Precariato, la nuova schiavitù

Un interessante studio mette in evidenza i numeri e le anomalie
del sistema di reclutamento del personale precario della scuola

   il mediano.it, 2.10.2013

Da queste colonne abbiamo, purtroppo, più volte accennato all’annoso problema del precariato scolastico. un problema che investe tutte le componenti operanti all’interno della scuola, dai docenti, al personale si segreteria sino ai collaboratori scolastici.

Abbiamo anche parlato del decreto legislativo 104/2013, l’istruzione riparte, col quale l’attuale governo ha tentato di rimettere sui binari giusti il modo dell’istruzione nel nostro Paese. Nonostante il balletto dei numeri e le promesse che esso contiene, ad una più attenta lettura il DL non mette fine al drammatico problema del personale precario. La scuola è ripartita da poco più di un mese e, concluso il lavoro di tutti i Provveditorati, le assunzioni in ruolo dei docenti sono state circa undicimila. Una vera e propria miseria che ha solo minimamente scalfito il numero abnorme di personale iscritto nelle varie graduatorie. Solo in quelle ad esaurimento ci sono ancora duecentomila precari.

Ad essi bisogna aggiungere i ventimila abilitati del primo ciclo del Tirocinio Formativo Attivo, il TFA, e gli oltre sessantaseimila iscritti ai Percorsi Abilitanti Speciali, PAS. Ricordiamo che gli abilitati con il Tfa e con il Pas non possono attualmente inserirsi nel sistema di reclutamento che conferisce le nomine annuali, in quanto non hanno diritto di accesso alle Graduatorie ad Esaurimento. A questa imbarazzante situazione, il ministro Carrozza ha risposto con i suoi numeri: quasi settantamila docenti in tre anni e circa sedicimila unità del personale Ata. Fatti i dovuti conti, e nella speranza che il Mef autorizzi l’assunzione di personale trovando le dovute coperture, le graduatorie alla fine di questo “triennio d’oro” di assunzioni pulluleranno ancora di docenti in attesa di chiamata.

Eppure, dagli ultimi dati del sito Miur, sono state sottoscritte oltre centomila proposte di assunzione a tempo determinato per l’anno scolastico in corso. Ad esse si devono, poi, aggiungere, le assunzioni temporanee ottenute dalle graduatorie d’istituto con contratti firmati dal dirigente Scolastico. L’arzigogolo si infittisce ancora di più allorquando ci addentriamo nel cui prodest che alla base di tale comportamento. Non ci convince l’idea che non assumere in pianta stabile garantisca allo Stato un risparmio consistente nell’immediato e una sorta di paracadute per il lungo termine. L’analisi del precariato scolastico è più una questione sociologica e culturale, intimamente legata alla storia del nostro Paese. Ma è anche una infinita questione nella quale il più becero burocratese dello Stato si mescola con un atavico disinteresse per le sorti della Scuola, da quella dell’infanzia sino all’Università.

E in questo campo incolto, nei decenni, sono cresciute le erbacce gramignose di un sistema di precarietà che sembra ormai impossibile da sconfiggere. Zizzania alimentata da decenni di politiche di austerity che, guarda caso, hanno sempre colpito la Scuola, deprimendola e depauperandola sin nel midollo. All’alba del terzo millennio, nel pieno di una crisi globale che il capitalismo stesso ha prodotto gonfiando a dismisura una virtual-economy che non esisteva, ti accorgi che i nuovi schiavi li trovi proprio nel posto meno indicato, la scuola italiana. Postcapitalismo e globalizzazione hanno creato non solo i lavoratori stagionali extracomunitari dell’agricoltura o le ragazze dei call center, ma soprattutto una dimensione precaria del lavoro tra laureati professionisti che hanno provato a mettersi in gioco nel mondo della scuola.

Ogni giugno, nel silenzio totale, la maggior parte di quei centomila assunti a tempo determinato viene licenziata e mestamente se ne torna a casa. Numeri da esodo biblico che non andranno mai tra le news del telegiornale di prima serata o sui titoli dei quotidiani nazionali. Un esercito muto vittima di un sistema che volutamente li tiene fuori dal mondo lavorativo stabile. Con tristezza, te li ritrovi attempati e ormai sfibrati dalla lunga attesa alle convocazione per le nomine a tempo indeterminato. Sembrano quasi timidi e sfuggenti. Forse sono solo increduli e profondamente delusi. Al di là di qualsiasi proclami o di insulsi pistolotti, l’unico modo di far crescere la scuola, tirandola fuori dalle enormi difficoltà nelle quali versa, è investire seriamente su di essa.

Investire nella scuola pubblica rendendo stabili i precari e rilanciando verso un futuro di qualità e certezze il sistema istruzione del nostro Paese. Le nuvole nere della crisi si addensano su questo governo, rischiando di far annegare nella notte da tregenda anche le poche cose buone contenute nel dl 104/2013. Forse dovremo ancora aspettare molto per vedere il sole di un governo nuovo che metta al centro, seriamente e durevolmente, la Scuola e la Cultura.