La scuola Oggi

inviato dal gruppo FB “Difendiamo il Piano Triennale di Immissioni in Ruolo”, 2.8.2013

Noi docenti precari della scuola pubblica da anni subiamo le mancanze e le continue vessazioni del sistema, ma nonostante le difficoltà, gli ostacoli e la condizione precaria sacrifichiamo quotidianamente tempo, professionalità e soldi per essere all’altezza di un compito sempre più arduo, portando avanti con sacrificio e dedizione i nostri incarichi temporanei per il bene degli alunni e sostituendoci spesso a tutti quei genitori che delegano al sistema scolastico la formazione e il futuro dei propri figli. Per questo noi docenti precari crediamo che sia arrivato il momento di alzare la testa e di avere il diritto di “urlare a gran voce” che si rispetti il Piano Triennale di Immissioni in Ruolo, che vengano cioè conferite, per il personale docente, le 22.000 immissioni in ruolo previste per l’a.s. 2013/14 e non le 12000 richieste dal Ministro Carrozza. Tale richiesta viene anche supportata dall’intervento della Senatrice Alessia Petraglia (capogruppo dei senatori di Sinistra, Ecologia e Libertà) in Commissione Istruzione che ha dichiarato: “Si tratta di numeri limitatissimi al confronto degli oltre 130.000 supplenti attualmente in servizio e dei posti messi a concorso. Stabilizzare i posti di lavoro per dare serenità non solo ai docenti precari, ma anche alle scuole e alle famiglie. Al primo settembre 2013 i posti liberi in organico di diritto saranno 29.523. Se si procedesse a stabilizzare tutti i posti oggi conferiti fino al 30 giugno sia per il personale docente che ATA, ci sarebbero subito le condizioni per stabilizzare 105.930 lavoratori della scuola. Ci sono già le condizioni perché la scuola non sia più un’enclave di precariato”. Basterebbe pertanto applicare per l’anno scolastico 2013/2014 e per le immissioni successive l’aliquota del 100%, evitando “un sacrificio inutile assumendo su aliquote dal 62% al 65 % dei posti vacanti dopo la mobilità 2013, mentre per le prossime immissioni le aliquote dovrebbero scendere dal 52%- al 55%” come giustamente sostiene il Prof. Libero Tassella della rivista Professione Insegnante. Queste percentuali così esigue autorizzate dal MEF hanno penalizzato principalmente alcune classi di concorso che hanno visto ridotto il proprio monte ore nel piano orario dal D.L. 133/2008.

Confidiamo quindi che venga rispettato il piano di immissioni in ruolo, ma soprattutto che ci sia finalmente una presa di coscienza da parte di tutti, al fine di adempiere ad un obbligo morale nei confronti dei 150.000 lavoratori precari della scuola: questi non sono numeri, ma persone, che da anni soffrono per la loro condizione e per le continue strumentalizzazioni politiche subite.  

Oggi si parla spesso della scuola e dei suoi problemi che interessano alunni, genitori e insegnanti e che si ripercuotono su tutta la società. Ma quali sono questi problemi? Ne riportiamo alcuni che, secondo noi, sono di fondamentale importanza:

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Il precariato e tagli alle risorse per gli alunni diversamente abili;

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la dispersione scolastica;

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le classi pollaio;

punto elenco

la rimodulazione del tempo prolungato;

 

Oltre a questi problemi, ritardi, incertezze, insufficienza delle risorse e svalutazione del ruolo dell’insegnante compromettono il servizio d’istruzione. Citiamo alcuni esempi:

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i tagli, immissioni in ruolo e concorso;

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il paradosso della “Quota 96” e dei “Precari”

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il mistero dei posti scomparsi;

punto elenco

le ferie del personale a tempo determinato.

 

Gli alunni diversamente abili

I primi a subire maggior disagio a causa del precariato sono gli studenti disabili per i quali la continuità didattica è requisito fondamentale per lo sviluppo completo delle proprie potenzialità. L’assenza di un minimo criterio di continuità con la figura del docente di riferimento rende faticosa la costruzione di uno scambio didattico veramente proficuo. La politica dei tagli che ha portato alla riduzione delle certificazioni e alla riduzione delle ore di sostegno (soltanto 6h senza gravità e 12h con gravità alle superiori), la difficoltà di ottenere la “gravità” nonostante l’evidenza, rende la vita sociale di questi ragazzi sempre più ardua e il lavoro di noi insegnanti sempre più parziale e faticoso.

Sono poche le famiglie che riescono ad ottenere dall’ASL le ore di sostegno veramente necessarie per i propri figli e, a volte, questo succede solo ricorrendo al TAR. Ma quando, come spesso accade, la famiglia proviene da un ambiente sociale disagiato o di livello culturale non elevato, questa non è a conoscenza della normativa esistente a tutela dei disabili e del fatto che il più delle volte tale normativa non viene applicata. Uno Stato di diritto dovrebbe tutelare i suoi cittadini con particolare attenzione alle fasce più deboli invece di mirare solo al risparmio.

