Per una buona scuola della Repubblica

di Marina Boscaino, MicroMega 16.6.2016

Per cominciare un grazie ai senatori Maria Mussini (indipendente), Michela Montevecchi (M5S), Alessia Petraglia (Sel) e ai deputati Silvia Chimienti (M5S) e Giovanni Paglia (Sel). Siamo stati – finalmente – ascoltati. Senza parole cui non sono corrisposti fatti; senza proclami mediatici altisonanti; senza retorica inconsistente.

Il 12 giugno, 8 anni dopo un’analoga conferenza stampa in cui i comitati proponenti annunciavano le 70mila firme a sostegno della legge di iniziativa popolare “Per Una buona scuola della Repubblica”, i rappresentanti degli stessi comitati che elaborarono la legge e che raccolsero, alla fine, 100mila firme tra docenti, studenti e genitori, hanno ripresentato il testo.

La legge di iniziativa popolare per una buona scuola della Repubblica fu depositata presso la Camera dei deputati il 4 agosto 2006, sostenuta da 100.000 firme e da 120 comitati di base locali. Fu incardinata con il n. 1600 nella XV legislatura. La VII commissione iniziò la discussione ad aprile 2007. La crisi di governo del gennaio 2008 ne interruppe l’iter. Nella XVI legislatura non fu mai discussa né considerata ai fini dell’emanazione della Legge Gelmini. E dopo due legislature le leggi popolari decadono.

Ecco perché, ritenendo il progetto di scuola pubblica configurato da quel testo ancora perfettamente adeguata alle esigenze di un grande Paese come il nostro, abbiamo deciso di chiedere la disponibilità a parlamentari (a partire da quelli delle Commissioni VII di Camera e Senato) affinché la ripropongano a loro nome compiendo un gesto di rispetto e riconoscimento nei confronti di un percorso che ha coinvolto in modo democratico migliaia di genitori, docenti e studenti, gesto che va al di là della condivisione puntuale dei contenuti di questa proposta di legge. Ed ecco il motivo del ringraziamento a chi ha saputo/voluto ascoltare e farsi carico.

Il grazie più vigoroso va comunque a tutti coloro che allora (eravamo al tempo della Moratti) come ora (siamo ai tempi della Giannini e tante cose – molte più di quelle che avremmo pensato allora – sono cambiate; e in negativo), hanno avuto l’energia di portare avanti prima e di non abbandonare ora un progetto ambizioso e straordinariamente complesso e articolato; vissuto e condiviso; discusso, ridiscusso, negoziato, mediato. Il progetto di donne e uomini di buona volontà, di spessore culturale, civile e politico, che hanno fornito la risposta più eloquente a quanti tacciano la scuola di non fornire soluzioni alle criticità che denuncia. Le soluzioni ci sono; sono scritte nella Costituzione; e la Costituzione è la stella polare degli articoli della Legge. Il testo evidenzia un altro dato di fatto, piuttosto inedito: una precisa proposta di stanziamento di fondi (il 6% del Pil, come nella media europea); per ciascuno di quegli euro – è questa la novità – c’è una precisa previsione di spesa, che declina un progetto di scuola democratica, inclusiva, laica, in cui la cultura e gli apprendimenti come elementi emancipanti abbiano un ruolo centrale.

Si tratta di una proposta: non può e non vuole avere nessuna presunzione se non quella di essere una traccia concreta e strutturata sulla quale avviare oggi un confronto vero (e non annunciato, fittizio, virtuale, formale) sulle sorti della scuola italiana che sappia partire dall’ascolto di coloro che la vivono ogni giorno, che giorno dopo giorno ne conoscono e ne rappresentano il respiro, sempre più in affanno. Tra i tanti punti qualificanti della proposta si sottolineano: l’obbligatorietà dell’ultimo anno di scuola dell’infanzia e l’estensione dell’obbligo a 18 anni. Dotazioni organiche aggiuntive stabili e adeguate per il sostegno, l’alfabetizzazione, l’integrazione, la lotta alla dispersione e al disagio. Classi di 22 alunni, il ripristino e l’estensione del modulo e del tempo pieno nella scuola elementare e prolungato nella media. Perché per fare una buona scuola, per avere attenzione vera per tutti, per applicare una didattica improntata sul lavoro di gruppo e sulla sperimentazione, è necessario tempo ed un numero gestibile di allievi.

Una scuola superiore che rimanda la scelta delle proprie attitudini a 16 anni con un biennio unitario e un triennio di specializzazione. E ancora, tra l’altro: obbligo per gli insegnanti alla formazione e all’aggiornamento, rafforzamento ed estensione degli organi collegiali, apertura pomeridiana delle scuole, un piano straordinario di edilizia scolastica.

È stato significativo accorgerci come, a distanza di soli 8 anni, quel testo sia stato superato, in alcuni suoi aspetti, dallo zelo meritocratico e punitivo dei governi che si sono susseguiti da allora. In breve tempo un tema allora sconosciuto, quello dell’autovalutazione (inserito nella legge di iniziativa popolare quale inedita assunzione di etica responsabilità da parte degli istituti scolastici, in un’ottica di rendicontazione sociale per il miglioramento dell’offerta, in un Paese che aveva da poco, con la legge 52/03, istituito l’Invalsi) sia stato nel corso degli anni violentemente trasfigurato. Oggi l’autovalutazione non assume più quel significato, ma è uno dei tanti passaggi che si vorrebbe imporre per configurare – attraverso la centralità di modelli di valutazione di matrice neoliberista – strumenti di controllo della libertà di insegnamento, legati a tendenze quali aziendalizzazione e privatizzazione degli istituti, alla carriera dei docenti, all’appiattimento dei saperi critici degli studenti in quizmania che semplifica, parcellizza e stravolge la tradizione pedagogica italiana, impoverisce la scuola, riduce gli studenti a risolutori di test e consumatori acritici. La cui soluzione positiva o negativa prefigura scenari punitivi e non interventi migliorativi.

Al netto del corso dell’impegno distruttivo di ministri e governi che hanno determinato uno scenario inimmaginabile 8 anni fa persino nelle più fosche previsioni, riteniamo che il metodo, i contenuti, la convinzione che la legge di iniziativa popolare (Lip) sarebbe addirittura più necessaria ora di allora. Per questi motivi abbiamo lanciato la campagna “Adotta la LIP” che accompagni la ripresentazione della Legge e ne segua il percorso. All’indirizzo http://adotta.lipscuola.it/ la legge può essere conosciuta e, se condivisa, adottata, scegliendone e colorandone una parola. Ad oggi oltre 300 persone ne hanno evidenziato una, spiegando il motivo della scelta e dell’affetto. Chi crede in una scuola pubblica, laica, democratica, inclusiva, emancipante è pregato di cliccare il link. Non costa nulla, solo qualche minuto.

Silvia Chimienti, Maria Mussini, Alessia Petraglia Michela Montevecchi e Giovanni Paglia ci hanno creduto e proporranno la legge, sostenendo la nostra battaglia dalle aule del Parlamento.