di discussione sul secondo ciclo.

Non vorrei, non vorremmo, che il confronto fosse solo

sui dettagli e non sulle linee fondanti.

Occorre volare alto! Di qui le argomentazioni che seguono.

di Maurizio Tiriticco  da Fuoriregistro del 27/12/2004

 

Sul secondo ciclo si possono versare fiumi di inchiostro, scrivere migliaia di OSA, decine di discipline, quadri orari obbligatori e non, e tutto all’infinito perché… chi più ne ha, più ne può mettere, ma…

… non bisogna dimenticare che le questioni fondamentali sono essenzialmente due: quella degli standard e quella della ricerca e definizione di un asse culturale che dia corpo all’intero sistema di istruzione. Esplicitiamole.

 

La questione degli standard

Stiamo faticosamente passando da un sistema di istruzione tutto governato dall’alto – la scuola di ieri – ad un sistema autonomistico. Questo si fonda, da un lato, sulle scelte pedagogico-culturali degli istituti scolastici e degli istituti di formazione, dall’altro sulle scelte istituzionali, organizzative e gestionali delle Regioni – il sistema descritto e sancito dal nuovo Titolo V.

Perché il nuovo sistema funzioni, è necessario mettere in piedi un serio e forte dispositivo di controllo. Lo esplicita chiaramente Giorgio Allulli (“Il Sole 24 ore” del 18 u. s.): “Qualunque sistema viene governato in due modi: o attraverso la definizione e il controllo delle modalità di funzionamento, o attraverso la definizione e il controllo dei risultati che devono essere conseguiti. I paletti del sistema vanno cioè collocati a monte (in questo caso si parla di controllo degli input del sistema) oppure a valle (in questo caso si parla di controllo degli output)”.

In altri termini, il buon funzionamento della scuola di ieri era garantito a monte da una fitta rete di norme, dai programmi ai quadri orari alle circolari esplicative! Quella di domani dovrà essere garantita a valle da “oggetti” assolutamente nuovi per la nostra tradizione – e non solo scolastica – cioè dagli standard e da un efficace sistema di valutazione esterna.

Gli standard non sono oggetti misteriosi, ma proprio per questo l’amministrazione deve metterci mano con un’ottica assolutamente diversa da quella con cui era solita scrivere decreti, ordinanze e circolari. Si tratta di una svolta a 180 gradi! Pensare e fare in termini di standard richiede cambiamenti profondi nella cultura e nei comportamenti giuridico-istituzionali ed economico-funzionali sia da parte di chi è tenuto a scriverli sia da parte di chi li dovrà considerare come fine e volano delle sue azioni.

Per quanto riguarda il sistema nazionale di istruzione, gli standard devono riguardare essenzialmente due ambiti di questioni, strettamente interrelate:

a) i risultati degli apprendimenti, in termini di quelle competenze terminali che i singoli ordini e gradi di istruzione propongono e richiedono ai fruitori;

b) le modalità del funzionamento degli istituti, in ordine ai contesti operativi, alle risorse, alle strutture e alle attrezzature, alle dotazioni didattiche, ai servizi.

Si tratta di ambiti che andranno affrontati e “lavorati” con larghi criteri di contestualizzazione, considerando che non c’è un prima e un dopo tra le competenze proposte agli studenti e la garanzia di un servizio efficiente ed efficace. L’esito di un apprendimento è pur sempre legato alle risorse adottate! Didattica e organizzazione sono sì concetti distinti, ma le operazioni per realizzarle sono strettamente intrecciate!

In una nota della scorsa estate, a proposito della necessità della riscrittura delle Indicazioni nazionali relative al primo ciclo, le quali, com’è noto, hanno a tutt’oggi (e per quanto tempo ancora?) carattere transitorio, scrivevo: “Le Indicazioni dovrebbero dare indicazioni – appunto! – su due versanti:

a) quello culturale, educativo e pedagogico didattico, quello dei macroobiettivi, cioè degli obiettivi generali del processo formativo e degli obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni – come si esprime il dpr 275 – proposti come traguardi per gli studenti;

b) quello delle risorse di cui le istituzioni scolastiche devono disporre per garantire i livelli essenziali del servizio – in ordine all’adempimento dell’articolo Cos. 117, c. 2, lettera n. Com’è noto, il punto b) nelle Indicazioni è totalmente assente! Quando, invece, avrebbe dovuto costituire l’elemento forte, caratterizzante, innovatore, in relazione al nuovo ordine che deriva dal Titolo V”.