È noto che il rapporto di 1 a 2 (senza gravità) e di 1 a 1 (in presenza di gravità) è di frequente disatteso nella formazione delle classi. Nonostante i Dirigenti facciano richiesta ai relativi Uffici scolastici territoriali (Ust, ex-Provveditorati) di un numero maggior di classi in presenza di vari alunni con certificazione, spesso ricevono risposte negative pur contravvenendo alla legge che indica dei parametri ben precisi (non più di 20 alunni in presenza di un alunno con certificazione di gravità). La realtà è che noi docenti lavoriamo in classi molto numerose con 2, 3 fino a 4 alunni diversamente abili e, a causa della nostra precarietà, non sappiamo neppure se potremmo continuare a lavorare con loro l’anno successivo. Ogni volta si deve ricominciare da capo, con tempi strettissimi, a conoscere gli studenti e le loro famiglie e quando si riesce finalmente a costruire una relazione di fiducia e collaborazione è già trascorsa una buona parte dell’anno e tutto sta per finire…

Ogni estate, dopo le scarsissime immissioni in ruolo (soprattutto alle superiori dove invece c’è una sempre maggiore affluenza di alunni con certificazione), a fronte di una consistente disponibilità in organico di fatto, i docenti precari si trovano ad accettare l’incarico annuale che capita loro per sopravvivenza e solo i pochi fortunati riescono a scegliere la stessa scuola dell’anno precedente portando avanti il lavoro con gli stessi alunni. I primi in graduatoria, precari da anni, vanno così a ricoprire lo stesso posto per 8 -10 anni consecutivi sperando ogni anno nella stabilizzazione; quella cattedra non è di nessuno, loro non stanno sostituendo un collega, tuttavia, quel posto inspiegabilmente non viene né definito “vacante”, né messo a ruolo, né dato al 31 agosto… Il contratto continua a concludersi il 30 giugno di ogni anno!

Alla luce di tutto questo e di quanto affermato dal ministro dell’istruzione Carrozza relativamente alle intenzioni del governo di costituire un organico funzionale del sostegno rendendo tutto l’organico di fatto organico di diritto, chiediamo che fin dal prossimo anno scolastico 2013/14 venga aumentato il numero delle immissioni in ruolo sul sostegno.

Come docenti professionisti della scuola pubblica riteniamo che sia arrivato il momento di dire basta a questi abusi nei confronti di una categoria che ha nelle proprie mani il futuro del Paese, i futuri uomini e le future donne anche quelli/e più fragili ma non per questo da dimenticare!

 

La dispersione scolastica

La Strategia di Lisbona 2000/2010 aveva fissato un benchmark per la dispersione scolastica pari al 10%; siamo ben lontani da tali parametri, ovviamente la dispersione non si identifica unicamente con l’abbandono, ma riunisce in sé una serie di fenomeni come: la frequenza saltuaria, i ritardi continui, la mancata ammissione alle classi successive, le interruzioni che spesso conducono al definitivo abbandono.

Quali le cause? La famiglia, le istituzioni, il gruppo di pari etc.

In questo contesto analizzeremo esclusivamente le problematiche collegate alle istituzioni da un punto di vista economico, giuridico, pedagogico e culturale.

L’integrazione comporta svariate politiche d’intervento, che prevedono un piano d’investimento economico e un impegno professionale costante da parte di tutti gli operatori del settore formativo.

Noi docenti in qualità di coordinatori delle classi riusciamo a denunciare la dispersione scolastica attenendoci alle prescrizioni giuridiche: avviso formale alle famiglie (cartoline con ricevuta di ritorno, fonogramma, convocazioni in sede), in casi estremi denuncia alle autorità competenti (Carabinieri e Servizi Sociali) ma, ovviamente, tutto questo non basta; sarebbe necessario dedicare strategie d’intervento individualizzato o di gruppo per inserire gli alunni svantaggiati da un punto di vista psicologico e da un punto di vista culturale; il degrado che gli alunni vivono in ambito familiare spesso li scoraggia e li avvilisce in ambito scolastico, dove sentono di non essere all’altezza del compito soprattutto nel passaggio alla scuola secondaria di II grado. Il MIUR ha avviato la procedura “Priorità Istruzione” (nota 11666 del 31 luglio 2012), individuando le scuole capofila delle reti. I fondi impiegati sono circa 43 milioni di euro, il doppio della cifra prevista. In queste tabelle il quadro sinottico delle risorse:

 

Tab. 1 Risorse complessive

Piano Azione Coesione
Prototipi di azioni educative in aree di grave esclusione sociale e culturale

POR FSE

Risorse finanziarie originariamente previste nel Piano di Azione e Coesione (PAC)

Risorse effettivamente autorizzate

Differenza

POR Calabria

€ 3.429.600,00

€ 6.858.908,77

€ 3.429.308,77

PRO Campania

€ 8.000.000,00

€ 13.115.935,48

€ 5.115.935,48

POR Puglia

€ 5.792.000,00

€ 8.558.384,36

€ 2.766.384,36

POR Sicilia

€ 6.000.000,00

€ 14.205.248,84

€ 8.205.248,84

TOTALE

€ 23.221.600,00

€ 42.738.477,45

€ 19.516.877,45

 

Tab. 2 Regione Calabria

Piano Azione Coesione
Prototipi di azioni educative in aree di grave esclusione sociale e culturale

Regione Calabria

Provincia

Aree
(nota
11666/12)

Candidature (avviso
18/12/2012)

Reti di scuole autorizzate
(nota 3487/13)

Risorse
(nota 3487/13)

COSENZA

5

12

12

€ 2.487.498,13

CATANZARO

2

7

7

€ 1.439.153,68

CROTONE

2

4

4

€ 821.714,41

REGGIO CALABRIA

5

9

8

€ 1.700.713,36

VIBO VALENTIA

2

2

2

€ 409.829,19

 

 

 

 

 

