Siamo arrivati alla scuola del "Signorsì, signore"?

di Lucio Ficara, La Tecnica della Scuola 20.3.2014

Il modello gerarchico sta diffondendosi sempre più nel nostro sistema scolastico. Ed è anche per questo che i docenti perdono prestigio e rispetto sociale.


Signorsì Signore! È il modo di dire usato un tempo in ambito militare, da una recluta, come forma di riverenza rispondendo affermativamente alla domanda imperativa di un superiore.

In ambito militare le reclute rappresentano l’anello debole di una catena gerarchica fondata sul rispetto assoluto verso i gradi più alti.

La scuola di oggi, secondo il parere di tanti insegnanti, è come una caserma dove le gerarchie sono forti, marcate e del tutto evidenti. Mentre nelle caserme l’anello debole della catena gerarchica su citata sono le reclute, nella scuola l’anello debole è diventato l’insegnante. Una figura quella del docente che dovrebbe essere preminente e centrale, e che invece è scarsamente considerata da studenti e famiglie e fortemente sottomessa alle gerarchie interne. La maggior parte dei docenti, fatta eccezione per qualche animo libero, indipendente e forte, è totalmente genuflessa al dirigente scolastico e alle sue decisioni.

La percezione diffusa, che indebolisce profondamente la categoria degli insegnanti, è quella che il docente sia sottoposto al dirigente scolastico, che lo domina, lo governa e se vuole lo sanziona. Questo schema si ripete con le stesse modalità, forse anche più striscianti e preoccupanti, da parte dei dirigenti scolastici quando sono a rapporto di fronte al loro direttore generale dell’ufficio scolastico regionale. La scuola soffre pesantemente della sindrome del potere gerarchico dei superiori, che influisce sulla vita professionale dei suoi dipendenti, attraverso decisioni unilaterali.

L’indebolimento degli insegnanti corrisponde anche ad una conclamata destrutturazione contrattuale, che ha concesso poteri forti e decisionali ai dirigenti scolastici sottraendoli alla capacità di mediazione contrattuale. Inoltre quasi non bastasse è stato introdotto, attraverso il decreto legge Brunetta, l’istituto della sanzione disciplinare che il Ds può comminare all’insegnante. Questo decreto legge ha contribuito ad indebolire l’immagine sociale del docente, rafforzando in modo concreto i poteri del dirigente scolastico. Studenti e genitori hanno capito che all’interno delle scuole è il dirigente scolastico che comanda e decide tutto, hanno anche compreso che alcuni insegnanti temono molto le decisioni del Ds, tanto che a volte minacciano l’insegnante, nei confronti del quale c’è divergenza di vedute, di fare intervenire proprio il dirigente scolastico.

In buona sostanza gli insegnanti sono deboli socialmente e costretti in alcuni casi al “Signorsì Signore”.

In una situazione di questo tipo, dove il ruolo docente è per legge sottoposto a quello del dirigente scolastico, come si può pretendere di fare recuperare dignità sociale e professionale agli insegnanti? Eppure un modo c’è e sarebbe un bene anche per tutto il nostro sistema scolastico. Bisognerebbe creare un’autonomia scolastica funzionale capace di funzionare attraverso una sana e fattiva collegialità. Non serve la cultura di un solo uomo al comando che amministra e governa la scuola, in modo gerarchico e con poteri tali da arrivare a punire gli insegnanti con sanzioni disciplinari. Bisogna rivedere gli equilibri dei poteri, che oggi sono eccessivamente assegnati al dirigente scolastico che per altro ha sulle sue spalle anche tutte le responsabilità. Bisognerebbe restituire al contratto d’Istituto i criteri per decidere sull’organizzazione del lavoro, bisognerebbe anche restituire agli organismi collegiali i poteri persi in questi ultimi 15 anni.

Per riscattare il ruolo degli insegnanti, si sente il bisogno di passare alla scuola del “noi”, archiviando la fallimentare scuola dell’ ”Io”, del “Ghe pensi mi” e del tristissimo e malinconico “Signorsì signore” da caserma.