Un discorso analogo vale per le Indicazioni nazionali del secondo ciclo. Ma, stando ai documenti e allo schema di decreto che sono in circolazione, nulla si ritrova di quanto ci dovrebbe essere, fatta eccezione per il sistema di istruzione e formazione professionale (capo III dello schema di dlgs).

Gli anonimi si sono sperticati a riscrivere ancora una volta nuovi/vecchi programmi di un tempo! Mi sembra che si siano detti: siccome ci troviamo nella società della conoscenza, moltiplichiamo le conoscenze, aumentiamo il numero delle discipline, ed anche quello degli OSA! Non sia mai detto che non attendiamo puntualmente al compito assegnatoci dal Ministro! Ma gli OSA, dico io, non possono essere la lista della spesa della puntigliosa massaia! Se volessimo, di obiettivi ne potremmo scrivere a migliaia! Ma gli OSA devono essere macroobiettivi, indicatori standard, quindi, per loro natura, debbono essere pochi, essenziali, chiari, e di lettura non ambigua! Spetterà alle istituzioni scolastiche autonome “leggerli” e “curvarli” alle specificità dei loro progetti. Altrimenti gli obiettivi formativi – non se ne parla nel DPR 275, ma nelle Indicazioni per la scuola di base costituiscono un adempimento delle scuole – diventano un rimasticamento, se non un inutile copio copias degli OSA. E i suggerimenti che ci vengono con la nuova scheda di valutazione per il primo ciclo vanno proprio in questa direzione! Che è offensiva per le scuole!

Ma i nostri anonimi estensori si sono anche dimenticati almeno di due dati essenziali.

Il primo è il seguente. Se è vero che viviamo nella società della conoscenza, è anche vero – ma a loro sfugge! – che questa conoscenza oggi, ed ancor più domani, passa attraverso saperi diversamente organizzati rispetto a quelli che la scuola di sempre ha amministrato! Ce lo dice la ricerca epistemologica, ce lo dicono Delors, Morin, Gadamer, Gardner, Derrida, e tanti altri… E ce lo dice la realtà stessa del mondo del lavoro e della ricerca avanzata!

So benissimo che è difficile coniugare ciò che è importante in termini di conoscenze di base e del loro continuo aggiornamento con ciò che riguarda le conoscenze/competenze pre/specialistiche e pre/professionalizzanti. Ma questo è lo sforzo che chi lavora alle Indicazioni deve compiere! E’ troppo facile e assolutamente anacronistico continuare a ragionare in termini di minuziose scansioni disciplinari, di colonnine di conoscenze e abilità disciplinari! Questo tipo di ragionamento porta solo a gonfiare a dismisura il numero delle discipline, che poi devono fare i conti con le effettive ore che sono a disposizione e, soprattutto, con obiettivi credibili! E, purtroppo, è quello che si sta verificando!

So anche che occorre fare i conti con l’attuale organizzazione disciplinare per cattedre e con le classi di concorso esistenti, ma anche a questo impianto assolutamente obsoleto occorre metter mano! E con criteri assolutamente sistemici. E per far questo occorre tempo e intelligenza istituzionale! Occore l’impegno delle associazioni insegnanti, dei disciplinaristi, dei sindacati! Ma la strada che è stata scelta è quella breve, ed assolutamente miope, della stesura di nuovi/vecchi programmi di studio: una superfetazione di contenuti a cui poi corrisponde un taglio di ore e di cattedre!

Il secondo dato riguarda l’adempimento costituzionale, assolutamente ignorato dagli anonimi, quello che attribuisce allo Stato la legislazione esclusiva nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni che devono essere erogate dal servizio di istruzione su tutto il territorio nazionale a garanzia dei diritti civili e sociali dei cittadini. E questo secondo dato, che dovrebbe essere il punto forte di tutta l’operazione Indicazioni, è invece il punto debole, anzi il punctum dolens, O meglio, più semplicemente, non c’è!

 

L’asse culturale

La seconda questione fondante, che sembra lontana mille miglia dai pensieri degli anonimi estensori delle centinaia di carte che circolano sul secondo ciclo, riguarda l’asse culturale della nuova scuola!