TOTALE

16

34

33

€ 6.858.908,77

  

Tab. 3 Regione Campania

Piano Azione Coesione
Prototipi di azioni educative in aree di grave esclusione sociale e culturale

Regione Campania

Provincia

Aree
(nota 11666/12)

Candidature (avviso 21/12/2012)

Reti di scuole autorizzate
(nota 4148/13)

Risorse
(nota 4148/13)

AVELLINO

3

3

3

€ 633.888,13

BENEVENTO

1

1

1

€ 202.142,66

CASERTA

4

8

8

€ 1.623.989,50

NAPOLI

25

48

47

€ 9.633.245,49

SALERNO

8

5

5

€ 1.022.669,70

 

 

 

 

 

TOTALE

41

65

64

€ 13.115.935,48

 

Tab. 4 Regione Puglia

Piano Azione Coesione
Prototipi di azioni educative in aree di grave esclusione sociale e culturale

Regione Puglia

Provincia

Aree
(nota 11666/12)

Candidature
(avviso 18/12/2012)

Reti di scuole autorizzate
(nota 3486/13)

Risorse
(nota 3486/13)

BARI

6

13

12

€ 2.438.054,02

BRINDISI

2

6

6

€ 1.221.190,56

FOGGIA

3

6

6

€ 1.179.241,46

LECCE

3

10

10

€ 2.073.519,36

TARANTO

2

8

8

€ 1.646.378,96

 

 

 

 

 

TOTALE

16

43

42

€ 8.558.384,36

  

Tab. 5 Regione Sicilia

Piano Azione Coesione
Prototipi di azioni educative in aree di grave esclusione sociale e culturale

Regione Sicilia

Provincia

Aree
(nota 11666/12)

Candidature
(avviso 21/12/2012)

Reti di scuole autorizzate (nota 3918/13)

Risorse
(nota 3918/13)

AGRIGENTO

3

4

4

€ 844.264,40

CALTANISETTA

4

6

6

€ 1.334.432,75

CATANIA

6

17

17

€ 3.489.035,37

ENNA

2

1

1

€ 209.962,12

MESSINA

6

8

7

€ 1.428.460,00

PALERMO

9

20

20

€ 4.011.126,38

RAGUSA

4

4

4

€ 848.681,54

SIRACUSA

3

6

6

€ 1.257.463,42

TRAPANI

3

4

4

€ 781.822,86

 

 

 

 

 

TOTALE

40

70

69

€ 14.205.248,84

 (Dati pubblicati in data 16 Aprile 2013 da FLC CGIL)

Veramente una cifra degna di attenzione, ma crediamo che la stessa cifra potesse essere investita in modo diverso e i risultati probabilmente alla fine del quinquennio sarebbero stati gli stessi, se non più efficaci. Partiamo dalle poche ore nel quadro orario (D.L. 133/2008) che non consentono ai docenti interventi individualizzati; se a questo aggiungiamo classi super affollate (30/33 alunni in presenza di uno o due disabili), tante ore da dedicare esclusivamente alla preparazione dei Test Invalsi, Programmi Ministeriali da rispettare, come potrebbero gli insegnanti dedicare ore per la preparazione di strategie d’intervento rispettando le esigenze di tutti gli alunni?

Consideriamo poi il caso di tutti quegli alunni provenienti da culture diverse dalla nostra e che ormai sono presenti in numero sempre più consistente nelle nostre classi; questi ragazzi (e soprattutto ragazze) spesso trovano nella scuola l’unico mezzo per emanciparsi e tentare di trovare la loro futura collocazione sociale. Ecco, sono anche loro a rischio di dispersione (spesso le famiglie li trattengono a casa per fare altro): timidi, o turbolenti, disorientati, con difficoltà di adattamento alla nostre regole sociali. Per questi studenti l’insegnante diventa un punto fermo (forse l’unico) e tale dovrebbe rimanere, di fatto però la precarietà impedisce spesso ai docenti di continuare a seguire questi alunni svantaggiati nella loro crescita.

Archimede sosteneva “Datemi una leva e solleverò il mondo”, noi dichiariamo “Dateci il tempo-scuola per lavorare e intervenire professionalmente e saremo in grado di risolvere il problema della dispersione”.

Il problema è proprio questo: il MIUR in questi anni non ha investito sulla nostra professionalità, non ha scommesso sulle nostre capacità e sulla nostra formazione, ha svilito il nostro ruolo e ha vessato i nostri diritti (riferimento “quota 96”, situazione del precariato), ma adesso dovrebbe avere il coraggio di ammettere le proprie colpe dovute ai tagli indiscriminati alla spesa dell’istruzione pubblica, alla riduzione del personale, all’innalzamento del numero di alunni per classe, ai Bes (quest’ ultimo provvedimento non fa altro che “scaricare” ulteriore lavoro sulle spalle dei docenti senza alcuna risorsa aggiuntiva). Sono queste le vere cause di un problema annoso; prima di proporre progetti ambiziosi, occorre tornare ad investire sull’istruzione pubblica.

 

Classi Pollaio e insegnanti allo sbaraglio: un’anomalia tutta italiana

I dati raccolti dalla FLC CGIL in un recente rapporto sulla scuola pubblica (aprile 2013) sono inquietanti e confermano un’anomalia endemica del nostro Paese: in Italia la scuola pubblica ha sempre più alunni e ciononostante gli insegnanti sono sempre di meno a causa di una sconsiderata politica di tagli fatta in nome di un fantomatico risparmio.

