La Buona scuola è quella che chiediamo da anni

di Simone Cosimi, Wired.it 16.12.2014

Non so se la consultazione pubblica sulla Buona scuola sia la più imponente mai realizzata in Europa. Certo essere riusciti a toccare quasi due milioni di persone fra studenti, genitori, insegnanti e dirigenti scolastici per capire come vedano l’istituzione del futuro è senza dubbio un buon risultato.

Anche se non si riesce bene a chiarire, stanti i 130mila che avrebbero risposto al questionario sul sito dedicato (labuonascuola.gov.it), da dove spunti l’altro milione e 670mila. Dai 2.040 dibattiti organizzati fra ministero e cittadini? Un po’ difficile.

Comunque non è questo il punto. Semmai è aver perso (speso? Va bene, speso) tre mesi, rinviando di fatto ogni decisione al prossimo anno. A settembre, quando Matteo Renzi e Stefania Giannini hanno messo in moto il carrozzone della riforma scolastica, si parlò di un decreto-legge da approvare all’inizio di gennaio. Vedremo se l’ingorgo parlamentare delle prossime settimane consentirà di mettere sul fuoco anche questo tema delicatissimo.

Anzi, lo vedremo fin dai prossimi giorni: se troveremo nella legge di Stabilità – ora al Senato, entro una settimana per forza di cose in terza lettura blindata alla Camera – le risorse per l’assunzione dei 150mila insegnanti precari. Fra l’altro la tabella di marcia prevedeva proprio per ieri (15 dicembre) la messa a punto della bozza del decreto-legge e di un disegno di legge delega. E invece sono stati presentati in pompa magna solo i risultati della consultazione.

I risultati, quelli sì che (non) sono interessanti. Non perché chi lavora nel mondo della scuola non abbia ben chiare le priorità. Al contrario. Su Wired l’avevamo già visto tre mesi fa, ancora in estate, quando avevamo fatto il punto, anzi i 10 punti, poi diventati 12, sui bisogni del sistema d’istruzione. Piuttosto, perché sono anni che si susseguono studi, indagini, rapporti, ricerche. Sono anni che da fonti di ogni genere – dall’Ocse al nostro Istat – ci vengono sottolineati con forza i limiti della scuola nostrana persa fra infrastrutture fatiscenti, generalizzato analfabetismo digitale e una serie di altre carenze e storture didattiche per individuare le quali basta chiacchierare con un sedicenne medio.

Insomma, non che la consultazione non andasse fatta. Figuriamoci. Però lasciatemi dire che sono curiosi, i politici. Davvero parecchio curiosi soprattutto quando si riempiono la bocca della spassosa formula “esercizio di democrazia”: disponibili a concederlo solo quando in fondo sarebbe già tutto chiaro, meno propensi (vedi Jobs Act) quando invece qualche cosa di più complesso potrebbe saltar fuori.

Non è dunque un caso che dai risultati annunciati ieri con sommo gaudio dal ministro Giannini, che ha parlato di “giorno di festa per la scuola italiana”, non emerga alcun elemento di novità. Per esempio, sul fronte didattico chi ha partecipato alla consultazione chiede infatti di potenziare inglese (92%), “computer” (78%) edeconomia (82%) e pure, con sorpresa dello stesso ministro, l’educazione civica intesa come cittadinanza attiva, educazione ambientale e all’affettività. Seguono, con percentuali di poco inferiori, educazione fisica nel Paese delle palestre-scantinato e dei ragazzini obesi, storia dell’arte e musica. Sì, esatto: la tiritera che ci raccontiamo da anni ma che il meccanismo non riesce a implementare organicamente affidandosi alla buona volontà dei singoli docenti.

Quanto al metodo, cioè alla gestione delle carriere e dei percorsi dei docenti, ne esce una soluzione di buon senso: l’organico funzionale che dovrà essere assunto dovrà essere utilizzato per iltempo pieno e le compresenze, oltre che per il recupero dei debiti formativi alle superiori.

Il 70% dei genitori e l’87% dei dirigenti scolastici hanno inoltre detto che la valutazione dell’insegnante dovrebbe in qualche modo incidere sulla retribuzione. Dello stesso avviso il 64% dei docenti e il 56% degli studenti. Mentre il 46% ha dichiarato che gli scatti di stipendio dovrebbero essere concessi con un mix che tenga in considerazione anzianità e merito. Solo il 35% punterebbe esclusivamente sul merito. Anche in questo caso, nulla di nuovo sotto le tettoie di eternit degli istituti italiani: forte attenzione al merito ma anche a non trascurare l’esperienza.

Quanto all’abilitazione degli insegnanti, il 72% ha detto di preferire un percorso diverso, che punti di più su lingua italiana,matematica (85%), lingue straniere e digitale (89%).

Insomma, è chiaro a tutti: è finito il tempo delle percentuali. È maturo – ma lo era da anni – quello per i provvedimenti seri che aiutino le generazioni future a non essere penalizzate prima ancora di iniziare il proprio iter formativo, soprattutto rispetto a quelle nordeuropee su formazione scientifica e digitale. Ma che non perdano per strada, più di quanto già non si faccia, i fiori all’occhiello di un Paese senza eguali al mondo. Basta consultazioni pubbliche su temi scontati: iniziano davvero a diventare non notizie.