Quale futuro per il sistema di valutazione

Intervista a Giancarlo Cerini a cura di Reginaldo Palermo, Pavone Risorse 26.1.2014

In queste ultime settimane si è parlato molto della questione “presidenza Invalsi”
Forse adesso bisognerebbe iniziare ad entrare nel merito e discutere di cosa dovrà davvero fare l’Invalsi. O no?

La scelta del presidente Invalsi è sottoposta ad una procedura pubblica assai particolare, in cui un gruppo di “saggi” di chiara fama accademica è chiamato a definire una “rosa” di possibili candidati, sulla base di autocandidature degli interessati. Su questa base, si eserciterà poi la scelta di carattere politico, rimessa al Consiglio dei Ministri, con un evidente input del Ministro dell’Istruzione. Già avviene così per molti enti pubblici. E’ un segnale di trasparenza; sta di fatto che manca un dibattito pubblico sul ruolo dell’Invalsi, sulle linee di sviluppo, sui suoi rapporti con le scuole. Anche in questo caso, è evidente che la responsabilità di indirizzo spetta al Ministro competente (è lui che detta le priorità all’Invalsi in una apposita Direttiva), ma è di tutta utilità per il potere politico costruire le politiche nella massima condivisione con la società civile e con il mondo della scuola. Soprattutto in una situazione di evoluzione dell’intero sistema di valutazione, alla luce del recente Regolamento (Dpr 80/2013), è necessaria una vera e propria fase “costituente”, perché non è tutto “pacifico” nel rapporto tra scuole e Invalsi.


Ma quali sono i punti “caldi” di questo rapporto tra scuole e Invalsi?

E’ necessario decidere se le prove Invalsi sono di carattere censuario (cioè rivolte obbligatoriamente a tutte le scuole) oppure solo a campione (coma ad esempio, le prove OCSE-Pisa). Alcune prove )si pensa a italiano e matematica, perché rappresentative di competenze assai trasversali) dovrebbero essere censuarie, per fornire informazioni utili a tutte le scuole (magari si potrebbe deciderne la periodicità), altre potrebbero sondare in via campionaria taluni aspetti (es.: lo stato si salute degli apprendimento delle lingue, le competenze civiche, ecc.). C’è anche un problema di costo, perché ogni tornata censuaria (es. lingua in seconda classe) costa circa mezzo milione di euro…

Anche la collocazione delle prove, in determinati step (classi) del percorso scolastico, oggi previsto per legge, dovrebbe essere oggetto di confronto. A noi piacerebbe una prova a scavalco tra quinta elementare e prima media, per rendere più coeso il curricolo verticale. Così pure la collocazione temporale: sarebbe buona norma anticipare le prove all’inizio dell’anno: si capirebbe che hanno un valore diagnostico, conoscitivo, predittivo e non sono un giudizio su scuole, allievi, insegnanti. Per lo stesso motivo va ri-discussa la presenza della prova Invalsi all’interno dell’esame di terza media. Assumendo valore legale per i singoli, sembra contraddire l’intento “olimpicamente” conoscitivo delle rilevazioni. Certo che resta aperto l’ancoraggio degli esami a qualche forma di standard nazionale, pena la sua progressiva perdita di valore.

Poi si dovrebbero chiarire questioni importanti: come l’Invalsi interviene nelle scuole, la partecipazione alle indagini internazionali, la formazione e scelta dei valutatori, la valutazione dei dirigenti… mancano sedi pubbliche di confronto sulle decisioni.

 

Decollerà il cosiddetto “sistema a tre gambe”  (Invalsi, Indire, ispettori) o dobbiamo mettere nel conto che  si incomincerà a parlarne nel 2014/2015?