La manovra ha portato ad un ridimensionamento sostanziale della rete scolastica che ha coinvolto in primo luogo la classe docente e poi tutti gli attori operanti nell’ambito dell’amministrazione scolastica (collaboratori, assistenti amministrativi, assistenti tecnici, DSGA, DS).

Secondo la FLC CGIL tra il 2008 e il 2013 sono scomparsi 81.614 insegnanti a fronte di un aumento di più di 90 mila alunni nelle scuole di ogni ordine e grado.

Parallelamente il tasso di abbandono scolastico ha registrato un netto aumento e il tasso di diplomati è sceso drasticamente di pari passo con il numero dei laureati, incrementando così il mercato del lavoro precario o, peggio ancora, di quello nero, sottopagato e non tutelato.

L’Italia è, per l’ennesima volta, in controtendenza rispetto al resto dell’Europa che, nonostante la crisi, incrementa la spesa pubblica per l’istruzione. In Italia il comparto scuola “tira” ma gli investimenti sono praticamente inesistenti. E questo fatto contrasta drammaticamente con i tanti docenti che da tempo persistono nel limbo delle Graduatorie a Esaurimento e che, anno dopo anno, vedono sfumare l’agognato ruolo.

È singolare che un settore del pubblico impiego, che potrebbe funzionare egregiamente e costituire il volano dell’economia nazionale, continui imperterrito e imperturbabile - in spregio sia dei moniti dell’UE sia della chimerica continuità didattica - a funzionare grazie al lavoro precario di docenti che vengono assunti a settembre (quando va bene) per essere regolarmente licenziati a fine giugno, quando sarebbe più semplice, coerente ed economico stabilizzarli definitivamente.

Chi paga le conseguenze di tutto ciò sono i ragazzi, stipati anche in 30/36 per classe. Gruppi-classe in cui è sempre più alto il numero di studenti non italofoni; senza contare gli alunni che fruiscono dell’insegnante di sostegno e quanti ne hanno perso il diritto a causa delle norme sempre più restrittive; e poi i ragazzi con DSA che necessiterebbero di strategie didattiche ad hoc e quelli bisognosi - a vario titolo - di una didattica inclusiva.

È possibile garantire il successo formativo in contesti d’aula così sovraffollati? Certamente no.

L’abnegazione professionale e lo spirito di sacrificio cozzano con una quotidianità faticosa che manda a monte i migliori propositi. In ambienti angusti e gremiti le tanto decantate competenze psico-pedagogiche e le abilità comunicativo-relazionali, che dovrebbero far parte delle buone pratiche di ogni “bravo docente”, sono destinate a rimanere inapplicate.

Insomma, ancora una volta il sistema scuola in Italia non solo non è adeguato agli standard europei, ma rinnega i principi basilari del diritto all’istruzione e allo studio sanciti dalla Costituzione.

In realtà, la normativa in materia è precisa e dettagliata:

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Decreto 26 agosto 1992: prevenzione incendi per l’edilizia scolastica;

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Testo unico sulla Sicurezza n.81 del 2008 (comprensivo del Decreto legislativo 626/94): miglioramento della salute e della sicurezza dei lavoratori;

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DM 10 marzo 1998: sicurezza antincendio.

Ciononostante, la violazione dei parametri vigenti costituisce la norma. Infatti, il limite di 1.96 mq per alunno delle scuole superiori di secondo grado e quello di 1.80 mq per alunno degli ordini inferiori di scuola è costantemente disatteso e spesso vengono messe in atto misure che innalzano il livello di rischio, mettendo a repentaglio la sicurezza degli alunni e del personale scolastico.

Il corpo docente non può assistere impotente all’ennesimo sopruso perpetrato ai danni della scuola pubblica e ancora meno deve farsi connivente con un sistema così lassista da ammettere la procedura della deroga per i rischi aggiuntivi.

 

Il tempo prolungato alla Scuola Secondaria di I Grado

L’introduzione e la regolamentazione del T.P. va ricondotta al D.M. 22/7/83.

Il modello orario in vigore garantiva - grazie a una progettazione laboratoriale di tipo interdisciplinare e alle ore di compresenza - una serie di attività integrative e di azioni di recupero/consolidamento/ potenziamento altrimenti irrealizzabili in orario curricolare. Anche l’interscuola era programmato in maniera tale da offrire attività ricreative che a loro volta costituivano un’importante occasione formativa. I principi ispiratori erano meritori e le progettazioni funzionavano egregiamente perché erano organizzate in maniera razionale e congiunta dai C.d.C. Ma di quella progettazione lungimirante non è rimasto che un vuoto involucro.

Il riferimento normativo è costituito dalla Legge n. 133 del 6 agosto 2008, relativa alla formazione delle classi delle scuole di ogni ordine e grado, che ha ridefinito i parametri per la formazione delle classi e degli organici.

Successivamente, con una circolare emanata il 5 febbraio 2009 il MIUR ha stabilito che «è possibile organizzare le classi a tempo prolungato, ferme restando le condizioni previste per la loro attivazione (strutture idonee, almeno due rientri pomeridiani, limite dell’organico provinciale, ecc.) anche con un orario di 36 ore settimanali (vedi C.M. n.4/09) di cui 34 di lezione e 2 di mensa. L’organico verrà comunque garantito per 38 ore, comprensive dell’orario da dedicare alla mensa, come da piano orario riportato nello schema di Regolamento. Sono escluse dalle 38 le ore di approfondimento».

