Se i genitori 2.0 sfidano la scuola ferma al palo

di Vanessa Niri, Wired.it 29.1.2015

La storia del maestro di Lessolo che, dicendo alla classe la frase: “Smettiamola di fare i cretini“, non solo è stato sospeso dal servizio ( e poi reintegrato) ma ha provocato uno sciopero della frequenza scolastica, ha avuto grande richiamo sui giornali nazionali.
A fare notizia, non è stato l’atto in sè, ma il ruolo decisivo dei genitori, che non solo hanno protestato, ma hanno deciso di tenere i figli a casa, per dare voce e risonanza al loro malcontento.

Che lo si voglia o meno ammettere, anche questa – o soprattutto questa – è la scuola 2.0

È una scuola 2.0 di fatto, perché non solo gli alunni, ma anche i genitori, sono fortemente digitalizzati.
Quasi tutte l
e mamme, e molti papà, fanno ormai parte di gruppi di genitori, condividono e chattano su Facebook, richiedono aggiornamento e feedback costanti rispetto a quello che succede in classe, si relazionano dando quasi sempre la propria opinione.

La maestra dà troppi compiti?
Pochi compiti?
I bambini sono più avanti con il programma rispetto all’altra sezione?
Sono più indietro?
La professoressa pretende troppo?
La classe va in gita in pullman? E se l’autista fa un incidente?
Si potrà mandare un sms all’insegnante alle 11 di sera per avvisare che il bambino era stanco e non ha fatto i compiti?

La scuola italiana è completamente impreparata a gestire il costante scambio di informazioni, di giudizi, di pareri e di ansie. E dire che si stava meglio quando ci si fidava ciecamente della maestra – che aveva sempre ragione – non serve assolutamente a nulla.
Se è importante, anzi fondamentale, ragionare sulla nuova didattica digitale, non si può far finta che, mentre la scuola nei suoi consueti tempi biblici si aggiorna, tutto il contesto resti immutabile.

La fiducia tra genitori e insegnanti viene sempre meno per diverse ragioni ( tra le quali lo scarsissimo investimento sulla formazione del personale scolastico). Ma assume un ruolo fondamentale anche la continua ricerca di feed back, di confronto e di rassicurazione, amplificata dalla dinamica di gruppo – o addirittura  di branco – che allarga le ansie dei singoli facendole esplodere nelle chat.

Davanti a questo confronto mancato, la scuola è rapidamente passata da luogo di delega a luogo di sfiducia. Anche per questo i genitori – mi sia consentita una generalizzazione – ascoltano sempre meno e parlano sempre di più, perché spesso semplicemente non si fidano.

È un male? È un bene?
Ognuno può avere le sue opinioni. Quello che è certo è che la scuola non può continuare a far finta che tutto continui come prima. Davanti ad un panorama così ribaltato nelle sue fondamenta, la famosa digitalizzazione non può più avere a che fare soltanto con l’aumento delle ore di informatica.

La formazione dei più piccoli si basa infatti sui patti educativi: se genitori e insegnanti sono in perenne guerra fredda, sono gli studenti a vivere quotidianamente una situazione simile a quella di una famiglia sull’orlo del divorzio.
E come avviene per le coppie, se si vuole ricostruire un rapporto anche tra gli agenti educativi, non basta dirsi: “Stiamo insieme per il bene dei bambini“.

Io non credo che né i genitori né gli insegnanti possano frenare questa deriva, che porta con sé una sofferenza continua degli studenti.
Ma, del resto, non si può continuare ad ignorare questo baratro in continua crescita.

Per non subire una simile trasformazione sociale, ma incanalarla in un sistema aggiornato, forse potrebbe essere utile una figura esterna: un insegnante distaccato, o addirittura una sorta di mediatore sociale, presente all’interno dell’organico scolastico, che possa bilanciare le richieste dei genitori con le possibilità della scuola; raccogliere le domande, i suggerimenti e anche le ansie spesso ingiustificate, facendosene portavoce con gli insegnanti di classe, ma ricostruire parallelamente un contesto di fiducia e di delega da parte dei genitori.

L’istituzionalizzazione di una figura come questa in ogni plesso costa molto di più delle lavagne multimediali, e luccica di meno.
Ma persino la politica si è accorta che per digitalizzazione non si intende soltanto saper utilizzare il pacchetto office, ma anche il cambiamento strutturale nel rapporto con i rappresentanti e le istituzioni. E per questo – nel bene e nel male – sta cambiando modalità di relazione, di rappresentanza e soprattutto di comunicazione.

Se vogliamo togliere gli studenti dal tritacarne della schizofrenia scolastica – un lungo periodo di almeno dodici anni in cui gli viene chiesto di essere sempre più bravi all’interno di un’istituzione in cui i genitori ripongo sempre meno fiducia – bisogna riorganizzare il sistema.

Se i genitori chiedono ascolto e confronto, bisogna saper raccogliere questa esigenza.
Se gli insegnanti non riescono più a lavorare e si chiudono a riccio di fronte alle richieste ingestibili e a volte diseducative dei genitori, bisogna aiutarli.
E questo non perché gli uni o gli altri abbiano sempre ragione, ma perché la ricostruzione di un clima di fiducia è sempre l’unica strada per evitare i divorzi dolorosi.