E non è questione di poco conto! La nostra scuola repubblicana ha il suo fondamento primo nella Carta costituzionale, e dal ’48 ad oggi ci siamo adoperati per costruire un sistema di istruzione che avesse come finalità prima l’educazione alla democrazia, alla legalità, all’etica civile che ci deriva dalla stessa Carta, se la si sa leggere e si sa cogliere con quale spirito i padri costituenti l’hanno scritta! E non è stato un caso che, dal varo della Carta, solo dieci anni più tardi si è avvertita la necessità di tradurre i suoi principi fondanti in una specifica materia, l’Educazione civica, introdotta nella scuola secondaria con un decreto del ‘58. Una materia che non ha incontrato mai un grande favore; le ragioni sono molteplici, e qui c’è la responsabilità di noi tutti, certamente.

Nel corso degli anni, soprattutto dopo l’istituzione della scuola obbligatoria ottonale (avvenuta solo nel ’62, quando la Costituzione la prescriveva fin dal ’47!), ci siamo resi conto che non era sufficiente aprire la scuola a tutti se poi una gran parte dei nuovi alunni veniva sonoramente bocciata! Avremmo dovuto preventivamente ristrutturare la scuola stessa, i suoi programmi, i suoi metodi (si ricordino le bacchettate di Don Milani, nel ’67, e del movimento del ’68) perché si potesse avviare veramente quel processo per cui a tutti fossero garantiti quei diritti inviolabili, quella uguaglianza e quella libertà, di cui ai precetti costituzionali (art. 2 e 3).

Comprendemmo che la dispersione, che veniva prodotta dalla scuola stessa, si doveva combattere a monte e non a valle! Comprendemmo che una delle questioni centrali era quella della lingua, il mezzo che avrebbe permesso a tutti i nuovi alunni di comunicare tra loro da Nord a Sud nonché di imparare sì a leggere e scrivere ma anche, in primo luogo, ad ascoltare e parlare. L’educazione linguistica – e non lo studio strumentale della grammatica! – costituì allora un secondo asse portante della nostra scuola di base. E ci si adoperò perché tutti i nostri insegnanti, e non solo quelli di lettere, fossero in primo luogo convinti e validi… educatori linguistici!

L’asse culturale ed educativo si rafforzò ulteriormente quando comprendemmo che la centralità della storia e quella della osservazione scientifica potessero da un lato rafforzare l’identità personale e la responsabilità sociale di ciascun alunno e, dall’altro, lo aiutassero ad assumere nei confronti del reale un atteggiamento esplorativo e critico. Fu per questo insieme di ragioni che nel ’77 (legge 348) rivedemmo alcuni ambiti disciplinari della scuola media (la lingua, la matematica, le scienze) e nel ’79 ne riscrivemmo i programmi.

Un ulteriore passo verso la centralità di uno spirito critico e scientifico si ebbe con i nuovi programmi della scuola elementare dell’85, con i quali venne superato il concetto portante dei programmi del ’55, in forza del quale, per un bambino tutto fantasia e sentimento, era l’insegnamento religioso che costituiva il fondamento e il coronamento dell’azione educativa. E tale superamento non fu dovuto ad un gretto spirito anticonfessionale (governi e ministri PI erano democristiani!) bensì alla necessità di adeguare le finalità dell’azione educativa di un Paese democratico, aperto quindi a tutte le opinioni e le fedi, all’etica laica – se così la si può definire – della Costituzione repubblicana. E con quei nuovi programmi non fu casuale che si parlò di una scuola orientata a formare il bambino della ragione.

E’ stato un cammino lungo e difficile, ma ci siamo adoperati tutti, laici e cattolici, credenti e non credenti, per dare al nostro sistema di istruzione un profilo culturale forte, fondato su di un asse ampio ed articolato: i principi etici e civili della Costituzione; la padronanza linguistica e comunicativa; la memoria del nostro vivere civile, oggi più che mai importante con il varo della Costituzione europea; lo sviluppo ed il consolidamento dello spirito scientifico.

Il cammino ha interessato circa mezzo secolo e, con i necessari processi di riforma dell’intero sistema di istruzione, doveva assolutamente essere consolidato, e rilanciato anche!