Ciò significa che, con un piano orario di 36 ore, poiché l’organico è garantito per 38 ore sono possibili appena due ore di compresenza a settimana.

Dunque, considerato che il monte-ore complessivo è di 990 h, la scelta è tra il Tempo Scuola Ordinario (29 h + approfondimento di Materie Letterarie) e il Tempo Scuola Prolungato così strutturabile:

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orario minimo: 36 h (34 + 2 mensa, da detrarre da Lettere e/o Matematica);

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orario standard: 38 h (36 + 2 mensa, da detrarre da Lettere e/o Matematica);

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orario massimo: fino a 40 h (comprensivo di mensa e ore di approfondimento previa autorizzazione degli A.T.).

Ovviamente la formula più adottata è quella con l’orario minimo che tradisce i presupposti stessi con cui il T.P. è nato, snaturandone le finalità iniziali.

Questa scansione non solo mortifica determinate aree disciplinari (tecnologia, musica, arte e immagine, scienze motorie) - relegate allo status di “belle addormentate” - ma riversa le responsabilità dell’organizzazione del T.P. esclusivamente sui docenti di Lettere e/o Matematica, i quali per consuetudine svolgono anche il compito di coordinatore didattico.

D’altro canto, mentre la precedente norma prevedeva quattro cattedre di lettere per due corsi, la nuova determinazione stabilisce tre cattedre ogni due corsi ossia una cattedra di lettere in meno ogni due corsi.

Dunque, l’organizzazione del T.P. si ricollega direttamente alla costituzione della cattedra di italiano, storia e geografia, che è di 15h settimanali. Considerato che ogni due corsi (6 classi) sono assegnate 5 cattedre, le soluzioni possibili sono le seguenti:

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due cattedre costituite da 15 + 3h (mensa, approfondimento, progetto oppure 3 ore di storia o geografia);

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altre due cattedre da 12 + 6h (mensa, approfondimento, progetto oppure 3 ore di storia e geografia);

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una quinta cattedra di 9 + 9h in due classi (tutte disciplinari, oppure in parte disciplinari e in parte per mensa, approfondimento, progetto se si è decisa la separazione degli insegnamenti di italiano, storia e geografia).

E volutamente tralasciamo altre questioni spinose come quella dell’ora di “approfondimento di materie letterarie” o quella dell’ora di “Cittadinanza e Costituzione”, che solleverebbero nuove domande e altri dubbi.

Insomma, per l’ennesima volta sono penalizzati i ragazzi, costretti a seguire una progettazione adattata alla meno peggio che nella realtà dei fatti si prospetta, spesso e volentieri, come l’ennesima attività frontale con il docente di Lettere e/o Matematica che deve fare i salti mortali per “coprire” poche ore aggiuntive; lezioni che poco offrono in termini di didattica alternativa - e ancor meno di interdisciplinarietà - ma che ripropongono la consueta attività curricolare lineare che da una parte annoia i ragazzi e dall’altra svilisce le competenze progettuali dei docenti.

Quindi non solo il T.P. è stato svuotato delle sue finalità, ma addirittura ha perso ogni tipo di attrattiva verso i ragazzi i quali lo vivono come una costrizione e un appesantimento del tempo-scuola complessivo e lo scelgono semplicemente perché i genitori trovano che sia “comodo” in quanto costituisce un ambiente protetto.

In conclusione, sarebbe opportuno considerare un generale ripensamento del T.P. per recuperarne l’originario valore, fermo restando che per una buona progettazione la questione degli organici è prioritaria.

 

Immissioni in ruolo 2013/2014 (piano triennale) e problema “concorso”

Apprendiamo da fonti ufficiali che per il prossimo anno scolastico sarebbero state richieste al MEF 15000 immissioni in ruolo, di cui 12000 docenti e 3000 ATA. Ferma restando l’assurdità della questione del personale ATA, per cui risultano ancora in sospeso le assunzioni previste per lo scorso anno scolastico e che speriamo il Miur intenda risolvere al più presto per poter procedere con quelle dell’anno 2013/2014, ci si chiede come mai il Miur non intenda rispettare le disposizioni previste nel Decreto Interministeriale 3 agosto 2011 (piano triennale di stabilizzazione), provvedimento tuttora in vigore e sottoscritto dagli ex Ministeri dell’Istruzione, dell’Economia e delle Riforme: in base a quanto stabilito nel decreto, per l’a.s. 2013/2014 “si prevede l’assunzione nel numero massimo di 22000 unità di personale docente ed educativo e di 7000 unità di personale ATA, tenendo conto dei pensionamenti e dell’attuazione a regime del processo di riforma previsto dall’art. 64 della legge 6 agosto 2008 n. 133”. Relativamente al personale docente ed educativo, al termine dei trasferimenti risultano ad oggi quasi 24000 posti vacanti in presenza di 7500 esuberi. Come mai sono state richieste solamente 12000 nuove assunzioni in presenza di oltre 16000 cattedre libere in organico di diritto al netto degli esuberi? Ricordiamo al Miur che le assunzioni previste dal piano triennale sono state “concesse” non senza richiedere un sacrificio a tutti i neoimmessi: per garantire la copertura finanziaria delle immissioni, infatti, in accordo con la maggior parte delle sigle sindacali rappresentative il precedente Governo ha abolito il primo grado stipendiale (0-2 anni), per cui tutti i docenti assunti dall’a.s. 2011/12 di fatto mantengono lo stesso stipendio base per quasi dieci anni. A questa penalizzazione si aggiungono le misure di contenimento di spesa (blocco della progressione di carriera), provvedimenti che da transitori si stanno ormai trasformando in permanenti e che prolungano ulteriormente il tempo necessario alla maturazione degli scatti stipendiali. In virtù del fatto che le assunzioni del piano triennale sono state approvate proprio perché non prevedono oneri aggiuntivi a carico dello Stato, il personale della scuola chiede al Ministro che i numeri vengano rispettati (se i posti disponibili sono 16000, che si facciano 16000 immissioni) o quanto meno sarebbe onesto e apprezzabile che il Ministro Carrozza spiegasse a tutti coloro che stanno facendo dei sacrifici per ottenere la stabilizzazione come mai si sia deciso quest’anno di contravvenire agli impegni presi nei confronti dei lavoratori. Noi tutti, infatti, abbiamo ragione di credere che il Ministro sia a conoscenza dell’esistenza del Decreto Interministeriale 3 agosto 2011 e, soprattutto, degli sforzi richiesti a tutto il personale scolastico che di certo non merita, dopo anni di tagli dissennati e di politiche a dir poco mistificatorie, di essere trattato in modo così superficiale.