 Il Regolamento (DPR 80/2013) sul sistema di valutazione (SNV) è già operativo. Servono però risorse, strutture, persone. L’Invalsi sta sperimentando un sistema di “visita alle scuole”, nell’ambito del progetto VALES (promosso due anni fa dal MIUR, sulle ceneri di precedenti esperienze), e altri approcci come VM (Valutazione e miglioramento) che prevede anche analisi dei processi didattici. E’ una strategia da potenziare, anche perché allarga il focus della valutazione esterna dalle prove Invalsi al funzionamento didattico, organizzativo e professionale della scuola. E’ un grosso passo un avanti, perché è coerente con la scansione autovalutazione, valutazione esterna, miglioramento, rendicontazione che sta alla base del SNV. I guai cominciano quando si pensa alle altre due gambe del sistema: l’INDIRE dovrebbe aiutare le scuole nei processi di miglioramento, ma è una struttura fortemente centralizzata (sono stati soppressi gli IRRE) e con mezzi e know-how non ancora adeguati; gli Ispettori sono poche unità (29 in tutta Italia), arriveranno a breve i 57 vincitori del concorso, ma restano notevoli incertezze sul loro ruolo e peso scientifico. Ad esempio, dovrebbero essere gli ispettori a coordinare le equipe che visitano le scuole, ma al momento questo non sta avvenendo.

Dunque, si procederà in piccole aree sperimentali. E’ prevedibile che tutte le scuole siano chiamate, nell’a.s. 2014-15 a sviluppare un percorso di autovalutazione (molte lo stanno già facendo in modo autonomo) e questa procedura è obbligatoria per i dirigenti scolastici neo-assunti. Ma il vero nodo saranno le visite esterne: quante scuole saranno visitate ogni anno? Scelte con quali criteri? Da quali equipe? Non sarà comunque un audit generalizzato: si potrebbe pensare al 20 % delle scuole ogni anno.

 

Perché tutta questa lentezza? E’ solo una questione legata alle “resistenze” del mondo della scuola e di quello sindacale ?

I tempi lunghi sono richiesti dalla messa a punto di protocolli, formazione degli addetti, risorse disponibili. L’INVALSI  resta una piccola struttura se paragonata a quanto avviene in altri paesi. Non parliamo poi dell’INDIRE (con mission incerta) e degli Ispettori (forse un ruolo in via di rilancio dopo anni di dimenticanze). Resta poi il senso culturale dell’operazione SNV. Non tutti condividono l’enfasi che  si è data alla valutazione negli ultimi anni (e i curricoli? E la formazione dei docenti? E le tecnologie?), anche se c’era un evidente ritardo da colmare. Il quadro d’insieme della scuola non è dei migliori e non è facile collocare la valutazione al posto giusto, che non è quello di rafforzare i sistemi di controllo (accountability), ma di avere informazioni migliori sul funzionamento della scuola (processi organizzativi e didattici) e sui risultati degli allievi, per consentire a tutti di intraprendere percorsi di miglioramento e sviluppo qualitativo. In questo senso la valutazione dovrebbe essere percepita come una strategia di innovazione e rilancio del ruolo della scuola pubblica. 

 

Le prove Invalsi hanno un senso se le scuole vengono messe in grado di valutarne gli esiti.
Ma secondo lei nelle scuole esistono tempi, modalità organizzative e competenze  per condurre un lavoro del genere?

Fino a poco tempo fa solo il 20% delle scuole scaricava gli esiti delle prove INVALSI , oggi questa percentuale supera abbondantemente il 50%. Si stanno diffondendo pratiche di autovalutazione che partono dall’analisi dei risultati delle prove INVALSI e dai loro effetti sulle pratiche didattiche. In molti casi si attivano gruppi di ricerca per un’analisi più raffinata degli apprendimenti. Si è consapevoli che le prove offrono informazioni preziose, che però devono essere oggetto di studio. Ad esempio, intorno al “valore aggiunto”, cioè all’influenza dei contesti. Inoltre, l’uso pubblico dei dati dovrebbe essere ragionevole. Anzi in molti paesi ne è sconsigliata la pubblicità. La rendicontazione di una scuola dovrebbe tener conto di molti altri elementi e valori, far parte di un dialogo sociale con la comunità, che non si base solo sulla pubblicazione competitiva di graduatorie. Se maturerà questa cultura della valutazione, senz’altro il futuro del sistema di valutazione sarà più sereno ed anche il nuovo Presidente (chiunque esso sia) ne trarrà vantaggio.