Invece, non è stato così! Se leggiamo le finalità che la legge 53 conferisce al nostro sistema di istruzione e formazione, ci rendiamo conto che questo patrimonio è stato volutamente spazzato via! Che cosa significa affermare che “sono promossi il conseguimento di una formazione spirituale e morale, anche (sic!!!) ispirata ai principi della Costituzione”? Non c’è ricerca educativa – e non solo nel nostro Paese – che non abbia severamente criticato i concetti di spiritualità e di moralità che, privi di contenuti e di referenti precisi, per la loro ambiguità possono significare tutto ed il contrario di tutto. Si deve anche considerare che in una società che si fa sempre più multiculturale e multireligiosa, se non si vogliono sollecitare inutili e fuorvianti campagne pro e contro questa o quella fede – e quanto tempo stiamo perdendo con il quotidiano leva e togli di crocifissi ed altri simboli! – ciò che conta è solo un forte richiamo ai principi etico-civili già chiaramente espressi nella Costituzione repubblicana ed anche, oggi, in quella europea. Per queste ragioni, la Costituzione, che deve essere un asse, non può costituire un optional, come viene sottolineato da quell’anche della legge 53!

Mi si potrà obiettare che ormai quel che è fatto è fatto! Che le finalità della legge ’53 sono ormai legge dello Stato alla quale tutti dobbiamo socraticamente chinarci! Ma i nostri anonimi non solo si sono chinati, ma addirittura prostrati! Tant’è vero che in tutte le Indicazioni vecchie e nuove, transitorie o definitive che siano, non c’è traccia di tutto quel patrimonio culturale, civile, valoriale che dal dopoguerra ad oggi abbiamo faticosamente percorso e costruito.

E quando manca un asse portante, i contenuti di un progetto si sbriciolano in un mare di parole.

Non solo sono stati cancellati con un colpo di penna concetti importanti, come quello di curricolo, di programmazione educativa e didattica, di unità didattica, di misurazione per punteggi e valutazione per giudizi, di tempo pieno, di primo ciclo quinquennale distinto da un secondo ciclo triennale, di obbligo di istruzione, di individualizzazione, di consiglio di classe anche, solo per citare quelli più importanti, concetti che hanno dato luogo ad operazioni di tutto rilievo per la crescita del nostro sistema educativo!

Sono stati anche dispersi nei calderoni degli OSA l’apprendimento linguistico , quello storico civile e quello scientifico, i nuclei forti che caratterizzavano fino a ieri la nostra scuola .

 

Concludendo…

… mi sembra che su tutte le questioni fin qui esposte non ci sia una visione ed una proposta unitaria da parte delle associazioni, dei disciplinaristi, dei sindacati et al. Non vorrei – la nostra scuola non vorrebbe – che ai tavoli di gennaio ci si perdesse nei dettagli delle discipline aggiunte o rubate, delle ore cancellate, di questo o di quell’OSA, e si accettasse quindi di fatto il terreno di confronto che l’amministrazione ci propone.

Se non voliamo alto, ponendo sul tavolo le questioni dei reali contenuti del contendere, degli standard dell’asse culturale, finiamo con l’accettare la logica minimale dei dettagli, sui quali senz’altro ci verranno fatte concessioni: qualche limatura di là, qualche altra di qua… E la nostra scuola, salva nelle minuzie, continuerà a sprofondare nelle cose che contano! Cui prodest? E’ l’interrogativo di sempre, quello delle cause perdute…

PS Non ho detto nulla sul sistema IFP regionale perché la mia linea è sempre stata questa: il problema non è chi gestisce l’IFP sotto il profilo istituzionale e amministrativo, ma come! Con quali finalità, con quali contenuti con quali risorse! Le Regioni devono ancora crescere per far fronte a tale incombenza, assolutamente strategica! Sempre che si sia convinti della necessità di un progressivo trasferimento di poteri dal centro alla periferia, dal vertice ai cittadini. E le Regioni potranno operare sul terreno dell’istruzione e formazione professionale che gli è proprio, se gli standard e i livelli essenziali delle prestazioni saranno chiaramente indicati in sede di legislazione esclusiva dello Stato. E non va dimenticato che le Regioni dovranno certamente rispondere alle istanze nazionali, ma anche e soprattutto a quelle europee, perché ormai è soprattutto lì che vengono tracciati i traguardi di domani!

 

Roma, 26 dicembre 2004