 

Uno degli aspetti a nostro avviso più assurdi di questa politica mistificatoria è senz’altro la questione del concorso a cattedre voluto e bandito dall’ex Ministro Profumo (D.D.G. n. 82 del 24 settembre 2012). Prima di evidenziare i numerosi aspetti critici legati all’organizzazione delle procedure di selezione, che denotano senz’altro un approccio superficiale e propagandistico non basato su un progetto ragionato e rigoroso, ci sembra opportuno sottolineare quanto lo strumento concorsuale appaia inadeguato, se rapportato al complesso tessuto sociale in cui la scuola deve oggi operare, a selezionare docenti competenti e meritevoli. In presenza di gruppi-classe sempre più numerosi e compositi (alunni con sostegno, alunni DSA, alunni BES, casi di deprivazione socio-culturale) che pongono al sistema educativo bisogni educativi sempre più diversificati, lo Stato italiano preferisce per assurdo selezionare i docenti ricorrendo ad una modalità obsoleta e volta prevalentemente a testare il livello delle conoscenze disciplinari e pedagogico-didattiche, solo sulla carta per giunta. È sul campo che, invece, un docente sviluppa quelle competenze chiave necessarie per poter “agganciare” gli studenti, per riuscire ad avviare un effettivo processo di crescita: si tratta di competenze relazionali, sociali, affettive. Noi tutti ci auguriamo che il nuovo Ministro possa essere più attento ai reali bisogni del sistema educativo, che ascolti maggiormente la voce di chi la scuola la fa davvero, perché sono questi a sperimentare sul campo le reali difficoltà da gestire quotidianamente in classe. Ed è per questo che auspichiamo anche che il Ministero imposti una seria riforma per la selezione e il reclutamento degli insegnanti, una modalità che possa premiare maggiormente l’esperienza sul campo e che non preveda per assurdo, come si sta verificando ora col concorso voluto dall’ex Ministro Profumo, che vengano assunte persone senza alcuna esperienza e la benché minima formazione, sottraendo per assurdo posti a personale che dopo anni di duro lavoro attende ancora di essere stabilizzato dalle graduatorie a esaurimento. Se poi consideriamo gli aspetti organizzativi e di realizzazione delle pratiche concorsuali, pensare che il tutto sia stato affrontato in modo poco serio non è molto difficile: 1) i posti messi a bando sembrano non essere stati determinati sulla base di criteri oggettivi, per cui classi di concorso che presentano molti posti vacanti e graduatorie quasi esaurite sono state coinvolte marginalmente o affatto, mentre sono stati banditi posti per insegnamenti anche pesantemente in esubero (tutti ora si chiedono come riuscirà il Ministero a “creare” cattedre inesistenti per assumere i vincitori, che giustamente pretenderanno l’immissione in ruolo); 2) i criteri di valutazione delle prove non sembrano essere omogenei sul piano nazionale, basti pensare all’evidente discrepanza nel numero di candidati ammessi tra le varie regioni (il caso della Liguria, dove in alcuni casi gli ammessi alla prova orale risultano essere in numero inferiore rispetto ai posti messi a bando, è a dir poco eclatante); 3) è stato difficile reperire personale disposto a far parte delle commissioni, probabilmente a causa dei compensi irrisori, e noi ci chiediamo se la correzione delle prove sia stata effettuata realmente da personale competente e qualificato. Alla luce di questi elementi, oltre a ribadire la totale inadeguatezza dello strumento concorsuale come pratica selettiva, sorge anche il dubbio che l’organizzazione del concorso sia stata effettuata in modo approssimativo e superficiale, più basata sul desiderio di sensazionalismo che sull’effettiva volontà di migliorare l’offerta formativa, senza tenere nella dovuta considerazione la vita di chi certi provvedimenti li subisce senza neanche essere ascoltato, come è successo l’anno scorso mentre pubblicamente denunciavamo l’assurdità del nuovo concorso. Per questo speriamo che il Ministero sia più attento in futuro e inizi seriamente a lavorare per il bene della scuola pubblica italiana, orientando le proprie scelte sulla base di analisi pragmatiche e rigorose e dimostrando soprattutto quell’umiltà che deve necessariamente ispirare qualsiasi elemento di innovazione.

