LAVORO

JOBS ACT/ "L'esame" di Renzi passa dai laureati

 di Giancamillo Palmerini, il Sussidiario 12.3.2014

«Ma s'io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni; va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il "crucifige" e così sia, chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato». Cantava così Francesco Guccini nel 1976 in uno dei suoi capolavori, "L'avvelenata". Nella canzone il Guccio faceva poi dire alla madre che un laureato conta più d'un cantante. Tale affermazione, tuttavia, sembra, a distanza di quasi quarant'anni, non così scontata e i recenti dati di Almalaurea fanno seriamente dubitare sul valore e l'utilità , oggi, di possedere una laurea, almeno nel nostro Paese.

Si pensi, infatti, che, come emerge dal rapporto, nel 2012 ben il 27,7% degli italiani classificati come manager aveva completato tutt'al più la scuola dell'obbligo, contro il 13,3% della media europea a 15, il 19,3% della Spagna e il 5,2% della Germania. Sempre secondo i dati, sebbene aggiornati al 2012, la quota di manager italiani laureati è meno della metà  della media europea. Se i manager laureati in Europa (Ue a 27) sono il 53% (nel 2010 erano il 44%), in Italia la percentuale si ferma a un più misero 24% (era il 14,7%). Tutto ciò accade in un Paese, è utile sottolinearlo, in cui le aspettative di raggiungere l'obbiettivo fissato dalla Commissione europea per il 2020, 40% di laureati nella popolazione di età  30-34 anni, sono ormai vanificate per ammissione dello stesso Governo italiano che lo ha rivisto, più realisticamente, ponendolo al massimo al 26-27%.

Il rapporto sottolinea, inoltre, sebbene il dato sia ormai consolidato, come la struttura imprenditoriale italiana, in particolare per la piccola dimensione delle imprese, sia tipicamente associata a una minore capacità  di valorizzare il capitale umano, minori performance innovative e un inferiore grado di internazionalizzazione. In questo quadro i giovani laureati non sono, ovviamente, agevolati nel loro percorso di crescita professionale, e la crisi degli ultimi anni non ha, certamente, migliorato la situazione. A questo si aggiunge il perdurare nei nostri atenei, come nelle scuole superiori, di un'offerta formativa inadeguata e disallineata rispetto ai fabbisogni del mercato e delle imprese.

La sfida, quindi, che la politica, e più in generale la classe dirigente del nostro Paese, ha di fronte sembra essere sistemica e non risolvibile per decreto. L’Italia deve tornare a credere in se stessa accettando con coraggio le sfide del presente, dotandosi di un progetto di sviluppo del Paese e di un sogno condiviso. Le università, come tutte le altre istituzioni educative, sono chiamate a partecipare a questo processo da protagoniste impegnandosi a superare vecchi dogmi e i limiti del presente; solo così, forse, un laureato potrà tornare a contare più di un cantante.

In questo quadro il Governo Renzi è chiamato a supportare questo percorso traducendo gli slogan presenti nella prima bozza di Jobs Act in concrete politiche e scelte di governo a partire dal cuneo fiscale. La scelta in materia rappresenta, infatti, per il giovane Matteo, apprendista uomo di governo, un primo difficile esame. L’auspicio è che, alla fine, sia scelta l’opzione migliore per aiutare il rilancio del Paese e che la matricola Renzi possa registrare un bel voto sul proprio libretto.

 

In collaborazione con www.amicimarcobiagi.com