 

Il paradosso della “Quota 96” e dei “Precari”

I docenti della classe ’52 sono rimasti prigionieri del loro stesso lavoro ad un passo dalla pensione. “Nostra signora della lacrima”, l’ex Ministro Fornero, ha emanato una Riforma pensionistica (art. 24 del D.L. 201/2011 del 6 dicembre 2011) seguendo la logica della stabilizzazione dei conti pubblici nel medio-lungo periodo, ma destabilizzando da un punto di vista economico e psicologico intere categorie di lavoratori. La vicenda coinvolge e stritola nella morsa del cavillo burocratico i diretti interessati, i Dirigenti Scolastici, i genitori e i precari. Quest’ultimi sono condannati all’ergastolo delle Graduatorie a Esaurimento da 20-15-10 anni in attesa di una grazia, che non arriva mai! Legati a doppio filo alla vicenda incresciosa della “quota 96”, vivono nell’attesa che si liberino 4000 posti in organico di diritto, piccola boccata d’ossigeno, visto che la riforma delle pensioni Fornero e il nuovo concorso hanno ridotto in modo drastico la possibilità di assunzioni dalle graduatorie a esaurimento (uno dei soliti “passi del gambero” a cui siamo abituati da un ventennio). Ci preme sottolineare che per una volta il disconoscimento del ruolo non è solo a carico dei docenti, ma anche degli stessi politici visto che è stata presentata una “Proposta di legge d’iniziativa dei deputati Ghizzoni, Boccia, Pezzarola, Centemaro, Gallo e altri - Modifica all’art. 24 del decreto legge 6 dicembre 2011 n.201 convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 in materia di requisiti di accesso al trattamento pensionistico per il personale della scuola presentato il 15 marzo 2013”. Tale proposta di legge prevedeva anche la “copertura finanziaria dell’art. 1 derivante dall’applicazione di un contributo di solidarietà dell’1 per cento sui redditi eccedenti 150.000 euro.”

La situazione resta ancora irrisolta, ma nel frattempo aumentano i ricorsi legali (si consideri ad esempio la Sentenza del Giudice del Lavoro di Roma del 27/08/12: il Giudice accerta il diritto della ricorrente ad essere collocata in quiescenza dal 31/08/2012 con trattamento pensionistico dall’01/09/2012, condanna l’Amministrazione resistente alla refusione al pagamento delle spese di lite oltre accessori - rif. DPR 351/98), per non parlare delle sentenze vinte dai precari per la stabilizzazione e il diritto agli scatti di anzianità biennale (ad esempio, Ricorso n.1658/11, Giudice Petrusa).

I ricorsi, le sentenze e i risarcimenti pecuniari stabiliti sono tanti e risulterebbe inutile dilungarsi in uno sterile elenco noto a tutti i soggetti coinvolti.

In attesa di sviluppi risolutori confidiamo che i posti che si renderanno disponibili vengano integrati nell’organico di diritto dell’anno scolastico 2013/14 e, qualora non potessero essere integrati per problemi burocratici, dovranno essere assegnati l’anno prossimo con decorrenza giuridica 2013/2014.

Concludiamo dicendo che l’Italia si è salvata dal suo fallimento sacrificando i suoi figli prediletti, stando alla dichiarazione del Ministro Carozza: “Investire nella conoscenza significa investire nel futuro, nell’unica risorsa che non si può spostare altrove per essere prodotta a costi più bassi, un settore che crea e salva posti di lavoro” (da “La Repubblica” del 27 aprile 2013), dimostrando che sono solo parole fumose e che, invece, in questo Paese la cultura non è un valore aggiunto, ma un fardello dal quale liberarsi!

 

Il mistero dei posti scomparsi

Quest’anno si è parlato di assunzioni dimezzate per l’anno scolastico 2013/2014, i numeri risultano con questo ben lontani dalle previsioni del piano triennale (Decreto Interministeriale 3 Agosto 2011. G.U. del 26/10/2011), che prevedeva l’immissione in ruolo di 22.000 docenti e 7.000 unità di personale amministrativo tecnico e ausiliario (ATA), e da quelle del concorso bandito dall’ex Ministro Profumo (Decreto n. 82/2012 G.U. del 25/09/2012, 4° Serie speciale n. 75) per 11542 posti di immissioni in ruolo.

La stampa specialistica ha attribuito la carenza di disponibilità in organico di diritto alla Riforma Fornero delle pensioni (responsabile comunque di aver bloccato 4.000 pensionamenti delle “Quote 96”) e alla Legge n. 133 (responsabile per quest’anno di 7500/8000 esuberi), ma nessuno poteva ipotizzare che la carenza di posti disponibili fosse dovuta alla normativa che stabiliva che a decorrere dall’anno in corso le iscrizioni scolastiche di ogni ordine e grado avvenissero esclusivamente in modalità online (Circolare n. 6 Prot. 8293, riferimento decreto legge n. 95/2012 convertito in legge n. 135/2012 recante “Disposizioni urgenti per la razionalizzazione della spesa pubblica”). Questo nuovo sistema ispirava così tanta fiducia che la stessa stampa specialistica, che di solito non risparmia critiche nei confronti dell’Amministrazione, ha dichiarato: “Le iscrizioni online sono state un mezzo efficace per definire in tempi veloci gli organici”. Sembrava l’inizio di una nuova era, che desse il via ad un processo di dematerializzazione delle procedure amministrative. Strano, ma vero: il sistema ha dematerializzato le cattedre in organico di diritto eliminando con la stessa procedura lo spreco di carta e di personale; il MIUR ha sbagliato i conti delle cattedre di diritto in Veneto non calcolando l’iscrizione di 3420 studenti alle superiori. La denuncia è stata presentata dall’USR che, ancora oggi, resta in attesa di una risposta.

Quali le conseguenze? La perdita di 150 cattedre nell’Organico di Diritto, la formazione di classi super affollate, il mancato rispetto della normativa sulla sicurezza (D.L. 81/2008), la mancata tutela dei disabili e l’offerta delle pari opportunità (Legge 104/92), infine il rischio per molti alunni di non poter usufruire del diritto allo studio sancito dalla Costituzione (artt.33 e 34).

Ci chiediamo allora se non siano stati commessi ulteriori errori da parte del MIUR e crediamo che a questo punto sia necessaria una revisione dell’organico di diritto da parte di tutti gli USR; per rendere trasparenti le operazioni sarebbe inoltre indispensabile la pubblicazione per ogni classe di concorso del “prospetto dei dati sintetici risultati al sistema alla data di effettuazione del movimento per l’a.s. 2013/2014”, in modo che tutti possano visionare sia il numero effettivo di cattedre vacanti prima dei movimenti sia quello risultante al termine delle operazioni di mobilità. Qualora il MIUR e gli USR non procedessero alla revisione dell’O.D. saremmo costretti ad adire alle vie legali, presentando denuncia alla Procura della Repubblica, e ad informare formalmente tutte le organizzazioni di categoria.

 

Ferie del personale a tempo determinato

In relazione all’inquietante articolo apparso su “Orizzonte Scuola” in data 17/07/2013 che segnalava un nuovo ostacolo alla monetizzazione delle ferie non godute dal personale docente precario, dichiariamo di sentirci ancora una volta colpiti nella nostra dignità di lavoratori nonché nei nostri già non lauti guadagni.

Secondo l’articolo le segreterie scolastiche non possono emettere decreti di ferie non godute per i docenti che nell’a.s. 2012/13 hanno svolto supplenza al 30 giugno se prima il Tesoro non invia il tabulato con i nominativi del personale di competenza; il MEF ha però deciso di sospendere la produzione del tabulato in oggetto e ha chiesto al MIUR di fornire indicazioni alle scuole affinché provvedano, nei casi residuali di spettanza delle ferie non godute, con provvedimenti cartacei individuali sottoposti a controllo delle RTS.

In seguito a tutto questo e allarmati dall’ulteriore nuovo ostacolo alla concretizzazione di un diritto acquisito ricordiamo:

punto elenco

che l’art. 36, comma 3, della Cost. prevede che il diritto alle ferie è un diritto irrinunciabile;

punto elenco

che anche secondo le norme di diritto comune, art. 2109 del c.c., al lavoratore dipendente spetta un “periodo annuale di ferie retribuito possibilmente continuativo”;

punto elenco

che secondo quanto disposto dall’art. l’art. 13, comma 8, del CCNL del comparto scuola “Le ferie sono un diritto irrinunciabile e non sono monetizzabili”, salvo che all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, “qualora le ferie spettanti a tale data non siano state fruite”, si procede al pagamento sostitutivo delle stesse, sia per il personale a tempo determinato che indeterminato;

punto elenco

che a norma dell’art. 19, comma 2, del CCNL del comparto scuola è previsto che le ferie del personale assunto a temo determinato siano proporzionali al servizio prestato, che qualora la durata del rapporto di lavoro a tempo determinato sia tale da non consentire la fruizione delle ferie maturate, le stesse saranno liquidate al termine dell’anno scolastico e comunque dell’ultimo contratto stipulato nel corso dell’anno scolastico e che la fruizione delle stesse nei periodi di sospensione delle lezioni nel corso dell’anno scolastico non è obbligatoria;

punto elenco

che come è noto per sospensione delle lezioni devono intendersi i giorni in cui i calendari scolastici regionali hanno disposto che non ci sia lezione;

punto elenco

che l’art. 1 commi 54, 55 e 56 della Legge di stabilità prevede che la nuova disciplina in materia di ferie abbia decorrenza dall’01/09/2013:

Comma 54. Il personale docente di tutti i gradi di istruzione fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni definiti dai calendari scolastici regionali, ad esclusione di quelli destinati agli scrutini, agli esami di Stato e alle attività valutative. Durante la rimanente parte dell’anno la fruizione delle ferie è consentita per un periodo non superiore a sei giornate lavorative subordinatamente alla possibilità di sostituire il personale che se ne avvale senza che vengano a determinarsi oneri aggiuntivi per la finanza pubblica.

Comma 55. All’articolo 5, comma 8, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, è aggiunto, infine, il seguente periodo: «Il presente comma non si applica al personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attività didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie».

Comma 56. Le disposizioni di cui ai commi 54 e 55 non possono essere derogate dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Le clausole contrattuali contrastanti sono disapplicate dal 1º settembre 2013.

 

Alla luce di quanto fin qui esposto e, soprattutto, nella speranza che una decisa presa di posizione e di coscienza spazzi via anche il riferimento nella legge di stabilità 2013 allo smantellamento della monetizzazione delle ferie per i supplenti (art. 1 comma 56), lesivo del nostro CCNL oltre che della stessa Costituzione, chiediamo che la questione venga risolta al più presto.

  

A cura del gruppo FB “Difendiamo il Piano Triennale di Immissioni in Ruolo”